Con una uscita di cattivo gusto, il senatore a vita Giulio Andreotti ha confermato di possedere la capacità di produrre battute fulminanti, riuscendo questa volta a condensare in un’unica affermazione cinquanta e più anni di omicidi di leali servitori dello Stato. Un argomento che torna di scottante attualità dopo l'agguato in cui ha perso la vita Angelo Vassallo, sindaco di Pollica, che va ad aggiungersi a un lungo elenco. Persone che rischiano di essere dimenticate a favore di modelli di comportamento decisamente discutibili. Eroi silenziosi cui sono dedicate queste righe.
“Se l’è andata a cercare”. Una frase chiara e lapidaria che lascia di sasso per la sua crudezza. E ancora di più, a pensarci bene, per la profonda verità che contiene. Andreotti non smentisce la sua fama e anche questa volta regala una frase da ricordare, che non ha nulla da invidiare dal punto di vista dell’incisività ai suoi vecchi e celebri aforismi. Niente arguzia o malizia: il Senatore a vita dimostra in questo caso una conoscenza perfetta della storia della Repubblica Italiana. Un dato che non può sorprendere, avendola egli vissuta in prima persona praticamente tutta, protagonista o spettatore privilegiato delle stanze del potere. Decenni in cui è possibile rintracciare un numero sorprendete di episodi che vedono come protagonisti leali servitori dello Stato, assassinati perché il loro onesto lavoro metteva a rischio interessi ingenti quanto torbidi.
VASSALLO MA NON SOLO – Cinquantadue anni di vita della Repubblica Italiana condensati in un’unica frase: Andreotti si riferiva ad Ambrosoli, il liquidatore designato della banca di Sindona, ucciso perché scomodo, condannato perché incorruttibile, raggiunto da sette colpi di pistola perché la violenza era l’unico modo per porre fine alle sue azioni. È incredibile, però, quanto bene questa affermazione si adatti a molti altri illustri omicidi: i Falcone, i Borsellino, i Chinnici e tanti, tantissimi altri. Un’ampia e variegata galleria di personaggi che "se la sono andata cercare", assassinati per aver fatto il loro dovere nell’interesse della collettività, servitori di uno Stato che li ha spesso abbandonati. Una descrizione in grado di attraversare i decenni rimanendo sempre valida, perfetta anche per un ben più recente episodio: il 5 settembre 2010 Angelo Vassallo, 57 anni, sindaco di Pollica (Puglia) è stato assassinato con nove colpi di pistola, vittima di un agguato in perfetto stile camorristico. Ampia e variegata la lista delle colpe che possono avergli causato questa punizione. Secondo le forze dell’ordine, Vassallo stava scontentando molti con la sua ossessione per la salvaguardia del territorio e le sue battaglie per la legalità. Angelo Vassallo, l’idealtipo di quello che “se l’è andata a cercare”.
LE ISTITUZIONI – Vassallo va ad aggiungersi a un elenco che, purtroppo, si potrebbe allungare all’infinito. Basterebbe aggiungere, ad esempio, i nomi dei giornalisti uccisi per aver smosso con il loro lavoro delle acque troppo torbide. Una finestra che in questa sede non si vuole però aprire: queste righe sono per lo Stato, per quelle tutti quelli troppo occupati a decidere la sorte di un governo o il destino di una poltrona per rendere il dovuto omaggio ai propri rappresentanti. Significativa, infatti, la reazione delle Istituzioni: niente (doverosi) lutti o presenze in massa al funerale. Troppo più importante il dibattito sull’andare o meno alle elezioni anticipate, il quotidiano spettacolo di miopia e autoreferenzialità che va in scena nei palazzi romani. Alle esequie, qualche esponente del Governo, una buona presenza dei leader dell’opposizione e niente altro. Un atteggiamento difficile da spiegare e da accettare, degna conclusione di una vicenda che dimostra una volta di più la validità della tesi di Giulio Andreotti.
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