Tra fondazioni e politica: le banche in Italia

Lunedì 14 Febbraio 2011 12:48 Pietro Cuomo Local - Economia
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Vere protagoniste del sistema economico, le banche sono in grado di influenzare l’economia dei territori su cui operano, promuovendone lo sviluppo o determinandone, con certe scelte, il crollo. Attori fondamentali, di cui non si possono ignorare le caratteristiche. Specie quando assumono, come accade per l’Italia, delle forme "peculiari"

Nate per dedicarsi alla raccolta del risparmio e la concessione di prestiti, le banche si sono trasformate nel corso degli anni. Dei secoli, in realtà, anche se per quanto riguarda l’Italia di oggi, gli eventi-chiave partono da una data molto recente: è il 1990 quando il governo mette mano ad un piano per la loro privatizzazione, che trova espressione nella legge Amato-Carli (Legge n. 218 del 1990). Prima di quella data, le banche erano per la maggior parte pubbliche, facevano capo all’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI) con i loro vertici nominati dalla politica. Lo scopo della riforma era di trasformarle in imprese private, chiamate a rispondere del loro operato soltanto al mercato. Questa era la richiesta che proveniva dalle istituzioni europee, cui il legislatore italiano ha risposto in una maniera a dir poco unica. La legge Amato-Carli, infatti, ha creato un nuovo soggetto: le fondazioni.

FONDAZIONI – La via italiana alla privatizzazione bancaria passava attraverso questi particolari organismi, che ricevevano dallo stato le azioni delle banche diventandone così azioniste, trasformandosi automaticamente in strani soggetti ibribi. Le fondazioni, infatti, a termine di legge, non possono perseguire fini di lucro, ma questa legge le ha rese importanti azioniste di soggetti che nella loro attività quotidiana il fine di lucro lo perseguono apertamente. Un fine di lucro che si rivela fondamentale proprio per le fondazioni: è il denaro che ricevono sotto forma di dividendi, infatti, che consente loro di raggiungere gli obiettivi indicati nello statuto, solitamente sociali, umanitari o culturali. Istituzioni particolari, le fondazioni bancarie, quindi, ma la loro complessità non basta a spiegare l’attenzione che il legislatore vi ha dedicato: per tutti gli anni Novanta sono state sottoposte a continue procedure di aggiustamento, che ne hanno sottolineato l’importanza politica e finanziaria.

DINI, CIAMPI e TREMONTI – La legge Amato Carli aveva stabilito che la proprietà delle banche passasse alle fondazioni, ma non aveva fatto ulteriori passi avanti sulla strada di una vera privatizzazione: come si vedrà più avanti, infatti, le fondazioni sono uno strumento attraverso il quale la politica può mantenere il controllo sulle banche. Molto più importante da questo punto di vista sono state la direttiva Dini e la relativa legge (n° 474/94) che, nel 1994, introdussero degli incentivi fiscali per tutte quelle fondazioni che, nei cinque anni successivi, avessero ceduto le loro partecipazioni bancarie e diversificato i propri investimenti. Incentivi che, tuttavia, nella grande maggioranza dei casi non si sono rivelati sufficienti visto che anche la legge Ciampi (n° 461/98) riprendeva, quattro anni dopo, il tema della cessione del controllo delle banche, prevedendo anche in questo caso incentivi per quelle fondazioni che, nei successivi quattro anni, avessero adempiuto a quello che diventava un obbligo. Quello che il legislatore fingeva di non capire era che non si trattava di trovare la giusta formula di incentivi, perchè non era economica la motivazione di fondo che spingeva a conservare i pacchetti azionari: le fondazioni permettevano alla politica di continuare a influenzare i grandi gruppi bancari e, al tempo stesso, fornivano i mezzi finanziari per favorire la crescita del territorio. In un’ottica politica un patrimonio preziosissimo, come dimostra il tentativo fatto, nel 2001, da Giulio Tremonti (legge 448/01) di farle legalmente dipendere dai livelli di governo del territorio. Il tentativo è andato a vuoto, ma ha comunque introdotto una importante novità: l’obbligo per le fondazioni di destinare circa il 90% delle proprie risorse a iniziative di carattere locale, cioè nell’ambito della regione di appartenenza.

LA POLITICA – Anche se il tentativo di Tremonti è andato (in parte) a vuoto, questo non ha di certo cancellato l’influenza che i governi locali hanno sulle banche, influenza che trova la sua massima espressione nella designazione dei consiglieri delle fondazioni. Il meccanismo è semplice: le fondazioni, in qualità di azionisti di riferimento, hanno voce in capitolo nella scelta dei dirigenti delle banche. I governi locali hanno voce in capitolo nella determinazione dei  dirigenti delle fondazioni: solitamente, infatti, i membri del consiglio vengono eletti dagli enti locali, dai Comuni, dalle Province, dalle Regioni, oltre che dalle Camere di Commercio, da rappresentanti del mondo accademico e del volontariato.  È chiaro allora che la politica, cacciata dalla porta attraverso la progressiva privatizzazione degli istituti di credito, non ha fatto molta fatica a rientrare dalla finestra. Il contesto è di certo diverso dai tempi in cui i vertici delle banche erano decisi dal CICR, provocando una vera e propria lottizzazione, ma il modo in cui una vera e propria multinazionale del credito come l’Unicredit ha dovuto subire di recente le pressioni della Fondazione Cariverona (azionista con meno del 5% del capitale) dimostra quanto la politica continui a pesare all’interno degli istituti di credito. La dinamica delle fondazioni fornisce anche una valida spiegazione del perché i partiti tengano tanto agli incarichi sul territorio e, una volta chiarita, dovrebbe costituire un ulteriore motivo di riflessione per tutti gli elettori. 

PATRIMONIO – La posta in gioco è davvero molto alta. Basta fornire qualche cifra per rendersene conto: nel 2009, cioè nel periodo più duro della crisi finanziaria che ha scosso il mondo e che proprio nelle banche ha avuto il proprio epicentro, il patrimonio complessivo delle 88 fondazioni bancarie italiana ammotava a oltre 48 miliardi di euro. Nonostante la crisi e il calo dei dividendi, nel 2009 i proventi totali a disposizione di questi soggetti sono stati pari a 2,5 miliardi di euro: importi a dir poco ingenti, specie in una congiuntura storica come questa, specie con uno stato centrale che riduce all’osso i trasferimenti agli enti locali. Cifre che aiutano a capire perchè è proprio all'interno delle fondazioni che si giocano le più importanti partite per la costruzione del consenso sul territorio.

Ultimo aggiornamento Martedì 15 Febbraio 2011 23:36

Commenti  

 
0 # pietro 2011-11-16 13:16
tanto per capire perchè la classe politica non ha operato per diminuire il peso delle banche nell'economia
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