
«Genova libera, Genova libera». E Genova, nella manifestazione finale per ricordare il decennale del G8, libera lo è stata veramente. Ha risposto la città dei carruggi, una risposta che non cancella quello che è stato, ma che dà la sensazione di ripartire davvero da quella festa, da quella voglia di ricostruire che dieci anni fa era stata fermata in modo brutale ed insensato.
LA MANIFESTAZIONE - Migliaia di persone sin dal primo pomeriggio si sono riunite nelle quattro aree tematiche: da quella dei “beni comuni”, in piazza Modena, a quella “pace e guerra” in piazza Settembrini dove un lungo striscione “restiamo umani, ciao Vick”, ha ricordato Vittorio Arrigoni, l’attivista italiano morto a Gaza lo scorso 15 aprile. Un telo blu con tante barchette di carta ha avvolto invece piazza Veneto sede dei “diritti dei migranti”: «è per ricordare le traversate disperate nel Mediterraneo», spiegano alcuni ragazzi, mentre in Via Degola, la “piazza del lavoro”, sventolano numerose le bandiere rosse della Cgil, della Fiom e dei Cobas.
Alle 16.30 si parte. Si parte da Piazza Montana diretti a Piazza Caricamento, dove sin dalle prime ore del mattino si montava il palco per il gran concerto finale. Applauditissimi i “No Tav” arrivati con tre pulmann dal Piemonte. «Quando siamo arrivati ed ho sentito gli applausi della gente, mi sono commossa ed ho pianto» confessa una signora avvolta dalla bandiera bianca con la scritta rossa “NO TAV” che in questi mesi abbiamo visto alzarsi nel vento durante le riprese televisive degli scontri.
Dalle finestre i genovesi applaudono questo corteo allegro, pacifico colorato. Tanti i passeggini e i bambini presenti. Sono figli di chi dieci anni fa c’era ed era ventenne. E chi c’era l’appuntamento non l’ha perso. Ma stavolta a manifestare ci sono anche un sacco di giovanissimi che di quel famoso G8 hanno solo visto le immagini e sentito i rumori. «Noi abbiamo capito tardi cosa è successo qua, per noi è stata una scoperta recente» ammette una ragazza arrivata da Firenze con i suoi amici e sostiene con forza la volontà di essere venuti «perché i temi della crisi, della precarietà, dei diritti negati, dei beni comuni e della non violenza, sono cose che ci investono in prima persona, ed è giusto manifestare per ripartire, per dare il segnale che le cose possono ancora cambiare».
LA MEMORIA - Genova 2001 non si dimentica, non si dimentica perché l’Italia da allora non vuole inserire il reato di tortura nel proprio codice penale, perché dopo le crude immagini di piazza Manin (in cui un gruppo numeroso di agenti si avventò violentemente su un solo manifestante), della Diaz e di Bolzaneto, manca una legge che obblighi gli agenti ad essere riconosciuti o una commissione di inchiesta promessa dall’ex governo Prodi e mai istituita.
Amnesty International e molte altre associazioni e comitati da dieci anni chiedono queste cose, chiedono cose “scontate” in uno stato democratico come il nostro verrebbe da dire, ma evidentemente non è così.
Non è così perché le parti offese dei processi di Bolzaneto e della Diaz, riconosciuti tali dalle sentenze di primo e secondo grado, non hanno ancora ricevuto nessun risarcimento.
Il vuoto dovuto all’assenza delle istituzioni italiane, pesa oggi come allora. Genova non si può dimenticare perché non è mai stata chiusa, perché nessun politico ha mai espresso esplicitamente un giudizio su quanto accaduto e perché in molti, troppi, aspettano ancora delle scuse che non accennano ad arrivare.
Da Genova qualcosa era inizato, ed è da qui che si riparte. Riparte il “movimento di allora” oggi diviso in tante sigle, ma soprattutto ripartono i più giovani perché le battaglie da portare avanti sono ancora tante.
E’ quasi mezzanotte quando sulle ultime note di festa, Piazza Caricamento si svuota e nel silenzio sembra arrivare, lontano, l’eco delle sirene, delle urla e della rabbia che il 21 luglio 2001 ha lasciato un segno “amaro ed indelebile”.
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