
In visita in Italia, l'esploratore brasiliano Sydney Possuelo ha incontrato un pubblico rapito per parlare della condizione degli Indios dell’Amazzonia, al cui fianco combatte da più trent'anni. Mentre la delusione per l'atteggiamento del governo Lula rende il futuro ancora più incerto.
VIGEVANO (PV) - Sydney Possuelo è uno degli ultimi “certanistas” (gli esploratori brasiliani) ed è un uomo che ha speso la sua vita in difesa dei popoli isolati dell’Amazzonia. Nel pavese per celebrare l’anno della biodiversità e ospite della biblioteca civica “Lucio Mastronardi” di Vigevano, alla presenza di un nutrito pubblico ha raccontato il momento difficile che stanno vivendo gli Indios, i contrasti con la linea di governo adottata dal presidente Lula e le sue speranze per il futuro. Possuelo ha militato per moltissimi anni nel Funai (la fondazione nazionale per la difesa degli Indios), diventandone presidente. Nel 2006, ha dichiarato di essere in contrasto con alcune idee espresse dal Governo che, ritenendo che la cintura di terra costruita intorno agli Indios fosse sufficiente per la loro sopravvivenza, ha decretato la costruzione di una super strada nelle aree adiacenti. Per il suo dissenso (Possuelo infatti sostiene che i nativi siano troppo distanti tra loro e in zone di frontiera per recintarli in una piccola riserva) è stato sollevato dall’incarico e la sua carta di dimissioni è stata siglata dallo stesso ministro della difesa, che l’ha definito “sovversivo” e non in linea con le politiche attuali.
LA BATTAGLIA - La sua battaglia, iniziata più di trent’anni fa, parte dalla teoria del “non contatto”: secondo questo metodo, la foresta viene monitorata con ricognizioni aeree per individuare gli accampamenti che poi vengono mappati, senza tentare alcun approccio diretto. Già il passato ha dimostrato la pericolosità per gli indigeni dell’avvicinamento dell’ “uomo bianco” che, se non porta guerra, porta malattie. Paradossalmente, rispetto alla nostra percezione attuale delle altre popolazioni extra europee o, addirittura, non italiane, noi siamo e siamo stati spesso letali per le popolazioni indigene dell’Amazzonia. Il primo certanista, il generale Rondon, incaricato dal governo di stabilire contatti con i nativi, aveva deciso di indire una campagna non violenta di avvicinamento per poter studiare e sottomettere i selvaggi agli usi e costumi del tempo. Nonostante le buone intenzioni del militare, la strategia si rivelò rovinosa per gli indios. A contatto con “l’uomo bianco” intere tribù sono state sterminate nel giro pochissimo tempo, in alcuni casi si parla addirittura di ore, a causa di germi a cui anni di medicina e studio ci hanno resi immuni ma che si sono rivelati letali per i primitivi. “Cerchiamo sempre di non farci vedere e di stare più lontani possibili dagli accampamenti – spiega Possuelo – perché comunque in loro suscitiamo grande curiosità. Non si rendono conto del pericolo che corrono”. Oggi l’esploratore vede la sua posizione rendersi più critica perché l’uscita dal Funai ha diminuito la possibilità di avere contatti internazionali e di diffondere a voce alta il suo messaggio. “Stavo preparando con diversi Paesi alcuni dispositivi di protezione per gli isolati basati sulla carta dei diritti umani, ma poi la crisi economica ha fatto slittare il summit in fondo alle priorità dei miei sostenitori”. In futuro spera che le organizzazioni non governative possano continuare il suo operato anche se lamenta il fatto che non siano realmente Ong visto che molte accettano soldi dal Brasile. “Io stesso – racconta – ho istituito una mia piccola associazione non governativa. Ma fatichiamo ad andare avanti perché non accetto soldi da Lula. Dia i fondi al Funai che oggi è stato svuotato da ogni significato e applica una politica del tutto insufficiente per realizzare qualcosa di buono!”
UNA LEZIONE IMPORTANTE – “Seguire gli Isolati rispettandone privacy e tradizioni è sempre più difficile. Prima c’è stata la corsa all’oro, poi le loro continue migrazioni. Come possiamo rinchiuderli in una piccola cintura di terra in Brasile se loro, spostandosi, raggiungono gli Stati limitrofi? Come possiamo spiegargli che questo albero della foresta è casa loro e quello non lo è più?” apostrofa esasperato per trasmettere il suo messaggio ad un pubblico rapito. Per provare quanto ancora abbiamo da imparare sugli Isolati, riporta un episodio avvenuto quando era più giovane e ad indicargli la via per la giungla c’era un piccolo Indios. “Era il 1980. Ci siamo spostati camminando per raggiungere un accampamento. A guidarci un bimbo che avrà avuto 6/7 anni. Con me lavorava il dottor Wellington. Avevamo già fissato un appuntamento con l’equipe medica che avrebbe dovuto valutare le condizioni di salute degli Isolati e non potevamo tardare. Il cammino – prosegue – era rallentato dalle continue soste del piccolo indigeno che, stringendo una torcia rudimentale, si fermava spesso a ravvivare la fiamma. In uno scatto, dovuto all’impazienza, Wellington prese il ramo al bambino e lo gettò via. Da quel momento il piccolo, molto vivace e loquace, non pronunciò più una parola, chinò il capo e marciò senza fiatare". "Una volta raggiunto il punto d’incontro con il resto della spedizione - ricorda Possuelo – Wellington era atterrito. L’Indio era triste e non c’era modo di fargli tornare il sorriso. Così il dottore gli chiese il motivo di tanta disperazione. Il bimbo rispose: Il fuoco che tu hai gettato apparteneva alla mia famiglia. Mio nonno l’aveva dato a mio padre che l’aveva affidato a me. Ancora oggi, ripensando a quel giorno, credo che abbiamo commesso un crimine gravissimo”. Si congeda con questo esempio, dicendo che se all’inizio compativa gli indigeni considerandoli “poveretti”, la sua esperienza gli ha insegnato che in realtà questa “altra umanità” è ricchissima e basa la propria esistenza sul principio che la felicità è dentro gli uomini, non negli oggetti che li circondano.
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