Roberto Saviano ha la morte addosso da cinque anni, ma quando te lo trovi di fronte, con quel sorriso tenero, innocente e luminoso, ti rendi conto che ha scelto di lottare veramente per la vita. Una vita che per Saviano significa la missione della parola, del racconto, della testimonianza che ha il potere di cambiare le cose.
MILANO - Si è concesso con tutto se stesso, Roberto Saviano, ai numerosi e affettuosissimi lettori che la sera del 2 marzo hanno affollato la libreria Feltrinelli di Piazza Piemonte a Milano per assistere alla presentazione del suo nuovo libro. “Vieni via con me” è una raccolta degli otto monologhi che lo scrittore di Casal di Principe ha recitato davanti a milioni di telespettatori nella trasmissione omonima condotta su Rai Tre insieme a Fabio Fazio.
Ha moderato l'incontro Daria Bignardi, che proprio nel 2006 ha ospitato a “Le invasioni barbariche” un allora giovanissimo e semisconosciuto Roberto Saviano, fresco autore di “Gomorra”, il libro sulla camorra che gli ha procurato, insieme al successo, una sentenza di condanna a morte emessa dai boss campani. La celebre conduttrice ha ricordato che alla fine dell'intervista il giovane e spaesato Roberto, “con un maglione arancione orribile”, ha letto un passo di Gomorra ed è lì che, secondo la Bignardi, è uscito “il grande scrittore, che sa comunicare ciò che scrive con intensità”. Ha pescato ancora dai ricordi, Daria Bignardi, quando ha raccontato di un pranzo con Saviano a Castel dell'Ovo: mentre i due si gustavano una squisita frittura di pesce, ecco che “Roberto tira fuori e mi fa vedere foto di persone morte ammazzate dalla camorra”. E' il sintomo di quella passione, quell'ossessione di raccontare che infiamma quotidianamente lo scrittore di Casal di Principe e che gli fa affrontare sprezzante una vita d'inferno, fatta di continui spostamenti, di lontananza dalla propria amatissima terra, di minacce, di complicazioni continue anche nell'affrontare i più normali impegni di lavoro.
Quando Roberto Saviano prende la parola, nella libreria gremita di gente piomba il silenzio. Un silenzio commosso, grato, avido di quelle parole che oggi in Italia è sempre più raro sentire.
E il discorso volge immediatamente all'avventura televisiva che lo ha visto protagonista quest'inverno, con un grandissimo successo tra il pubblico, ma anche tante polemiche e ostacoli da superare. “Quando i miei monologhi sono arrivati sui tavoli dei dirigenti Rai sono iniziati i problemi”, racconta Saviano, “perché il fatto che si parli di certe cose a un gran numero di persone, che si cerchi di rendere il messaggio trasversale, crea paura, fastidio, sospetto. Oggi non possono più costringerti a tacere, ma cercano di farti abbassare la voce per poterti poi dire, hai visto? Non interessi a nessuno. Quando abbiamo proposto il progetto di Vieni via con me ci è stato detto: cultura in tv? Bello, ma ci vogliono anche i numeri. Ebbene, quando abbiamo battuto nello share la partita di Champions League, Masi ha detto: vabbè i numeri non sono mica tutto”. E alla domanda che forse può sorgere spontanea, ossia se valga la pena rischiare la vita semplicemente per raccontare, per dire qualcosa, Saviano risponde che “oggi in questo Paese le parole sono pericolose, soprattutto quando vengono ascoltate e diffuse. Stasera sono contento di essere qui in libreria perché sono pericoloso”. Ecco, un uomo condannato a morte dice di sentirsi pericoloso perché può parlare.
Alla domanda di Daria Bignardi su come abbia iniziato a scrivere, Saviano racconta di aver composto, ancora adolescente, un racconto ispirato allo scrittore che più ammirava, Tommaso Landolfi. La risposta dell'editore, in tre righe che Saviano racconta di aver portato nel portafogli come una reliquia per anni, diceva: “Caro Roberto Saviano. Ho letto il tuo racconto. E' una stronzata. Però mi piace quello che scrivi. Affacciati alla finestra, guarda quello che c'è fuori e raccontalo, invece di descrivere quello che hai dentro”. Suona quasi come un'investitura, questo messaggio. Il giovane Saviano comincia a guardarsi intorno e a rendersi conto che la sua terra, bellissima e martoriata dalla criminalità organizzata, ha tante storie da raccontare. All'inizio non è facile, perché la verità è che le vicende di camorra non interessano a nessuno. Poi il successo di Gomorra, la fama, la sentenza di morte, l'inferno di una vita sotto scorta. Perché tutto questo? “In Gomorra mi limito a citare nomi, storie, fatti contenuti nelle carte della magistratura. Dunque potenzialmente a disposizione di tutti.” spiega Saviano “Ciò che rende Gomorra scomodo è il fatto che queste cose vengano diffuse e conosciute dalla gente”.
Sull'attuale situazione politica e mediatica dell'Italia, Saviano si rifà al concetto di macchina del fango con il quale ha aperto la prima puntata di Vieni via con me. “Oggi la tendenza è quella di delegittimare chi critica il governo. Il meccanismo è molto semplice: prendono un fatto privato, lo rendono pubblico e cercano di trasformarlo in reato per spingerti a credere che se quello che hanno commesso loro è un illecito, allora lo è anche il tuo fatto privato. L'obiettivo è quello di dimostrare che siamo tutti uguali, tutti la stessa schifezza, dunque nessuno può permettersi di criticare”. E il dato preoccupante è che il metodo utilizzato dalla stampa filogovernativa, che Saviano definisce “racket dell'informazione”, è lo stesso della mafia: Don Peppino Diana, racconta, è stato ammazzato dalla camorra e successivamente diffamato sui giornali con la storia secondo cui sarebbe stato ucciso perché non aveva restituito delle armi che gli erano state date in custodia da un clan.
Roberto Saviano parla anche della sua vita, una vita sotto scorta e lontana dalla sua terra, dove può rientrare solo raramente. E quando torna si trova oggetto di sentimenti contrastanti, ma comunque fortissimi: “C'è chi mi urla dietro che sono io la vera spazzatura di Napoli e chi mi abbraccia così forte da farmi sentire la schiena scricchiolare. Qualcuno mi accusa di non essere credibile perché ancora non mi hanno ammazzato”.
Il pensiero va dunque alle misure di protezione che gli sono state concesse cinque anni fa: “Lo Stato, proteggendo me e altri che si trovano nella mia stessa situazione, preserva le nostre vite e soprattutto la libertà di parola. Ma per creare le condizioni affinché non ti uccidano, la scorta non basta. Bisogna investire la persona di luce, fama, insomma, renderla un'istituzione. Sia chiaro, non pretendo di avere il consenso di tutti, perché il dissenso è una delle più grandi ricchezze di cui uno scrittore possa disporre, ma quello che mi fa soffrire è la cattiva fede, la facilità di giudizio, questo senso di accerchiamento”. Roberto Saviano coglie allora l'occasione per rispondere a quanti lo criticano di sfruttare la sua posizione “speciale” per arricchirsi: “Se guadagni perché ciò che scrivi critica il governo allora ti dicono che critichi per guadagnare. Questo significa allora che uno è legittimato a guadagnare solo se scrive a favore del governo?”. Più volte accusato di avere diffamato l'Italia parlando di camorra, Saviano risponde che “Dire che la mafia esiste anche a Milano non è offendere, ma avvertire che la criminalità organizzata può giungere ovunque, che nessuno deve sentirsi al sicuro. Parlare di mafia non significa diffamare l'Italia, significa piuttosto dire che l'Italia è ben altro e che questo altro deve emergere attraverso la predisposizione di un percorso alternativo alla criminalità basato sul talento e sul merito. Bisogna fare in modo che che non diventare mafiosi non sia solo giusto, ma sia considerato anche conveniente”.
Ed è proprio il racconto che, oltre a costituire la missione della sua vita, costituisce già, per Roberto Saviano, un modo per cambiare le cose: “Io sono convinto che oggi una persona che legge, che approfondisce, che vuole capire, già sta trasformando il Paese. È solo attraverso l'approfondimento e l'interesse privi di posizioni ideologiche che è possibile sconfiggere il racket dell'informazione. Raccontare significa non subire: è per questo che credo ne valga sempre la pena. Dire è già fare. Io ci credo”.
E noi italiani ci crediamo?
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