
La strategia dell’amministratore delegato di FIAT si va delineando sempre più chiaramente e, a dar credito alle indiscrezioni trapelate, la strada intrapresa condurrà la società torinese molto lontano dalla sua regione di origine. Il lavoro di Sergio Marchionne procede senza sosta e il governo italiano rischia di raccogliere frutti molto amari
Novembre 2010, Gianfranco Fini va in televisione a leggere una struggente lista di valori della destra. Marzo 2011, il suo vice, Italo Bocchino, ospite di un talk show, traccia una volta di più il percorso di una nuova destra tutta protesa a superare Berlusconi e il berlusconismo. Due episodi divisi da alcuni mesi e numerose lotte politiche, accomunati non solo da coincidenze (due trasmissioni diverse ma sempre Fazio a fare gi onori di casa) ma anche da un altro elemento: mentre alcuni parlano e progettano, altri decidono. C'è una destra, infatti, che governa realmete il paese. Una destra che si riconosce pienamente nell’operato di Sergio Marchionne. E non è la congettura di qualche giornalista fazioso. Basta rivedere le dichiarazioni dei politici afferenti all’area di governo per farsene un’idea: ancora a dicembre 2010, in attesa del referendum di Mirafiori, il Presidente del Consiglio definiva "storico" l'accordo raggiunto dall'Ad della FIAT con una parte dei sindacati , sottolineando come molti dei problemi sollevati da Marchionne siano veri e quanto sindacati e costo del lavoro mettano in difficoltà gli imprenditori italiani. Il giudizio di Berlusconi, nella sostanza, era quindi positivo. Come mai tutto questo affetto? A ben guardare, le ragioni non mancano.
SINDACATI E CONFINDUSTRIA – Mentre l’Ad della Fiat rivoluzionava i rapporti sindacali, la politica si teneva in disparte. Quando finalmente il Governo si è deciso ad intervenire lo ha fatto soprattutto per lodare l’operato del manager, salutato come alfiere dei tempi moderni e dimostrando quanto il silenzio non fosse indifferenza quanto, invece, una silente approvazione. Un atteggiamento che non deve sorprendere: al di là di riflessioni semplicistiche e facili battute sui valori della destra, nel seguire la sua linea d’azione Marchionne è arrivato allo scontro frontale con due soggetti ostici per il governo Berlusconi: i sindacati, o almeno quella componente da sempre più che attenta a ogni ipotesi di cambiamento, e la Confindustria che, sotto la guida di Emma Marcegaglia, si è mostrata in più di un’occasione critica verso l’esecutivo. Nulla di strano, quindi, che il governo guardasse con favore all’operato di un manager che lavorava per assicurare il futuro della principale industria manifatturiera del paese e, nel farlo, indeboliva due interlocutori scomodi per la classe dirigente al potere.
USA – Le cose si sono complicate quando Marchionne ha cominciato a parlare di testa e cuore del gruppo, paventando lo spostamento della sede legale da Torino a Detroit. A quel punto, nemmeno i politici italiani hanno più potuto fare finta di niente. Anche in questo caso, sono le stesse parole dei protagonisti a essere chiare: “Il governo si augura che la Fiat mantenga le promesse sugli investimenti in Italia" ha dichiarato a dicembre 2010 il ministro per lo Sviluppo Economico, Paolo Romani, che ha poi sottolineato come il governo non possa "che guardare con attenzione al processo sulle rinnovate relazioni industriali, augurandosi che le promesse dell'ad Marchionne siano mantenute“. Parole che hanno fatto da preludio ad un incontro tra l'esecutivo e i vertici del gruppo torinese. Messo per una volta da parte il maglioncino, Marchionne si è presentato in febbraio davanti alla Commissione attività produttive in giacca e cravatta. Il risultato di questo incontro, al di là delle dichiarazioni di rito, è stato inesistente. La FIAT va avanti per la sua strada, senza che il governo italiano abbia potuto mettere sul piatto qualcosa, sotto forma di incentivi o moral suasion, in grado di fargli seriamente cambiare idea. La versione ufficiale è che il colosso industriale siano pronta a fare massicci investimenti, ma i tempi e l’origine di questi fondi restano immersi nel più profondo mistero.
MARCHIONNE – E' il caso di sgomberare il campo da un grosso equivoco. Sergio Marchionne sta solo facendo il suo lavoro: produrre profitti. Che riesca a conseguire l’obiettivo sfornando auto di qualità o lucrando sulla pelle dei suoi dipendenti, sposta la discussione su un piano morale che, per quanto legittimo, non deve far perdere di vista il quadro generale. Le azioni di un AD hanno pesanti ripercussioni sul contesto sociale nel quale opera, ma questo non comporta in maniera automatica nessun obbligo. Non è un caso se quei grandi capitani di industria che prestavano attenzione alle conseguenze, non solo economiche, delle loro scelte (e l’Italia ne ha prodotti di grandissimi) erano definiti “illuminati”. Non è compito dell’imprenditore occuparsi della collettività, ma della politica. Ed è alla politica che bisogna chiedere conto di questa situazione.
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