Le "metamorfosi" di un uomo simbolico

Venerdì 18 Marzo 2011 00:00 Pietro Cuomo Local - Economia
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Salvatore della patria prima, icona delle storture del neocapitalismo aggressivo poi. L’immagine di Sergio Marchionne ha conosciuto una trasformazione a dir poco eccezionale, riassunta e confermata dallo sciopero dei lavoratori impiegati in settori molto lontani da quello dell’auto. Un cambiamento che sottolinea, una volta di più, l’importanza dell’amministratore delegato di Fiat nel panorama economico italiano e la portata delle sue innovazioni

 

A capo della Fiat dal 2005, Sergio Marchionne è riuscito nell’impresa di risollevare un’azienda letteralmente sull’orlo del baratro portandola, di successo in successo, fino ad essere la forza motrice della fusione in corso con l’americana Chrysler. Uno scenario del tutto impensabile solo due anni fa. Per quest’ultima operazione una grossa mano gli è stata offerta dalla profonda crisi dell’industria dell’auto a stelle e strisce, ma la sua abilità è stata ribadita ancora una volta nel progettare e portare a termine questa audace manovra. Mentre continua a mietere successi professionali, però, a livello di immagine Marchionne ha conosciuto una débâcle clamorosa: “l’effetto Marchionne”, dicitura a lungo usata per applaudire l’opera del manager che aveva salvato la Fiat, è ormai sinonimo di un tipo di capitalismo che sembra voler rimettere in discussione i diritti dei lavoratori. Punto di arrivo di questa spettacolare evoluzione è la presenza della sua effige tra le molte contestate lo scorso venerdì 11 aprile, giorno dello sciopero generale di quasi tutti i comparti del pubblico impiego. Perché dei dipendenti pubblici dovrebbero avercela con il dirigente di un’azienda privata?

LA NUOVA FIAT – Marchionne si muove, secondo le sue stesse parole, alla ricerca di una sempre maggiore efficienza e, a questo scopo, sta ridisegnando i rapporti del gruppo torinese con il mondo sindacale. Il suo scopo è ottenere una maggiore flessibilità, l’esempio che porta sono le organizzazioni del lavoro americane che, pur di uscire dalla crisi, hanno accettato incisivi cambiamenti delle condizioni di lavoro, sia sul versante delle retribuzioni che su quello degli orari. Modifiche importanti che l’Ad di Fiat, forte di questo precedente, ha cercato di ottenere anche in Italia. Scontrandosi, come molti prima di lui, contro un muro. Definire la sua reazione come “battagliera” è un eufemismo: convinto che le regole del lavoro tricolori necessitino di una riforma, Marchionne è uscito, seppur temporaneamente, da Confindustria, liberandosi dagli obblighi della contrattazione collettiva, e ha avviato una trattativa del tutto nuova con i sindacati, accettando come interlocutori solo quelli che riconoscevano la legittimità delle sue azioni. Tutto questo ha riguardato le maestranze dello stabilimento di Pomigliano d’Arco in Campania, cui è stato sottoposto il nuovo accordo con lo spauracchio della delocalizzazione in Brasile della produzione. Marchionne è stato infatti molto chiaro: la Fiat è pronta ad investire, negli anni, fino a 20 miliardi di euro per rafforzare la produzione, ma non è detto che gli investimenti siano realizzati in Italia.

MARX – Tra polemiche e manifestazioni, almeno una categoria di persone può trarre beneficio da questa complessa situazione: gli studenti di economia industriale. Per tutti quelli che si stiano dedicando a questa disciplina, è una fortuna poter vedere in azione Marchionne. La sua strategia dimostra, infatti, quanto attuali siano teorie passate ormai quasi nel dimenticatoio. Una, in particolare, torna utile per capire le possibilità offerte dalla globalizzazione: la teoria dell’esercito di riserva, messa a punto dal tedesco Carl Marx. Ridurre il pensiero di un economista e filosofo in poche parole non è semplice, ma questa teoria in particolare ci ricorda come l’esistenza di un gran numero di disoccupati conferisca, all’imprenditore, una forza di contrattazione molto superiore a quella dei lavoratori. Se questi rifiutano l’accordo, infatti, l’azienda non dovrà fare altro che rivolgersi a quella massa di lavoratori potenziali, non impiegati, che pur di lavorare saranno disposti ad accettare le sue condizioni. Il sistema della contrattazione collettiva aveva permesso di superare questo problema, obbligando l’impresa a riservare lo stesso trattamento a tutti i lavoratori che intendeva assumere in un determinato ruolo. Nell’economia odierna, però, esistono le condizioni per spostare la produzione in luoghi in cui il livello medio delle retribuzioni è più basso, riproponendo in una versione inedita lo stesso tipo di problema teorizzato da Marx. La globalizzazione produttiva ha rimescolato le carte e il mazzo è tornato in mano a imprenditori e dirigenti.

SCIOPERO – In quest’ottica, il timore dei sindacati e dei lavoratori è che Marchionne sia soltanto all’inizio e che, spinte dal suo esempio, altre aziende seguano la stessa strada della Fiat. Con questa premessa, si capisce molto meglio perché la folla, lo scorso 11 marzo, abbia inserito il manager italo-canadese tra le vittime da immolare, riservandogli, tra queste, un posto d’onore. Nel comunicato congiunto delle molte sigle sindacali coinvolte si legge, infatti, che lo sciopero è stato organizzato "a difesa dell’occupazione e dei contratti nazionali e lo sblocco dei contratti nel pubblico impiego, contro la precarietà e la delocalizzazione produttiva ed il tentativo di imporre il piano-Marchionne per estenderlo dalla Fiat a tutto il mondo del lavoro".

Ultimo aggiornamento Giovedì 24 Marzo 2011 23:15

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