Silvio Berlusconi si è dimesso. Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha scelto come successore l’economista ed accademico Mario Monti. Tutto ciò basterà a risolvere la crisi in cui è piombata l’Italia? Qual è il ruolo che ricopre l’Europa nelle nostre vicende? È evidente che siamo di fronte ad un bivio. Noi italiani e noi europei.
DOPO IL CAVALIERE - La terza dipartita di Silvio Berlusconi da Palazzo Chigi chiude un’era. Le dimissioni dell’ex premier decretano la fine di un protagonismo sulla scena politica italiana durato ben diciassette anni. La “discesa in campo” del 1994, propugnante la rivoluzione neoliberista, ha lasciato più ombre che luci. Ad affermarlo è il teorico del neoliberismo reaganiano, il Professor Arthur Laffer: Berlusconi, dice, «poteva passare alla storia come il leader che aveva salvato e trasformato l'Italia, lanciandola verso il futuro. Non ha avuto il coraggio o la forza di farlo, e per me è stato una grande delusione». Ma criticabile non è solo come il Cavaliere ha gestito economicamente il Paese. Anche i lasciti politico e morale non sono certamente irreprensibili. L’etica della responsabilità ha raggiunto, nella sua parabola, il punto più basso dalle vicende di Tangentopoli. Il trasformismo, caratteristica intrinseca della classe dirigente italiana, ha conosciuto un nuovo acme con il voto di fiducia del dicembre 2010 e la relativa compravendita dei deputati. Tuttavia, appare azzardato lanciarsi ora, e in poche righe, in un giudizio onnicomprensivo dell’esperienza di Berlusconi alla guida dell’Italia: saranno gli storici a giudicare oggettivamente cosa il berlusconismo ha lasciato alla politica nazionale. Chi si appresta a sostituirlo, il bocconiano Mario Monti (già ribattezzato “SuperMario”), non trova certamente di fronte a sé un cammino agevole. La nomina del Professore a capo di un “governo del presidente” non giunge casuale. Il background accademico racconta che i suoi campi di ricerca privilegiati sono le politiche monetaria e finanziaria nonché il funzionamento del sistema bancario. In un ambito più politico, il Professore è stato al centro dell’attività economica della Commissione Europea per un decennio, sin dalla metà degli anni Novanta. Non solo. Ha lavorato per il colosso bancario Goldman Sachs, così criticato dal movimento degli Indignados, e si è recentemente occupato di redigere un rapporto per conto della Commissione Barroso sul completamento del mercato unico europeo. Se l’approvazione della sua nomina da parte di Christine Lagarde, Direttore del Fondo Monetario Internazionale, e del Presidente dell’Unione Europea, Herman Van Rompuy, erano politicamente preventivabili, particolare rilievo assume l’endorsement dell’ex Presidente della Federal Reserve Bank, Paul Volcker, per il quale la scelta di Monti è «promettente. L'uomo conosce i problemi, è molto rispettato a livello internazionale».
ALLA PROVA - Il differenziale tra i rendimenti dei buoni del tesoro decennali tedeschi e quelli italiani, il cosiddetto spread, ha ormai raggiunto i livelli del biennio 1995-1996. Nei soli ultimi quattordici mesi è incrementato di ben quattro punti percentuali. La (s)fiducia dei mercati, seppur non ai minimi storici, è sopra la soglia d’allerta. Non si tratta, però, solo di una crisi congiunturale: è strutturale in termini nazionali ed europei. È l’enorme debito pubblico italiano, pari a circa il 120% del PIL, il vero «mostro del videogame», per dirla alla Giulio Tremonti, che sta ora turbando, come non mai, il sonno degli italiani e degli investitori (e politici) esteri. In altre parole, la preoccupazione riguarda la solvibilità dell’Italia in un sistema già messo sotto pressione dalla crisi del 2008. Non è difficile immaginare che, se Roma (settima potenza economica globale) si dichiarasse insolvente, si innescherebbe una spirale che, sommata alla crisi finanziaria della Grecia, porterebbe al collasso dell’Euro prima e, prevedibilmente, dell’Unione Europea dopo. D’altro canto, è risaputo che il maggiore detentore di titoli pubblici italiani è il sistema bancario francese. Il The Telegraph, prestigioso quotidiano britannico, ha ricordato nei giorni scorsi che «qualsiasi problema dell’Italia è un problema della Francia». Se crolla Parigi, quinta economia al mondo, inevitabilmente crolla l’asse con Berlino: l’unico, vero pilastro che tiene in piedi l’architettura europea. Dunque, il compito cui deve assolvere Monti si inserisce in questo quadro: riformare strutturalmente l’economia italiana e placare la sfiducia dei mercati per contribuire a salvare la moneta unica. Alessandro Plateroti, vicedirettore de Il Sole 24 Ore, ha affermato che circa un terzo dei provvedimenti che il nuovo esecutivo italiano dovrà prendere è già scritto nella lettera d’intenti consegnata dal precedente governo a Bruxelles a fine ottobre. Gli altri due terzi, che inizieranno ad essere elaborati una volta stabilita la composizione tecnica e/o politica del gabinetto di Monti, saranno all’insegna della «equità sociale». «Lo dobbiamo ai nostri figli», ha continuato il neo-premier, «dobbiamo dare loro un futuro concreto di dignità e speranza». Ma basterà la sua azione per scacciare il fantasma del default?
EUROPA - La ventata di freschezza portata dal Professore non potrà che risultare positiva, quanto meno per l’elettorato italiano. Eppure, la soluzione finale non è unicamente nelle sue mani. La crisi del debito sovrano non coinvolge solo i canonici aspetti nazionali dell’economia. Come già accennato, ha importanti implicazioni e ricadute europee (e oltre). È ben risaputo che la difficile situazione in cui versa Roma sia contigua a quella di Atene, seppur non innescata da essa. Così, ben si sa che Spagna, Portogallo ed Irlanda non stanno attraversando una fase florida (eufemismo) per le proprie economie; Dublino ha già visto attuati i primi salvataggi alle sue banche. È dunque complessivamente l’Eurozona al centro del ciclone. Ci si potrebbe domandare se i Paesi che vi appartengono abbiano fatto in passato tutto il possibile per mettere al riparo la moneta unica da simili ondate. I demeriti dei PIGS, con l’aggiunta dell’Italia, sono ben noti: poca crescita, larga disoccupazione, eccessiva spesa pubblica, tassi d’interesse sul debito elevati, etc… Ma che dire delle stesse “virtuose” Francia e Germania, più volte incuranti dei parametri decretati dal Patto di Stabilità sul deficit e sul debito? È la natura di questa Europa con una valuta unica il problema. Il dislivello strutturale tra le economie facente parti dell’Eurozona, in particolare tra i Paesi centro-settentrionali e quelli che si affacciano sul Mediterraneo, è stato esasperato nel corso degli ultimi vent’anni da differenti sistemi fiscali e separate emissioni di titoli pubblici. Inoltre, il metodo intergovernativo, con cui è stata diretta la comunità europea dalla sua fondazione, non appare più idoneo per garantire la stabilità non solo dell’Eurozona, ma anche della stessa Unione. L’ex Primo Ministro britannico, Tony Blair, ha correttamente affermato che «è necessario che l’Unione Europea la sostenga [la moneta unica ndr] e sia pronta a fare in modo che sopravviva». Non è troppo tardi. Ma, sicuramente, siamo di fronte alla disfatta del “funzionalismo”. La teoria per cui l’integrazione economica europea, se proseguita a piccoli passi, avrebbe condotto all’unificazione politica ha fallito. Le vie d’uscite non sembrano essere molte: si può procedere, mediante un’accelerazione comunitaria, verso la federalizzazione d’Europa con una standardizzazione sovranazionale degli strumenti economici, facendo di una minaccia un’opportunità; oppure si può attendere, magari dilatando la dimensione temporale con provvedimenti estemporanei, che il precipizio per i singoli Stati nazionali diventi sempre più profondo. E in tal caso, neppure il nostro SuperMario potrebbe niente contro il mostro del videogioco.
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