
“Le strade e le piazze brulicavano d'uomini, che trasportati da una rabbia comune, predominati da un pensiero comune, conoscenti o estranei, si riunivano in crocchi, senza essersi dati l'intesa, quasi senza avvedersene, come gocciole sparse sullo stesso pendìo. (…) Al forno! Al forno! Si grida.” Era il 1840 e Alessandro Manzoni descriveva con queste parole l'assalto ai forni milanesi avvenuto duecento anni prima, ai tempi dell'occupazione spagnola. “Nutrire il pianeta, energia per la vita” è invece il tema dell'Expo di Milano 2015. La scarsità e l'abbondanza, la competizione e la cooperazione come diverse facce di una stessa medaglia; al centro, il capoluogo lombardo. Noi di FusiOrari abbiamo deciso di indagare a fondo la questione del rapporto tra cibo e geopolitica e il possibile ruolo di Milano 2015 come mediatore dei contrapposti interessi.
IL CIBO UNISCE QUELLO CHE LA GEOPOLITICA DIVIDE - “Il cibo unisce quello che la geopolitica divide”. Con queste parole l'assessore con delega all'Expo Stefano Boeri ha voluto sottolineare il carattere del cibo come fattore di comunanza, pace e coesione. Le parole dell'architetto milanese volevano essere una premessa fondamentale alla proposta da lui stesso formulata di invitare una delegazione della Palestina al Meeting tra i Paesi interessati all'Esposizione Universale che si è svolto a Milano e Como gli scorsi 25-27 ottobre. Il Meeting, che rappresenta uno degli appuntamenti più importanti organizzati di concerto tra il Paese ospitante e il BIE (Bureau International des Expositions), rappresenta da sempre un momento decisivo per il coinvolgimento dei Paesi partecipanti, che in tale sede possono avere un aggiornamento sullo stato di avanzamento attuale del progetto, oltre che la possibilità di esprimere il proprio parere sulla direzione futura del concept dell'Esposizione. Data l'importanza dell'appuntamento e il carattere specificatamente politico della proposta formulata da Boeri – la proposta è arrivata infatti nei giorni in cui il leader palestinese Abu Mazen presentava alle Nazioni Unite domanda di riconoscimento ufficiale di uno “Stato di Palestina” - ciò che risulta di particolare interesse è proprio il riferimento al cibo come elemento di incontro tra culture e idee politiche diverse, come fattore di comunione e integrazione laddove a regnare sono generalmente il caos e il disaccordo. Ciò non deve sorprendere, data la forte enfasi sull'importanza dell'alimentazione in quanto diritto fondamentale di tutte le popolazioni, riflesso del resto nel tema “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. D'altronde, fin da tempi remotissimi, il pasto comune ha assunto un carattere sacro, proprio in virtù della sua capacità di stabilire un vincolo tra i partecipanti. Nell'etimologia della parola cena, dal latino coena, affine al greco koiné, ritroviamo quel significato di unione e comunione che trova piena esplicitazione nell'immagine del banchetto, occasione di gaudio e convivialità per eccellenza. Ma è davvero così? È possibile immaginare un futuro in cui i leader della Terra si ritroveranno attorno a una tavola imbandita per discutere delle tematiche che affliggono il pianeta, in una sorta di replica su più ampia scala di quanto accade oggi in talune civiltà dei Paesi cosiddetti sottosviluppati, nei quali i capi villaggio si ritrovano a discutere davanti a pietanze autoctone delle sorti delle popolazioni a loro affidate? O, più realisticamente, è possibile che dalla cooperazione e dal confronto pacifico sulle tematiche legate all'alimentazione, la cooperazione si estenda in altri campi altrettanto importanti, secondo la logica neo-funzionalista dello spillover? In definitiva, il cibo può realmente unire quello che la geopolitica divide?
IL CIBO CHE DIVIDE – Più che fattore di unione, in grado di ricondurre a unità territori separati da insormontabili vicende storico-politiche, il cibo si presenta oggi come fattore di divisione. Uno dei campi di studio che sono balzati all'onore della cronaca in seguito all'avvento della crisi economica mondiale è la cosiddetta geopolitica del cibo. L'aumento costante del prezzo dei prodotti agricoli, cominciato nel 2007 e non ancora arrestatosi, ha messo in evidenza come il cibo, bene scarso per eccellenza, sia sempre più un fattore di rilievo nella politica internazionale. Il pianeta è da sempre, ciclicamente, ostaggio di annate particolarmente sfortunate, di inondazioni improvvise o periodi di scarsità imprevista che pregiudicano l'intero raccolto facendo impennare i prezzi dei prodotti agricoli. Nella crisi che da cinque anni a questa parte attanaglia l'agricoltura mondiale vi sono però dei pericolosi elementi di novità, che ne dettano il carattere straordinario e di urgenza. Ciò che desta particolare preoccupazione riguardo all'attuale crisi alimentare sono infatti le motivazioni che risiedono dietro all'aumento dei prezzi: da un lato la crescita della domanda, dall'altro la diminuzione della produzione. Dietro ad ognuna di queste motivazioni si celano a loro volta una serie di sotto-cause. La crescita della domanda è infatti dettata in primo luogo dall'aumento della popolazione mondiale, ma anche dall'aumento del benessere della stessa. Con il passaggio di quote crescenti di popolazione alla cosiddetta classe media - soprattutto in aree tradizionalmente povere come la Cina - aumenta la richiesta di cibi quali carne, latte e uova, ottenibili dall'allevamento del bestiame, che da una parte sottrae terre all'agricoltura e dall'altra consuma prodotti agricoli che vengono dunque sottratti alla nutrizione umana. A diminuire ulteriormente la quota di prodotti agricoli destinati all'uomo è anche la destinazione – soprattutto da parte statunitense, ma ultimamente anche brasiliana ed europea – di una quota di cereali alla produzione di bio-carburanti, necessaria per far fronte ad un'altra crisi figlia del mondo moderno, ovvero quella energetica. A dettare la diminuzione della produzione è invece soprattutto il fenomeno del riscaldamento globale, che si traduce in un aumento delle temperature e in un pericoloso prosciugamento delle riserve acquifere. In un contesto come quello dipinto finora, disporre di cibo significa disporre di un'importante leva geopolitica. In seguito all'aumento dei prezzi, infatti, molti Paesi esportatori hanno cercato di tenere a freno l'aumento del prezzo interno dei prodotti agricoli restringendone l'esportazione. È quanto accaduto ad esempio in Russia e Argentina con il frumento e in Vietnam con il riso. I Paesi importatori più affamati – soprattutto Arabia Saudita, Corea del Sud e Cina – hanno reagito acquistando o prendendo in affitto terreni al di fuori dei propri confini statuali, in Paesi desiderosi di fare affari, anche sulla pelle dei propri stessi cittadini. Emblematico è il caso di Etiopia e Sudan, Paesi che rientrano nel programma di aiuti alimentari delle Nazioni Unite, ma che affittano terreni a Stati esteri a meno di 1$ per acro all'anno. È chiaro che, in situazioni di questo genere, il potenziale di conflitto è destinato ad aumentare inesorabilmente.
IL CIBO CHE UNISCE – Prima che oggetto del contendere, il cibo è però simbolo dell'identità culturale di un Paese, e come tale dotato di una grande valenza simbolica. Da quando l'uomo ha cominciato a viaggiare, il cibo è divenuto oggetto di contaminazione e incontro tra le culture. Un piatto di spaghetti al pomodoro non è solamente il risaputo simbolo dell'italianità all'estero; esso rappresenta soprattutto l'incontro tra un alimento nato nella Sicilia araba e un prodotto americano importato in Europa dai mercanti spagnoli. In quale modo l'Esposizione Universale di Milano 2015 si propone di spostare il focus sul cibo come elemento di unione più che come elemento di divisione? Le aree di azione previste sono tre: una prima area di carattere tecnico-scientifico volta a garantire soprattutto la qualità e la sicurezza alimentare, una seconda incentrata sulla relazione socio-culturale tra essere umano e cibo, e infine una terza basata sull'imperativo della cooperazione tanto all'interno della filiera agro-alimentare quanto nelle dinamiche di interazione tra Paesi produttori e Paesi consumatori. Il filo rosso che lega insieme le tre aree è quello della sostenibilità, intesa come equilibrio nel processo di produzione del cibo tra dimensione naturale e capacità produttiva dell'essere umano. Nel concreto, la modalità attraverso la quale Milano si propone come mediatore ed esempio per favorire la visione del cibo in ottica cooperativa e non competitiva si esplicita soprattutto nello sforzo di costituzione di partnership tra Paesi, allo scopo di stabilire una strategia congiunta in grado di fare fronte a situazioni di emergenza come quella attuale, oltre che a possibili disastri ambientali causati tanto da imprevedibili calamità naturali quanto da metodi di coltivazione aggressivi. L'obiettivo di Expo 2015 è però anche quello di aiutare il singolo cittadino a prendere coscienza del fatto di essere inserito in un sistema naturale del quale egli per primo deve considerarsi responsabile. Trasferimento di tecnologia, condivisione di casi positivi, testimonianze di successo e proposizione di modelli efficaci sono tra gli strumenti che ci si propone di utilizzare per favorire tale presa di coscienza e tale passaggio dall'ottica competitiva all'ottica cooperativa. Considerata la pressione della crisi economica mondiale, l'aumento costante e inesorabile della popolazione, e la generale tendenza all'accaparramento anziché alla cooperazione da parte di pressochè tutti gli Stati, la sfida lanciata da Milano si presenta come ambiziosa e di difficile realizzazione. Tuttavia, quello che di positivo si può riscontrare è il fatto stesso di portare la questione all'ordine del giorno, darle visibilità e risonanza a livello internazionale. Spetta poi al singolo decidere di agire in maniera responsabile e consapevole, dando realizzazione a una delle massime più conosciute, ma non per questo meno dense di significato, del Mahatma Gandhi: “Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo.”
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