Giovani e lavoro, frontiere attuali e approdi recenti

Venerdì 17 Febbraio 2012 10:37 Patrizio Longoni Local - Attualità
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Continua il nostro viaggio attraverso l’allarmante e quanto mai preoccupante mare magnum del mercato del lavoro italiano e del relativo problema della disoccupazione giovanile, nel tentativo di trarre alcune utili considerazioni in materia e di provare a regalarci una bussola con cui orientarci, anche alla luce di quanto emerso nel corso del seminario sul tema “Giovani e lavoro: apprendistato o contratto unico?”, organizzato dalla Scuola di Dottorato in “Formazione della persona e mercato del lavoro” (Università degli Studi di Bergamo, CQIA Adapt) e svoltosi lo scorso venerdì, 10 febbraio, presso la sala conferenze dell’Università degli Studi di Bergamo.

UNO STAGE È ANCORA POSSIBILE - Valore aggiunto che crea nuove possibilità: prima o dopo la laurea, le esperienze di stage sembrano valorizzare il curriculum, portando notevoli vantaggi in termini occupazionali; questo perché simili opportunità formative rappresentano, ancora oggi, una corsia preferenziale per l’ingresso nel mondo del lavoro, oltre che una preziosa occasione per formarsi, farsi conoscere e costruirsi una rete di relazioni professionali – come testimonia, del resto, l’ultima indagine Excelsior di Unioncamere, secondo la quale ammonterebbero ad oltre 38.000 i giovani che hanno trovato lavoro grazie allo stage, lo scorso anno.
Questioni giuridiche a parte – alquanto complesse e fuori dalla nostra portata, per quanto attuali possano sembrare gli ambiti di intervento definiti dall’art. 11 del Decreto n. 138 del 13/8/2011, e poi chiariti con una circolare interpretativa a cura dello stesso Ministero del lavoro, la 24 del 12/9/2011 – riteniamo, perciò, sempre più necessario un intervento volto a restituire anche allo stage la sua identità di strumento formativo autenticamente in grado di favorire l’occupazione dei giovani. Una domanda sorge, dunque, spontanea: come si riconosce una buona occasione di stage?
La mission della Repubblica degli Stagisti (una testata giornalistica online, nata per approfondire la tematica dello stage in Italia e dare voce agli stagisti) parla chiaro: aiutare i lettori (per la maggior parte, giovani che si affacciano per la prima volta sul mondo del lavoro) a scegliere, con cognizione di causa, il dove, il come e il quando, fare un tirocinio; e cosa fare, se qualcosa va storto.
Altrettanto chiari sono i valori della Repubblica degli Stagisti, riassunti anche nella Carta dei diritti dello stagista: uno stage è buono se prevede un buon rimborso spese, una durata adeguata alla mansione che si deve apprendere, un progetto formativo in linea con gli studi dello stagista, la presenza di un tutor competente e disponibile, una buona prospettiva di inserimento lavorativo. Il tutto votato alla trasparenza: poiché ciascun giovane invia il suo CV alle aziende presso le quali desidererebbe lavorare, allo stesso modo le imprese dovrebbero definire chiaramente (e rendere pubblico) il modo in cui utilizzano i propri stagisti. Concetti semplici, che se messi in pratica potranno, forse, un giorno (finalmente), rendere trasparente e corretto il comportamento di chi opera nel tanto sofferto mercato del lavoro italiano (ma non solo).
L’imperativo è d’obbligo: formazione, prima di tutto; con le dovute tutele. In questo, l’obiettivo della Repubblica degli Stagisti sembra non lasciare dubbi: che i giovani non siano mai soli nel momento di passaggio dalla scuola al lavoro; con l’idea che l’unione faccia la forza, e che si debba riconsegnare ai giovani stessi il diritto di scegliere di fare l’esperienza che meglio credono e ritengono utile per la loro crescita.

IL “CONTRATTO UNICO” È DAVVERO NECESSARIO?
- Si riaccende così la (ormai vecchia) discussione sul “contratto unico”, dove di “unico”, a onor del vero, c’è ben poco. A partire dalla definizione di tale formula: sono, infatti, numerose – e non poco diverse l’una dall’altra – le proposte di legge che vorrebbero introdurre un nuovo e, appunto, “unico” contratto per l’ingresso delle persone nel mercato del lavoro; le accomuna la volontà di migliorare la gestione dei molti contratti di lavoro c.d. “flessibili”, che il nostro Paese conosce dal 2003. Semplificando quanto più possibile, l’idea è di introdurre un contratto che, dopo una prima fase (tre anni al massimo) senza articolo 18, diventi a tempo indeterminato, con la possibilità, secondo alcune proposte, che l’impresa possa licenziare per motivo economico ed organizzativo, corrispondendo al lavoratore un’indennità proporzionale all’anzianità.
Unica, tuttavia, non è nemmeno la risposta alla domanda se il “contratto unico” sarà effettivamente in grado di sostituire tutte le tipologie contrattuali esistenti, o solo alcune, o se le modificherà in parte; né se si applicherà solo ai giovani o anche ai lavoratori adulti: dipende, in realtà, dalle proposte a cui ci si riferisce. Pare che, in ogni caso, il contratto unico sia chiamato a realizzare la promessa di un lavoro più sicuro per tutti, per tutta la vita. Sappiamo bene, però, di vivere un momento in cui il lavoro, più che piacere o non piacere per la formula contrattuale che lo veicola, scarseggia: vale la pena ricordarci, allora, che i disoccupati e gli scoraggiati di oggi, forse, non possono più permettersi di aspettare una nuova riforma del diritto del lavoro.

ALLA RICERCA DI ALTERNATIVE PLAUSIBILI
- C’è chi suggerisce di guardare agli strumenti già disponibili: come, per i giovani, l’apprendistato, la cui formula, da poco riformata, assomiglia – più o meno da vicino – al contratto unico. Ne sembrano convinti anche i sindacati che, dopo l’incontro avuto con il Ministro Elsa Fornero per discutere sulle misure da adottare in materia di lavoro, hanno dichiarato che, al centro del sistema, dovrebbe essere posto l’apprendistato, affiancato dal contratto di inserimento e dal lavoro a tempo parziale: una posizione fatta propria anche da molte associazioni datoriali, a partire dai mondi del commercio e dell’artigianato.
Se l’obiettivo dichiarato del “contratto unico” è, infatti, quello di fornire ai giovani e ai disoccupati un canale d’ingresso privilegiato, che sappia coniugare flessibilità per le imprese e sicurezza per i lavoratori, come può diventare necessario costruire a tavolino, in modo del tutto estemporaneo e senza neppure il supporto di una reale condivisione da parte degli attori sociali, una nuova fattispecie contrattuale, in alternativa o in aggiunta a quelle esistenti?
A patto, però, che l’apprendistato, nelle tipologie disciplinate dal Testo Unico (in vigore dal 25 ottobre 2011), sia finalmente utilizzato come un’opportunità formativa di qualità, per giovani, imprese, famiglie, scuole e università: senza mettere in secondo piano, come si fa in Italia da anni, la natura formativa del contratto, che ne rappresenta invece il vero tratto distintivo.

NUOVI ORIZZONTI PER IL LAVORO DEI GIOVANI
- Potrebbe dunque essere l’apprendistato la (buona) risposta al dramma dei molti giovani senza formazione né lavoro; e, al contempo, un aiuto all’emergenza delle aziende che non trovano personale adeguatamente qualificato; così pure, uno strumento di pronta attuazione, in un momento di drammatica emergenza occupazionale. Il contratto di apprendistato appena riformato può, insomma, rispondere alle istanze invocate da più parti e rappresentare l’agognato punto di incontro tra flessibilità e sicurezza: flessibilità per le imprese, che possono utilizzare uno strumento privo delle tutele sui licenziamenti al termine del periodo formativo e accompagnato da notevoli incentivi economici e normativi; sicurezza per i lavoratori, che potranno contare, al termine del periodo formativo, nella prosecuzione dell’apprendistato in un contratto di lavoro più tutelato, “standard” a tempo indeterminato.
Un simile percorso è auspicabile, se (e solo se) sarà adeguatamente valorizzato il reale tratto distintivo di tale fattispecie, ovvero la sua natura formativa, la quale potrebbe costituire per l’impresa l’occasione autentica di “formare” le competenze di cui necessita, investendo in termini di risorse umane. Si tratta di uno strumento, quindi, a disposizione delle politiche sociali per qualificare il lavoro ed i processi della produzione, finalizzato a consentire l’utilizzo della formazione, in qualsiasi luogo ed in qualsiasi tempo conseguita, come leva strategica per l’occupabilità e quale risposta ai fabbisogni professionali dei settori e delle imprese. Come richiamato più volte da Luisa Tadini (della Scuola Internazionale di Formazione della persona e mercato del lavoro, presso l’Università degli studi di Bergamo) e recentemente ribadito da Lisa Rustico (Direttore di fareapprendistato.it), «Invece di guardare, come si dice in omaggio al gergo ora in uso nell’Unione europea, alla flexicurity nordeuropea, varrà la pena, specie in tempi di recessione, osservare gli strumenti già a nostra disposizione, forse più adeguati alla nostra realtà e ai nostri sistemi produttivi».
Non sappiamo quanti e quali giovani diventeranno apprendisti, né con quali contratti otterranno un impiego coloro che apprendisti non vorranno essere: siamo sicuri, però, che, sebbene non esista una “unica” soluzione ai problemi del mercato del lavoro italiano, l’apprendistato (se fatto a regola d’arte) non ha certo bisogno di rivali, per i giovani che vogliono apprendere un mestiere. È questo il momento in cui puntare sulla certificazione delle competenze e sul rafforzamento del ruolo degli enti promotori, al fine di garantire qualità ed efficacia a quegli strumenti destinati a consentire un adeguato ingresso nel mercato del lavoro. La ricetta è scritta, i tempi maturi: non resta che mettersi all’opera; sperando che la buona (o cattiva) attuazione delle riforme non dipenda esclusivamente dalle leggi dello Stato.

Per approfondire, leggi anche:
"Giovani e lavoro: nodi cruciali e questioni aperte"

Ultimo aggiornamento Venerdì 17 Febbraio 2012 16:37

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