
Una guerriglia vera e propria. Doveva essere una manifestazione pacifica quella di ieri in Val di Susa contro la costruzione della nuova linea ferroviaria Torino-Lione ed invece è stato uno spettacolo totalmente diverso. Molti se lo aspettavano, molti altri no. Quello che rimane è il bilancio di oltre un centinaio di feriti tra manifestanti e forze dell’ordine.
LA MATTINATA - L'ppuntamento è per le dieci ai piedi di Chiomonte. E’ li infatti che si incontrano i cortei arrivati da tutta Italia. Da Torino, Genova, Pisa, Firenze, Milano, Bergamo, Napoli, Cosenza. Tutti la, insieme ai val susini per un corteo che sfiora cifre da 30-35 mila persone (ridotte a soli 6 mila dalla questura). Non solo giovani “da centri sociali”, ma anche anziani e soprattutto famiglie, tante, con bambini piccoli a seguito. Il popolo dei NO TAV c’è ed è pronto. Dopo gli scontri dello scorso lunedì nel cantiere della Maddalena (da sempre sito archeologico e per questo risorsa culturale ed economica a costo zero per i val susini), nessuno ha voglia ed intenzione di rivivere lo stesso scenario. In prima fila ad aprire il corteo ci sono i sindaci di ben 23 comuni della zona e diversi amministratori locali. Ribadiscono tutti lo stesso concetto: «la manifestazione deve essere pacifica e non violenta perché nel momento in cui c’è un’azione militare vuol dire che la politica ha perso, mentre noi ci aspettiamo un confronto sereno». «Ci aspettiamo una convocazione di tutti i sindaci realmente interessati al progetto» dicono, sottolineando come «negli ultimi due anni c’è stato solo un confronto fittizio». «La comunità montana che è l’elemento di sintesi di questo territorio – spiegano - ed i sindaci interessati al progetto sono stati esclusi dai tavoli istituzionali. Il progetto in questione riguarda ben 17 comuni di cui 14 hanno dimostrato contrarietà al progetto che vuol dire che per quanto riguarda il territorio interessato c’è una stragrande maggioranza e la giornata di oggi vuole dimostrare che non siamo una sparuta minoranza». Eppure qualcosa nell’aria dice il contrario, si avverte una tensione latente pronta a scoppiare da un momento all’altro.
GLI SCONTRI - Neanche un’ora dopo iniziano a circolare le prime voci, c’è chi dice che polizia e carabinieri stanno perlustrando i boschi che circondano la valle ed il percorso che porta direttamente giù alla centrale, ossia al cantiere della Maddalena. Il corteo si divide in due: quelli che seguono il percorso autorizzato e arrivano quindi davanti il perimetro recinto della RFI (Rete ferroviaria italiana che secondo il progetto gestisce la tratta da Settimo Torinese alla piana delle Chiuse) e dalla LTF (Lyon Turin Ferroviaire che controlla la tratta che dalle Chiuse arriva a Saint-Jean-de-Maurienne in Francia) e quelli invece che preferiscono salire sui boschi. Arrivare da Ramat o da zone limitrofe il più vicino possibile agli 800 metri di filo spinato e agli schieramenti di polizia e carabinieri pronti a non far entrare nessuno, questa è la missione dei ‘non autorizzati’. L’obiettivo è occupare il cantiere.
Sale la tensione e sui boschi arrivano le prime voci: «stanno lanciando lacrimogeni al corteo autorizzato». Ci stanno le famiglie la, con bambini di ogni età. Ed infatti poco dopo vengono invitati ad allontanarsi e a portare i più piccoli verso Chiomonte, in luoghi più sicuri. Iniziano fitti i lanci di lacrimogeni. I manifestanti arretrano e aspettano e poi riprovano. Ogni tanto si aprono dei varchi e chi può si infila ed occupa il ponte della centrale idroelettrica. Da una parte all’altra volano sassi di ogni dimensione. Dal più grande al più piccolo. Si passa all’idrante e poi ancora ai lacrimogeni sparati però ad altezza uomo. Chi si avvicina alla rete, senza maschere antigas o limone è costretto ad arretrare, perché il fumo è troppo forte. «Il mio amico è stato colpito in faccia da un lacrimogeno- racconta una ragazza in fuga - ha un taglio sulla testa, mentre io sono stata colpita alla caviglia e poi sono scappata». Un poliziotto viene preso in ostaggio dal popolo NO TAV, viene disarmato e poi lasciato andare. Le accuse volano da una parte all’altra. I poliziotti denunciano il lancio di pietre i manifestanti invece i lanci del gas CS, vietati persino in guerra.
Si parla di black block, dissidenti, gente dei centri sociali estranei alla lotta dei val susini, ma giunti la solo per “far la guerra al potere”. Eppure questi “dissidenti” hanno l’appoggio se non fisico, almeno morale di chi abita la valle. «Ci hanno ospitato nelle loro case e ci hanno dato limoni e acqua» raccontano alcuni sostenendo anche che «molti anziani continuavano a ringraziarci per tutto questo». Alle sette di sera il bilancio è grave. Sia tra le forze dell’ordine che tra i manifestanti ci sono molti feriti ed anche qualche arresto. L’obiettivo di occupare il cantiere è fallito e lentamente dai boschi non scende più nessuno. Cala il silenzio sulla Val di Susa, ma il pensiero dominante è quello di non smettere la guerra. «Non finisce qua» dicono i val susini, promettendo un quotidiano controllo dei cantieri.
Il ministro Maroni parla di tentato omicidio da parte dei manifestanti e si augura che la magistratura «vada fino in fondo contro chi utilizza molotov con ammoniaca e quindi attenta alla vita di poliziotti e carabinieri che difendono la legalità e la democrazia».
A sentire queste parole e a rivedere le immagini degli scontri di ieri rimane solo l’angoscia di rivivere una nuova “Genova ‘01”. Il clima è pesante e non solo per la questione TAV. E se davvero dovessero arrivare denuncie per tentato omicidio, qualcosa potrebbe degenerare e con il decennale del G8 alle porte c’è da stare attenti alle provocazioni.
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