Profumo, ecco il benservito al banchiere

Domenica 26 Settembre 2010 20:58 Alessandro Marcato Local - Economia
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Cacciato o detronizzato, ciò che conta è la sostanza. Il mercato finanziario italiano perde uno dei suoi pezzi pregiati. Alessandro Profumo incassa 40 milioni di buonuscita, ma per un anno non potrà lavorare per altri istituti bancari. E c'è chi sotto sotto se la ride.

Alessandro Profumo è stato detronizzato. L'ex ad di Unicredit ha lasciato la guida della banca più grande d'Italia sotto la pressione dei suoi alfieri, nata nel consiglio di amministrazione e ancora da più lontano, dal fuoco dei partiti politici, completamente estromessi dal manager dalla gestione di Unicredit. Gli uomini di Bossi posti nelle provincie e nelle regioni, che da tempo stanno cercando di assoggettare gli istituti bancari agli interessi del nord, non hanno perdonato: hanno fatto partire il siluro e mentre Profumo era in viaggio d'affari in America gli hanno colpito la poltrona. Non gli è stato dato il tempo per organizzare la difesa, perché quando è rientrato in piazza Cordusio a Milano il suo destino era già stato deciso. Una furbata all'italiana. L'ex ad è stato colpito in modo trasversale dalle Casse del Nord, dalla Fondazione CariTorino e CariVerona nelle persone di Fabrizio Palenzona e Paolo Biasi e dal presidente di Unicredit Dieter Rampl e da uomini di Allianz e Mediobanca.

SOCI SCOMODI - I poteri forti non hanno digerito la presenza libica, che in pochi mesi si è fatta importante grazie agli investimenti della finanziaria di Gheddafi, la Libyan Investment Authority. La LIA è arrivata sopra il 2% che, insieme alle quote già possedute dalla Banca Centrale Libica e dalla Libyan Arab Foreign Bank, ha portato la presenza dei libici a un cospicuo 7%. La Consob sta monitorando la scalata africana e il consiglio della banca nella prossima riunione fissata prima della fine di settembre analizzerà la nuova struttura azionaria: i libici, ora, grazie alle nuove azioni, possono avanzare delle richieste per altri posti nel Cda. Un altro particolare di non poco conto è la presenza del fondo di Abu Dhabi, anch’esso presente con una quota vicina al 5%. In totale, insomma, gli azionisti “arabi”, lontanissimi dall’azionariato storico della banca,  sono titolari di circa il 12%. Forse troppo per chi ha deciso di mettere alla porta Profumo, accusato di aver propiziato la venuta di questi nuovi capitali. Eppure c'è chi definisce questa evoluzione come “un'operazione nel mercato dei capitali - come ha detto a inizio mese su Panorama il direttore generale dell'Abi Giovanni Sabatini - nelle società quotate in borsa, nel rispetto delle regole, chiunque può entrare nel capitale e svolgere ruolo di azionista”.

PROFUMO - Molti sono rimasti spiazzati da questo cambio repentino al vertice del più grande gruppo bancario italiano, dal ministro del tesoro Tremonti al governatore della Baca d'Italia Draghi a esponenti della politica, anche perché non sarà facile trovare una nuova leadership forte che sia in grado di guidare Unicredit. Profumo nei suoi sedici anni di gestione ha guidato l’Istituto a fusioni con le più importanti banche, ne ha mantenuto l'indipendenza dalle logiche di partito imperanti negli anni '90, ha navigato sicuro in mezzo alle pressioni dei governi Prodi e Berlusconi per perseguire la logica del mercato e, infine, ha affrontato l'11 settembre e la crisi economica attuale sempre con piglio deciso. Come detto dalla maggior parte degli analisti adesso si prospetta un periodo grigio al vertice della banca e una lotta all'interno per la poltrona più importante, unita all'incertezza strategica e a una maggiore influenza della politica nelle decisioni. Il vero problema ora è come mantenere sana una banca che nei molti anni di gestione di Profumo non si è mai fatta contaminare dalla politica e dalle richieste provenienti da Roma. L'utopia è trovare una leadership altrettanto forte e indipendente ma a giudicare come è stato trattato colui che ha tenuto in piedi la banca anche durante una crisi fortissima non c'è molto da stare tranquilli. La realtà è che con ogni probabilità sarà nominato un ad in grado di accontentare tutti, politici, poteri forti e azionisti di riferimento. Il tutto per controllare in modo più o meno occulto il più grande istituto bancario italiano.

Ultimo aggiornamento Sabato 30 Ottobre 2010 22:38

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