Al termine di una giornata a dir poco convulsa, la mozione di sfiducia nei confronti del governo non è passata, confermando che la sicurezza della vigilia ostentata da Silvio Berlusconi non era solo pretattica. Molte sono le valutazioni da fare, ma è indubbio che il grande sconfitto di questa vicenda sia il terzo polo e, in particolare, Gianfranco Fini.
Il Parlamento si è espresso, e la sua voce è stata favorevole a Silvio Berlusconi. Il 3 dicembre scorso, 85 membri della camera dei deputati hanno depositato, ai sensi dell’articolo 94 della Costituzione, una mozione di sfiducia nei confronti del governo: da qui bisogna partire per comprendere davvero quanto accaduto il 14 dicembre scorso a Montecitorio. L’ordinamento italiano prevede due tipi di voto in grado di assicurare o meno la sopravvivenza di un esecutivo: il primo, il voto di fiducia, è richiesto dallo stesso governo e ne certifica la maggioranza in Parlamento. Il secondo, la cosiddetta mozione di sfiducia, viene richiesta invece con l’intento di far decadere l’esecutivo in carica. Per far ricorso a questo secondo strumento, è necessaria la firma di almeno un decimo dei membri del ramo del Parlamento in cui viene proposta.
MOZIONE DI SFIDUCIA – La votazione del 14 dicembre era del secondo tipo. Alla Camera la cosa colpisce particolarmente, sia perché la votazione si è conclusa sul filo di lana, sia perché si sono pronunciati a favore del governo alcuni degli stessi firmatari della mozione di sfiducia. Uomini e donne che, nel giro di dieci giorni, hanno cambiato idea votando oggi, in pratica, contro se stessi e risultando decisivi. Pesa davvero molto, in questo senso, la decisione di Catia Polidori e Anna Maria Siliquini: la loro scelta, unitamente a quella di Silvano Moffa (che si è astenuto ed ha annunciato l’uscita da FLI) sancisce una spaccatura tra le fila del neonato partito di Fini. Per il Presidente della Camera, la magra consolazione che, contro la mozione di sfiducia, si sono espressi anche gli ex PD Calearo e Cesario, oltre agli ex IDV Scilipoti e Razzi.
FLI E TERZO POLO – Nell'introduzione si è detto senza mezzi termini che il grande sconfitto di oggi è Gianfranco Fini, un’affermazione che è possibile giustificare da punti di vista differenti. Innanzitutto, Berlusconi è uscito indenne dal voto parlamentare convocato per decretare la fine del suo esecutivo. Ma, soprattutto, FLI non ha seguito il suo fondatore con la compattezza che era logico aspettarsi. Il partito, nato proprio dall’impegno di quanti si sentivano delusi da Berlusconi e dalla sua attività di governo, si è mostrato piuttosto fragile. In prospettiva, è questo secondo aspetto che dovrebbe far pensare di più Fini: nonostante l’eroica presenza in aula delle parlamentari in gravidanza, Giulia Cosenza, Federica Mogherini e Giulia Bongiorno, il suo partito si è spaccato al primo banco di prova. Presentando la mozione di sfiducia (insieme a UDC, API, MPA e LIB-DEM) Fini ha dato seguito in maniera coerente al suo discorso a Bastia Umbra del 7 novembre scorso, quando aveva parlato senza mezzi termini della necessità di superare il berlusconismo. Una coerenza che i suoi uomini (e donne), invece, non hanno dimostrato. Parlamentari che, è opportuno ribadirlo, avevano di propria iniziativa seguito solo pochi mesi fa il Presidente della Camera fuori dal PDL, in aperta critica a Berlusconi.
BERLUSCONI – Il Presidente del Consiglio, invece, esce malconcio ma indenne da questa giornata. Prima di tracciare scenari e strategie più o meno possibili bisogna chiarire bene questo punto: Berlusconi ha riportato una vittoria. Il margine molto basso, oltre ad aver suscitato le note polemiche sul modo in cui la maggioranza è stata raggiunta, apre un ampio ventaglio di possibilità, ma il dato di fondo resta: il Cavaliere ha rintuzzato, in Parlamento, l’affondo di Fini e di quella parte dell’opposizione che ha iniziato a farsi chiamare terzo polo. Ed è un Berlusconi chiaramente vittorioso quello che si concede ai giornalisti dopo essere stato al Quirinale, a rendere conto al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Il luogo scelto per parlare alla stampa e fare le sue valutazioni è, come sempre più spesso accade ormai, più vicino alla sua sfera personale che alle sedi istituzionali: il tempio di Adriano, sede prescelta per la presentazione dell’ultimo libro di Bruno Vespa (edito dalla Mondadori). È un Cavaliere a tutto campo quello che risponde ai giornalisti: l’immagine che passa dalle sue parole è, come sempre, quella di un governo totalmente proteso verso il fare. Un governo efficace, ostacolato da burocrati che non riescono nemmeno ad eseguire delle istruzioni o a portare a termine gli impegni che prendono. Con quest'analisi, condita dalle immancabili accuse ai governi precedenti, liquida la questione dei rifiuti di Napoli, e con lo stesso stile respinge tutte le critiche rivolte al suo esecutivo negli ultimi mesi. Una ricostruzione che riduce il voto di oggi ad una sorta di trappola, ordita da un gruppo di uomini invidiosi, che tentano attraverso delle oscure manovre di ottenere quei risultati che la sua presenza in politica gli preclude. Personaggi di cui parla in generale, concedendosi un solo nome e cognome: Gianfranco Fini.
BIZANTINISMI – Alle domande sul futuro del governo, vincitore ma con una maggioranza molto risicata, Berlusconi risponde sfoderando un copione già letto: c'è la necessità di allargare la maggioranza, ma lui ha ricevuto un mandato direttamente dagli elettori, per questo rifugge da tutti quei comportamenti che definisce, sprezzante, tipici della “Prima Repubblica”. Un ragionamento con cui si può essere d’accordo o meno, ma che non regge già nella premessa: i voti con i quali, nel 2008, gli elettori lo hanno designato Presidente del Consiglio erano destinati ad un PDL molto diverso da quello di oggi, e hanno creato una maggioranza che, senza Fini, non può che dirsi cambiata. La trattativa di oggi con l’UDC, così come l’offerta fatta a Casini a Luglio di sostituire Fini nel governo (ammessa dallo stesso Berlusconi), ricalcano quindi alla perfezione i bizantinismi di quella stagione politica che il premier, a parole, rifiuta così nettamente.
CONCLUSIONI - Un passaggio chiave si è compiuto, secondo le liturgie di quella Costituzione che il premier non esita a definire vecchia ma che, in ogni caso, detta ancora le regole. In queste righe ci si è attenuti, in maniera quanto più possibile distaccata e veritiera, a quanto avvenuto in Parlamento ma, almeno in chiusura, non si possono non notare con preoccupazione le numerose zone d’ombra che, anche in questa occasione, hanno accompagnato la politica nostrana. Una politica, peraltro, che ha celebrato i suoi riti mentre, fuori dai palazzi del potere, delle manifestazioni autorizzate degeneravano in una violenza con pochi precedenti nella storia recente: eventi che dovrebbero far riflettere e di cui, si spera, qualcuno sarà chiamato a rispondere. Le scene di guerriglia hanno cancellato il senso di queste dimostrazioni, che non si stavano svolgendo soltanto a Roma e che contestavano in maniera dura, ma pacifica, l’esecutivo. Berlusconi ha riportato indubbiamente una vittoria il 14 dicembre, ma smaltita l’euforia si troverà ancora davanti un paese nervoso e in difficoltà. Una realtà difficile da governare con due deputati di maggioranza.
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