Le dimissioni di Cesare Geronzi, cambio di guardia al potere?

Giovedì 07 Aprile 2011 00:00 Pietro Cuomo Local - Economia
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Cesare Geronzi, presidente delle Generali, si è dimesso per evitare il voto di sfiducia del suo consiglio di amministrazione. Un evento che non ha mancato di sorprendere e che, vista la caratura del personaggio, promette forti ripercussioni in futuro. Per il presente, intanto, una domanda: che succederà adesso?

 

Le dimissioni di un manager in Italia sono sempre un fatto eccezionale. Ma se il manager in questione è Cesare Geronzi, la cosa assume proporzioni per le quali non bastano gli aggettivi. In più di 50 anni di carriera "il ragioniere di Marino" ha affrontato ogni genere di situazione e sconvolgimento, in un'ascesa che lo ha portato a essere uno dei personaggi chiave (forse il più importante) del capitalismo italiano. Di certo, quello che sta accadendo al vertice di una delle maggiori aziende nostrane (il primo gruppo per fatturato) avrà pesanti ripercussioni sull'intero sistema finanziario tricolore. Positive secondo molti, di certo inevitabili visto che, a essere messo alla porta, non è stato solo un manager, ma un intero blocco di potere, un modo di fare "sistema" basato ancora sulle logiche relazioni e non sulle relazioni industriali.

DA BANKITALIA ALLE GENERALI - Ricostruire le tappe della carriera di Geronzi significa ripercorrere la storia degli ultimi decenni del sistema finanziario italiano, riflettendo sulla sua evoluzione: Banca d'Italia, Banco di Napoli, Cassa di risparmio di Roma (trasformata dopo una serie di fusioni in Capitalia), Mediobanca, le Generali. Una continua escalation, costruita con abilità e con grande attenzione ai rapporti con il potere in generale e il mondo della politica in particolare: vicino alla DC (area andreottiana) nella prima repubblica, nella seconda Geronzi è da molti identificato come il contraltare finanziario di Berlusconi. E non è difficile capire il perché: nei primi anni '90 fu lui, al comando della Banca di Roma, a guidare lo sbarco in borsa della Fininvest oberata dai debiti, salvando le attività imprenditoriali del Cavaliere ed evitandogli la galera. Nel 2008 fu Geronzi, ormai Presidente del Consiglio di sorveglianza di Mediobanca, a guidare l'ingresso della famiglia Berlusconi nel capitale della banca d'affari. Un obiettivo che dalle parti di Arcore era stato inseguito invano per circa vent'anni. Ma i rapporti con l'attuale Presidente del Consiglio non esauriscono di certo il ventaglio di attività e relazioni che il banchiere ha intessuto negli anni.

NON SOLO BERLUSCONI - Sempre per restare in tema di Seconda Repubblica, Geronzi ha anche guidato la ristrutturazione degli enormi debiti degli allora Democratici di Sinistra. Dallo scranno più alto di quella che sarebbe diventata Capitalia, "Penna bianca" ha cioè lavorato con grande abilità, costruendosi una solida rete di amicizie che trascendevano gli steccati della politica e che gli hanno permesso di restare saldo in sella nonostante il suo nome sia entrato nei principali scandali finanziari degli ultimi anni. Dagli argomenti più complessi e tecnici (la bancarotta Italcase, l'emissione dei bond Cirio e le vicende legate al crack Parmalat) a quelli in apparenza più ordinari (la sua influenza sul mondo del calcio, attraverso l'indebitamento delle squadre, e la GEA World, società di procuratori in cui era presente sua figlia) Geronzi è sempre stato in prima linea, ha subito delle accuse pesanti, ma ha sempre superato i momenti più difficili indenne, continuando anzi la sua scalata. Un caso in particolare merita di essere ricordato.

DIFFICOLTA' - Una delle sue più gravi crisi Geronzi la vive nel 2006, quando la condanna per il crack Italcase gli vale l'interdizione da tutte le cariche societarie. Alla guida di Capitalia si ritrova il solo amministratore delegato Matteo Arpe, giovane e abile manager artefice degli ottimi risultati che la banca poteva vantare. Era un periodo decisivo per le sorti dell'istituto di credito romano, in bilico tra una possibile fusione con Unicredit e un'operazione più articolata, che prevedeva l'integrazione con Banca Antonveneta sotto l'egida di ABN Amro, la banca olandese grande azionista di entrambi gli istituti. Arpe era a favore di questa seconda opzione e stava spendendo le sue energe in questa direzione. Geronzi no. Gli eventi successivi hanno dimostrato chiaramente quale delle due volontà abbia prevalso: reintegrato dal Cda nonostante la condanna, Geronzi ha di fatto messo alla porta Arpe. Quello che era considerato il golden boy della finanza italiana si è ritrovato all'angolo, nonostante un lavoro così ben fatto da meritargli il plauso degli addetti ai lavori e l'appoggio esplicito, con manifestazione di sostegno, da parte dei dipendenti (22 febbraio 2007) per aver "trasformato un baraccone in una storia di successo". La faccenda si chiuderà con una lettera di scuse con cui Arpe evita che il Cda, sotto la pressione di Geronzi, lo privi a forza delle sue deleghe, ma la sua carriera di fatto si arresta.

DIMISSIONI - Episodi come questo aiutano a comprendere l'esatta dimensione del personaggio Geronzi e a spiegare perché le sue dimissioni suonino come un evento epocale. Il voto di sfiducia che si stava per concretizzare è un attacco non solo a lui, ma al sistema di potere che ha ridisegnato l'Italia negli ultimi vent'anni. Un sistema oggetto della dura contestazione di una nuova generazione di imprenditori e manager, che hanno dalla loro le ragioni del mercato e che sono riusciti a convincere personaggi non certo nuovi. Ragioni che gli hanno impedito di chiudere gli occhi davanti alle manovre del Presidente quando queste hanno rischiato di destabilizzare le Generali: il punto di non ritorno è stato raggiunto lo scorso 18 marzo, nel corso di un Cda in cui il vicepresidente Vincent Bolloré ha rifiutato di votare il bilancio, cercando di indebolire la posizione dell'amministratore delegato Perissinotto, una manovra di cui il mandante era chiaro visto che, in caso di successo, l'unico a beneficiarne sarebbe stato Geronzi, da un anno in cerca di un modo per aumentare le sue deleghe nella compagnia assicurativa. Il tentativo è andato a vuoto e ha causato una energica reazione che non ha coinvolto solo personaggi come Diego della Valle (da tempo in rotta con Geronzi) ma si è allargata fino a comprendere Lorenzo Pelliccioli, i tre consiglieri espressione dei fondi di investimento e i due consiglieri di Mediobanca (azionista di riferimento di Generali), fino a uno degli uomini chiave: il vicepresidente vicario Francesco Gaetano Caltagirone. Uomini nuovi e vecchi, insomma, che hanno presentato al Presidente il conto per le sue azioni di questi ultimi mesi. Al di là delle dichiarazioni dei protagonisti, a fornire il giudizio più esplicito sulla vicenda ci ha pensato la borsa: le dimissioni di Geronzi hanno causato un'impennata del titolo, che ha guadagnato il 5% circa dopo l'annuncio. Una reazione che la dice lunga sulla differenza tra le valutazioni politiche e quelle economico-finanziarie. Gli scenari che si aprono dopo questa svolta sono quanto meno incerti, ma per il capitalismo italiano si prospetta una insperata opportunità di voltare pagina.

Ultimo aggiornamento Giovedì 07 Aprile 2011 23:25

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