Elezioni a Milano. Paola Bocci per il PD al Consiglio Comunale

Domenica 08 Maggio 2011 15:04 Angela Azzarone Local - Politica
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Paola Bocci, candidata per il PD a Palazzo MarinoIl 15 e 16 Maggio si voterà in 1310 Comuni italiani per le amministrative. Coinvolte 11 città con più di 100.000 abitanti, tra queste Milano, Napoli, Bologna e Torino. Mentre il sindaco Letizia Moratti invia a tutti i cittadini una pubblicazione per illustrare i risultati della sua amministrazione, i candidati dell'opposizione affilano le armi per sottrarre Palazzo Marino al Centro - Destra. Fra questi, Paola Bocci, candidata PD al consiglio comunale di Milano. Ci accoglie con un saluto cordiale, dolce ma determinato: una donna concreta come il suo programma

 

Una laurea in architettura e un diploma alla Scuola Civica di Cinema di Milano, Paola Bocci ha collaborato col regista Ermanno Olmi, affiancandolo, come assistente al montaggio, ne Il segreto del bosco vecchio. 'Comunicazione del progetto' è la disciplina che insegna al Politecnico della Bovisa con Marisa Galbiati (ha prodotto coi suoi studenti documentari legati alla comunicazione delle criticità e potenzialità degli spazi urbani di Milano); è stata ricercatrice per il CNR per un progetto sulla qualità degli spazi ospedalieri. Ha inoltre due figli e il suo curriculum racconta di una donna impegnata nella vita pubblica e privata.

Scuole materne di qualità e asili meno costosi. Concretamente cosa significa questo rispetto alla realtà e all'amministrazione attuale?

A Milano oltre l'80% delle scuole per l'infanzia è a gestione comunale: ogni anno ci sono cronicamente, per i nidi, delle liste d'attesa che potrebbero essere anche compensate da un accordo di gestione, con un accreditamento tra pubblico e privato sociale. In questo momento tale accreditamento non è attuato con convenzioni eque: i servizi dati in gestione al privato sociale dovrebbero avere pari qualità e caratteristiche del servizio pubblico, sia per l'utenza sia per chi è assunto in qualità di educatore, per cui parità di contratti e di servizi. Bisognerebbe garantire lo stesso rapporto tra educatrici e bambini per classe ed assumere educatrici formate con criteri uniformi. Il Comune potrebbe decidere di non adeguarsi agli standard nazionali e di limitarsi a 25 bambini per classe invece di 29 e di destinare una voce del bilancio alla formazione delle educatrici. È dal 2006 che questo non avviene: le educatrici mostrano sofferenza in questo momento e lavorano grazie a competenze acquisite anni fa. Una scuola materna di qualità deve coinvolgere maggiormente i genitori ed ascoltare di più le loro richieste, dare maggior peso decisionale ai Consigli Scuola. E, per esempio, condividere con i genitori i percorsi che portano alla stesura della Carta dei Servizi, il documento che stabilisce le caratteristiche del servizio offerto dalle città alle famiglie, com'è avvenuto a Torino e a Reggio Emilia. Bisogna perseguire l'obiettivo di avere più nidi che costino meno e attuare una pianificazione sul territorio tale per cui le liste d'attesa non siano azzerate per le rinunce dei genitori. In questo momento una lista d'attesa si svuota solo perché un genitore, che non si trova nell'offerta del nido, diciamo alla 'localizzazione' che più preferisce, si trova costretto a ricorrere a un nido privato. I criteri di attribuzione del punteggio per le graduatorie possono e dovrebbero essere rivisti. Se si introducesse una parità di punteggio per la vicinanza all'abitazione, al luogo di lavoro e all'abitazione dei nonni sarebbe un grande vantaggio per le donne che lavorano.

 

L'attenzione all'ambiente e alla vivibilità urbana è uno dei punti cardine del suo programma: com'è realizzabile in termini pratici in una città in cui domina il trasporto su gomma?

Questa città attualmente ha messo in atto un ecopass molto "timido", in una zona ristretta e con costi ridotti. Per ridurre l'uso dell'auto bisognerebbe, guardando all'esempio di Londra, andare non verso una pollution charge ma verso una congestion charge: si paga tutti per inquinare meno e in un'area più vasta della città. Londra ha una congestion charge, cioè una tassa per entrare nella città, molto elevata. per cui ci sono sempre meno auto e sempre più mezzi pubblici. Questo significa diminuzione del traffico e maggiore scorrimento dei mezzi pubblici. Londra è anche una città con polmoni verdi molto diffusi, sia in centro che nelle periferie. Credo che buona parte del ricavo della tassa d'ingresso sia investita nel miglioramento del trasporto pubblico. Ecco, a Milano bisognerebbe sapere quanti sono i proventi derivati da questa tassa e dove sono stati reinvestiti, per cui è necessaria una comunicazione trasparente, altrimenti il cittadino difficilmente capisce il vantaggio di tutto ciò. Occorrerebbe poi pensare a parcheggi in zone di interscambio, in corrispondenza dei capolinea della metropolitana. I proventi di queste tasse dovrebbero essere investiti nel potenziamento dei mezzi pubblici, nella loro conversione in mezzi più sostenibili, che utilizzino fonti rinnovabili e soprattutto nel potenziamento di tutta l'area in termini di mobilità sostenibile: piste ciclabili, zone Trenta, Ztl. Andando oltre si potrebbe ripensare al centro come ad un'aggregazione di zone pedonali o a traffico limitato, che progressivamente (magari in 5 anni) potrebbero essere chiuse, circondate da una fascia esterna a pagamento. Si tratta di provvedimenti forse impopolari ma necessari, per una città come Milano, che già il 7 febbraio supera il limite consentito dall'UE (fissato a 35 giorni) in cui la presenza di PM10 può superare i livelli stabiliti. Significa che le misure strutturali sono insufficienti e quelle palliative (targhe alterne e domeniche senz'auto) sono attuate molto tardi. Ma occorre ridurre l'impiego di combustibili fossili anche per il riscaldamento: il Comune di Milano dovrebbe dare l'esempio di una riconversione energetica, abbassando le temperature negli uffici pubblici, coibentando le coperture per evitare la dispersione termica e utilizzando il fotovoltaico.

 

Lei sostiene che il Comune di Milano dovrebbe dotarsi di un bilancio di genere e di un piano dei tempi. Che cosa significa?

Il bilancio di genere, o gender budgeting, è uno strumento che permette di leggere se gli investimenti di un ente locale sono ripartiti in egual misura tra genere maschile e femminile. Permette di capire su quali servizi si investe a favore delle donne e di definire la quota effettivamente riservata. Investimenti che riguardano i servizi sociali, quelli assistenziali e alla famiglia, i nidi, i trasporti perché le donne sono quelle che usano maggiormente i servizi pubblici. Il bilancio di genere permette di comprendere se c'è un disequilibrio e di intervenire. Il piano dei tempi e degli orari invece è uno strumento di cui si parla già dagli anni '70 ma di cui a Milano non si sente più discutere da tempo. Una norma del 2000 lo rende obbligatorio per comuni con più di 30.000 abitanti, la legge regionale lo prevede e lo dovremmo inserire. Serve a rilanciare una qualità di vita urbana e metropolitana basata sulla conciliazione dei tempi individuali e pubblici, progettando, in modo più flessibile e condiviso con le categorie sociali interessate, una serie di servizi (dalla scuola alla mobilità, al tempo libero, allo sport) garantendo una maggiore fruibilità dei tempi e degli spazi. Valorizza la polifunzionalità, l'interconnessione, la tutela dei diritti dell'infanzia e dei giovani, ad esempio con una mobilità tra casa e scuola più sicura, in orari differenziati. E' fondamentale, per la sua elaborazione, il confronto con le persone coinvolte, la raccolta delle proposte e dei bisogni del quartiere. Il piano dei tempi fa funzionare meglio una città perché disaggrega, disarticola e decongestiona l'utilizzo dei servizi armonizzandoli: per le donne è uno strumento che può aiutarle a conciliare il tempo di vita personale e privato con quello della famiglia e del lavoro. In riferimento ad un bando del 2004 della Regione Lombardia è stata stilata una graduatoria per la concessione di contributi agli enti pubblici per l'elaborazione dei piani territoriali degli orari. Ci sono alcuni comuni della provincia, tra i quali Bergamo, Legnano, Bollate, ma non Milano. Non so se è perché non ha presentato la domanda e non è stata ammessa o se non ha neanche pensato di presentarla. Il che denoterebbe una certa indifferenza a questo tipo di tematica. In Italia sono ancora poche le città che si sono dotate del piano dei tempi. Tra queste: Cremona, Torino, Firenze, Prato, Bolzano, con l'istituzione della banca del tempo e della figura del mobility manager. Firenze e Genova rappresentano buone pratiche del bilancio di genere.

 

Il diritto di voto amministrativo ai migranti è una proposta che per molti cittadini milanesi suona inaccettabile. Come li convincerebbe?

I cittadini migranti in questo momento contribuiscono moltissimo a quanto questa Città produce, al suo welfare e a migliorare la vita delle donne. Il servizio di cura nelle nostre famiglie è supportato da queste persone che si prendono cura dei nostri figli e genitori lasciando spesso i loro nel Paese d'origine. Pagando le tasse, lavorando, partecipando alla vita e contribuendo al benessere di questa città, rendendola migliore, hanno il diritto di scegliere chi li rappresenta. Chi risiede a Milano, che venga da lontano o da vicino, è cittadino a tutti gli effetti, per cui credo sia superfluo ricorrere ai soliti argomenti. Forse ci dimentichiamo che anche noi siamo stati migranti e non siamo stati accolti, non abbiamo avuto diritti. Mio padre è marchigiano: arrivato qui a 20 anni ha potuto frequentare le scuole serali e iscriversi all'università. Milano allora era molto accogliente. E poi bisognerebbe andare un po' oltre il discorso dell'integrazione che dovrebbe essere il requisito minimo: bisognerebbe riuscire a parlare di interazione e di possibile scambio tra culture. Ci sono ragazzi di seconda generazione nati e cresciuti qui, che hanno frequentato le nostre scuole con risultati spesso migliori dei nostri figli, si sentono cittadini di questa città e vorrebbero una prospettiva diversa. Non credo che ci sia bisogno di diritti speciali: il diritto di voto non è un lusso, una cosa che concediamo a qualcuno. Chi è cittadino effettivo di questa città in cui studia, vive, lavora, produce e consuma, perché non dovrebbe avere diritti come tutti gli altri? I migranti hanno diritto di prendere coscienza e consapevolezza e di esprimere una propria idea di rappresentanza. Siamo cittadini del mondo. Milano non è la capitale della Padania, Milano è città dell'Italia e una città del mondo perché vivono tante razze che stanno imparando a convivere, condividendo diritti e doveri.

 

A quale città italiana o europea vorrebbe che Milano somigliasse e perché?

Mi vengono in mente Londra e Berlino perché non sono città tanto diverse da Milano e hanno attuato una politica di mobilità sostenibile e di riduzione dell'inquinamento molto efficace; le loro politiche culturali sono ad ampio raggio (ciò le porta ad essere delle capitali europee e non provinciali come Milano) e politiche giovanili molto forti, di incoraggiamento alla residenza, che affrontano la questione della casa ai giovani. Per l'infanzia penso ai paesi del Nord: a Copenaghen o alla Svezia, dove, per esempio, i congedi parentali in molte città sono obbligatori, dove un padre si prende il permesso di stare con i propri figli e la rappresentanza femminile nelle istituzioni a volte supera quella maschile. In Italia, a Torino, l'amministrazione Chiamparino ha fatto cose molto importanti anche sul fronte della città per bambini, Torino è una delle città amiche dei bambini. Pur non essendo comparabili per dimensioni penso anche a Reggio Emilia e alle città emiliane per le politiche per l'infanzia.

 

Perché si candida per il PD? Non le sembra che a livello nazionale la sua posizione sia troppo debole o troppo schiacciata sull'antiberlusconismo?

Bisogna cominciare a pensare al PD guardando alle persone che lavorano nelle realtà locali, che sono tante. Ridurre la politica attuale del PD all'antiberlusconismo penso sia molto limitativo. Abbiamo politiche sul lavoro e sulla scuola alternative a quelle dell'attuale governo: il problema è forse la poca visibilità su questi temi. La scommessa del PD è ancora aperta: è quella di un partito in cui convivono anime diverse, in cui c'è molto ascolto di tutto quello che proviene dal mondo reale e che non è legato esclusivamente ad una storia e ad una tradizione di partito. Questa era la scommessa del partito di Veltroni. La presenza di figure come quella di Ignazio Marino, che costringe non solo il PD ma la tutta sinistra e la società civile a riflettere su tematiche di cui spesso è difficile parlare perché toccano la coscienza individuale (come i diritti di vita, di morte, di convivenza, di civiltà, di accoglienza) è una delle garanzia di libertà di questo partito. Il problema della sinistra è quello di essere pronta a condividere un programma, un progetto alternativo di governo, a livello locale e nazionale. E solo in un secondo momento potrà pensare alle alleanze. Occorrerebbe anche un confronto con chi opera nelle istituzioni locali, che costringerebbe a confrontarsi con politiche nuove e diverse, portando apertura e rinnovamento.

Ultimo aggiornamento Domenica 08 Maggio 2011 21:12

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