Maher Selmi, 30 anni, vive e lavora a Padova ed è portavoce dell’associazione che gestisce la moschea di via Anelli. Rispondendo a dieci domande sull’islam, ha giustificato la lapidazione per gli adulteri, all’indomani dell’uccisione di una donna marocchina accusata dal marito di averlo tradito.
L’INTERVISTA – All’indomani dell’accoltellamento e uccisione, qualche settimana fa a Padova, della trentatreenne marocchina Fatima Chabani, da parte del marito Zrhaida Hammadi, 36 anni, convinto che lei lo tradisse, il 30enne tunisino Maher Selmi, mediatore culturale per i bambini immigrati (ha vinto una borsa di dottorato in Italianistica a Tunisi) e portavoce dell’associazione Rahma, che gestisce la moschea di Via Anelli, ha giustificato la lapidazione per gli adulteri, durante un’intervista sull’islam per il giornale on-line “Il Prato.info”.“Io sono musulmano e in quanto tale seguo le regole prescritte da Dio. Se Dio dice che chi commette adulterio deve essere punito con la lapidazione, io sono d’accordo con Lui. La cosa vale sia per gli uomini che per le donne”, dichiara candidamente Maher, quasi a voler sottintendere che chi non è musulmano, non segue le regole prescritte da Dio e i musulmani contrari alla lapidazione, non sono “veri musulmani”. Prosegue con un discorso intricato, dicendo che “l’Islam è una religione che stimola il ragionamento. Dio, quando parla nel Corano, si rivolge al credente come a … In questo senso, occorre ragionare anche sulla lapidazione: Dio dice che essa è la pena da infliggere agli adulteri, ma dice anche che per infliggerla devono concorrere alcuni criteri, quali per esempio, la testimonianza perfettamente coincidente di 4 persone che abbiano assistito all’adulterio. Qualora ciò non avvenga, la pena non può essere inflitta. Ecco dunque il vero scopo della regola in merito all’adulterio: creare dentro gli uomini il timore del peccare”, teorizza il giovane, sostenendo che “In 1500 anni di Islam, le persone che sono state veramente lapidate non sono più di 5. Le lapidazioni che si verificano nei paesi arabi e che spesso vengono mostrate in tv o su internet non sono in realtà eseguite secondo la regola, ma da gente che non è veramente musulmana”. C’è da chiedersi come mai, se a suo avviso le lapidazioni nella storia islamica non sono state mai più di 5, vengano “spesso mostrate in tv”. Poi la scusa è sempre la stessa: coloro che commettono bestialità nel nome dell’islam, non sono “veri musulmani”. Si aggiunga il fatto che anche il giornalista ha sbagliato a porre la domanda, dicendo che la lapidazione è prevista dal Corano. Tecnicamente non è così (sono previste “solo” cento frustate sia per le donne che per gli uomini che si macchiano di fornicazione). E’ contemplata invece nella Sunna, fatti e detti di Maometto: il Profeta ha infatti autorizzato la lapidazione di una donna colpevole di adulterio, che aveva avuto un figlio fuori dal matrimonio e si era recata più volte dal lui, chiedendo che punizione le spettasse e ha consentito, in ossequio alla legge mosaica, l’uccisione a colpi di pietra di una coppia di ebrei. La pratica è stata poi ripristinata dal secondo califfo Omar.
INTERROGAZIONE PARLAMENTARE – La deputata del Pdl Souad Sbai ha presentato il 29 giugno un’interrogazione parlamentare al Ministro dell’Interno Roberto Maroni, per chiedere “senza mezzi termini” la rimozione di Selmi dal ruolo di mediatore culturale (il giovane ha in seguito confermato di fatto le proprie dichiarazioni). “Chi si macchia di apologia di reato”, si legge nella nota dell’On.Sbai, “non può assolutamente mantenere un ruolo delicato come quello di mediatore culturale e su questo non si fanno sconti a nessuno”. Infatti la parlamentare di origine marocchina afferma che “quando Selmi rilasciava quell’intervista sapeva bene cosa faceva e non credo che avesse una pistola puntata alla testa, quindi ora ne risponderà in sede giudiziaria. Non ci fermiamo alla denuncia, dunque, ma andiamo fino in fondo, perché una volta che questa vicenda sarà conclusa, dovrà essere da esempio a tutti coloro che pensano, tramite una tecnica di doppi sensi (chiamata in arabo “taqiya”)”, ed ammessa dall’islam, “di poter fare di questo paese la culla per il proprio estremismo e oscurantismo fondamentalista”. Ed anche di monito a coloro che ritengono che “questa è la loro cultura e va rispettata”, dato che il personaggio in questione è un mediatore culturale.
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