Il debito pubblico italiano è il più elevato d’Europa e uno dei maggiori al mondo: come si è formato? In che modo questa imponente mole di debiti è legata alla dinamica dei cosiddetti “bamboccioni”? Domande solo in apparenza banali, cui vale la pena tentare di rispondere: spiegare i problemi di una generazione riducendoli ad un’unica causa sarebbe di certo limitante, ma il discorso vale la pena di essere approfondito. Specie quando l’argomento è così importante e così poco conosciuto.
L’Italia è il paese con debito pubblico più alto d’Europa, il terzo del mondo. Una massa imponente di debiti che grava sulla collettività, sia sotto forma di maggiori imposte che sotto quella di minori possibilità di investimento e spesa per lo Stato. Ma come si è formata questa imponente mole di debiti? Il grafico nella foto (tratto dal sito della Banca d’Italia) prende in considerazione l’andamento storico del debito italiano a partire dall’unità. Ai fini del ragionamento, il discorso può essere limitato al secondo dopoguerra. Sarebbe lecito aspettarsi che, in un paese povero di risorse come il nostro, il debito sia stato necessario per finanziare l’industrializzazione. Insomma, il cosiddetto “miracolo economico” potrebbe essere stato basato su un grosso incremento dei debiti dello Stato. Ma non è così: negli anni ’60, l’Italia era un paese virtuoso nei bilanci, al punto che nel 1960 la lira fu premiata come la moneta più stabile: l’inflazione era prossima allo zero e il paese viveva una delle stagioni più frizzanti della sua storia. L’Italia visse appieno quel periodo di crescita economica generale che è ricordato come “trentennio d’oro” (dalla fine della seconda guerra mondiale alla metà degli anni ’70), passando dalla condizione di paese agricolo a quello di potenza industriale, ammessa nel ristretto novero dei grandi paesi.
GLI ANNI '70 – Gli anni della prima grande impennata del debito pubblico. Il paese era attraversato dalle rivendicazioni sociali, la protesta studentesca si andava saldando alle rivendicazioni operaie creando un’atmosfera molto tesa. Erano gli “anni di piombo”, e per superarli i politici italiani fecero una cosa semplice: cominciarono a distribuire soldi. Chiunque avesse delle rivendicazioni otteneva qualcosa: è in questo decennio che inizia il vero dissesto dei conti pubblici italiani, perché la spesa pubblica comincia ad aumentare in maniera vigorosa per assicurare la pace sociale ma, dall’altro lato, la crescita economica del paese subisce un grosso stop. Gli anni ’70 sono infatti gli anni delle crisi petrolifere, un brusco risveglio per tutto l’Occidente dopo trent’anni di crescita ininterrotta e vorticosa. Per i paesi che adottavano una politica di Spesa come quella italiana fu un colpo duro: la minore crescita economica significa meno entrate per lo Stato il che, combinato con un grosso incremento della Spesa pubblica, significa esplosione del debito: lo Stato emette bot (e altri certificati del tesoro) e raccoglie la liquidità di cui ha bisogno per finanziare strumenti perversi come la “scala mobile”. Si fanno i debiti, ma si trasferisce nel futuro la responsabilità di pagarli.
FAVOLOSI ANNI ’80 – Passati gli anni turbolenti della contestazione sociale si è inaugurato il periodo più edonista della storia recente. Gli anni ’80, un periodo di eccessi ricordati ancora oggi con rimpianto e riproposti in varie forme dalla televisione. I tempi non erano più quelli del trentennio d’oro ma non era importante: c’era una nuova generazione di manager d’assalto che volevano tutto, il cui contraltare era una nuova generazione di politici, ansiosi di poter godere dei benefici del potere. Gli anni ’80, che vedono il tramonto dell’esclusività democristiana, sono gli anni della seconda grande impennata del debito pubblico italiano. La più insensata, la più dannosa. L’Italia negli anni ’80 ha conosciuto una grande stagione economica, fondata però in gran parte sui debiti. Non sono mancate le grandi avventure imprenditoriali in questo clima di fermento, ma il risultato finale si riassume nella risposta ad una semplice domanda: cosa è rimasto degli anni ’80? Niente. Lo Stato si è indebitato in una maniera tale da avergli chiuso ogni ulteriore spazio di manovra, ma non lo ha fatto realizzando grandi opere pubbliche, infrastrutture che avrebbero rappresentato in ogni caso un investimento per il futuro. Questo è il dato più incredibile: negli anni ’70 la spesa pubblica era stata un mezzo per mantenere la pace sociale. La scelta del debito, condivisibile o meno, aveva insomma una finalità ben precisa. Negli anni ’80, invece, una montagna di denaro è sparita, un carico insostenibile di debiti sono stati scaricati sulle nuove generazioni e non si trova niente che possa giustificarli.
BABY BOOMERS E BAMBOCCIONI – Una situazione dietro cui si celano le precise responsabilità di una generazione. Chi è nato a partire dai tardi anni ’70 è stato allevato nel mito dei “baby boomers”, la prima generazione postbellica, nata e cresciuta mentre l’Italia veniva ricostruita. Una generazione mitica perché ha dato vita alla contestazione (“il ‘68”), perché ha osato sognare un mondo nuovo, migliore. Bene. Basta uscire per un istante dalla mitologia per scorgere un quadro molto diverso. Chi osserva con uno sguardo disincantato gli avvenimenti può vedere senza fatica la storia di una generazione che ha ereditato dai suoi genitori una potenza industriale e sta lasciando in eredità ai suoi figli un paese indebitato, infiacchito nello spirito e nelle strutture sociali ed economiche. Una cosa che arriva al paradossale: la generazione che si è rivoltata contro i suoi padri non ne vuole sapere adesso di lasciare il posto ai suoi figli, anzi ne mortifica quotidianamente le aspirazioni e, al colmo della beffa, pontifica contro i giovani, definendoli “bamboccioni”. Ogni epoca ha i suoi problemi, ma il confronto è presto fatto: da una parte una generazione cresciuta con la prospettiva del posto fisso, che ha potuto attingere alle risorse dello Stato (la spesa pubblica non riguarda certo solo i dipendenti pubblici), dall’altra i suoi figli, che lavorano in una società che ritiene ormai naturale non pagare le persone che lavorano (gli stagisti) e che hanno il precariato come prospettiva. Una generazione la cui unica possibilità è appoggiarsi alle famiglie e usarne il sostegno, e che per questo viene etichettata con disprezzo: bamboccioni non è solo una denominazione, è un giudizio di merito. E troppo spesso viene usato da chi dovrebbe avere almeno il pudore di starsene zitto.
PRECISAZIONI – Lo scopo di queste righe non è di tracciare il ritratto di una generazione eroica e sfortunata, ma solo di fare alcune precisazioni: sono molti i giovani che sguazzano nel contesto odierno di mediocrità, ma ce ne sono anche molti altri che lavorano duro, frustrati perché il lavoro non basta più per crearsi un’esistenza indipendente. Allo stesso modo, di certo non tutti i “baby boomers” sono stati dei mostri avidi e distruttori: la rabbia è riservata ai baby pensionati, ai falsi invalidi, ai dipendenti pubblici che non lavorano. Insomma, a tutti coloro che si sono ricavati uno spazio vitale sulla pelle dello Stato senza averne il diritto o la necessità. Ma, soprattutto, lo scopo di queste righe era chiarire quanto e perché sia cambiato il contesto in questi decenni.
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