Le recenti accuse mosse al Cavaliere rappresentano un nuovo filone per la sua già non trascurabile storia di indagato. Quello che sorprende in questa vicenda non è tanto il suo atteggiamento di fronte alle accuse quanto, invece, il contegno di una precisa parte dell'elettorato e del Paese, che dovrebbe mettere la morale ancora prima delle considerazioni politiche e giudiziarie.
Silvio Berlusconi è nell’occhio del ciclone e, mentre i magistrati indagano, da più parti si invocano le sue dimissioni: uno scenario già visto, un copione già recitato anche per quanto riguarda le reazioni del diretto interessato. Anche questa volta, infatti, il Cavaliere non vuole nemmeno sentire parlare di dimissioni e, anche in questa occasione, parte integrante della sua difesa è l’attacco, rivolto a tutti quelli che si stanno interessando, indebitamente secondo lui, delle sue vicende personali. In un gioco delle parti oramai usurato, c’è almeno una cosa che sorprende, ed è l’atteggiamento di una parte importante dell’opinione pubblica.
INNOCENTE – Questo discorso necessita di una premessa: Silvio Berlusconi è innocente fino a prova contraria. Le indagini, perché di questo si tratta ancora, accerteranno la rilevanza penale o meno delle sue azioni e, secondo la legge italiana, un imputato è innocente fino a quando viene dichiarato colpevole. Questa vicenda ha però un altro possibile approccio, quello morale. Un aspetto che dovrebbe avere il suo peso in un paese come l’Italia, in cui un partito di chiara ispirazione cattolica ha governato per più di quarant'anni e in cui, ancora oggi, i politici cercano di conquistare l'approvazione della Chiesa e con essa i voti di una larga parte dell'elettorato. Un’aspirazione che si ripercuote evidentemente sulle scelte di governo: un paese contrario alle coppie di fatto perché vuole difendere la famiglia tradizionale è il diretto discendente di quello stesso paese che aveva votato per l’abolizione delle case di tolleranza. Un paese, insomma, in cui l’opinione della chiesa è pesante e ascoltata. Un paese che, alla prova pratica, dimostra di avere grandi slogan da gridare ma una morale a corrente alternata. Sono molti gli alibi che si possono invocare, passando dal pessimo esempio di grandi uomini nei secoli alla difesa del diritto alla privacy. E la risposta, in entrambi i casi, deve essere no. Decisamente no. E non (o non solo almeno) perché il privato di un uomo di Stato è automaticamente pubblico, ma perché per un cattolico essere rappresentato da un uomo che nella sua vita quotidiana tradisce quei valori che in pubblico protegge dovrebbe essere una condizione inaccettabile. L’asticella della decenza era già stata abbassata con la tolleranza per i politici divorziati, ma il discorso si è fatto surreale. Dove sono i cattolici? Perché tollerano tutto questo?
PERSONALISMO – Oltre alle domande senza risposta, retoriche o meno che siano, questa nuova vicenda fa emergere di nuovo e in tutta la sua potenza i limiti di un sistema troppo personalistico: nessuno può costringere Berlusconi alle dimissioni. In condizioni normali, il partito di appartenenza esigerebbe dimissioni e chiarezza, come è successo, per molto meno, per gli scandali personali che hanno riguardato Piero Marrazzo e Flavio del Bono. Ma in un partito azienda questa eventualità semplicemente non esiste: il leader non rappresenta il partito, lo incarna. E se questo leader è anche in grado di avere una maggioranza in parlamento, la sua posizione è inattaccabile. Questo Berlusconi lo sa, e non solo lui: tutti coloro che continuano a invocare le sue dimissioni parlano per riempire lo spazio mediatico, ma sanno bene di non avere nulla su cui fare perno. In un sistema come questo gli unici a poter influire sono gli elettori, ed è appunto di questo che si sta parlando: dove sono finiti tutti quelli che, fino a ieri, sbandieravano gli stendardi della religione e della morale? Non si parla di eutanasia in questa occasione, ma la morale non funziona così: non si può semplicemente decidere quali precetti osservare e quali no.
L’OPPOSIZIONE – Questa ulteriore vicenda, morale prima che giuridica, offre alle opposizioni un nuovo argomento per chiedere le dimissioni del premier. Opzione che, come si è già chiarito, è piuttosto inverosimile, e che non fa altro che arricchire il chiassoso e inconcludente circo mediatico della politica. Se i leader oggi lontani dagli scranni del governo dovessero stufarsi di stare seduti sulla riva del fiume ad aspettare e volessero invece lanciare una seria provocazione, ecco una proposta per loro: un nuovo referendum sulle case chiuse. Un tema sensibile per scuotere un po' l'elettorato, un banco di prova per la morale tentennante di questo paese.
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