Il residence Ripamonti di Pieve Emanuele, alle porte di Milano, ha circa 915 appartamenti ed attualmente ospita oltre 300 migranti arrivati dalla Libia a Lampedusa lo scorso 7 ed 8 maggio. Da Lampedusa a Genova e poi a Pieve e poi, nel tempo, verranno trasferiti nei centri provinciali più piccoli fino a quando i loro permessi temporanei saranno validi.
IL MONDO DI PIEVE EMANUELE - Quella di Pieve Emanuele è una realtà strana o meglio lo è per chi pensa che questi migranti rechino solo fastidi e rogne agli abitanti dei posti in cui vengono accolti. Perché qui, poco lontani dalla ‘city milanese’, tutto invece è regolare e tranquillo e nessuno si spaventa se alla fermata degli autobus ci si può trovare seduti accanto a due o tre stranieri, o nessuno è preoccupato nel vedere uno di loro in qualche bar a bere un caffè, offerto la maggior parte delle volte dagli abitanti stessi. Via dei Pini è la via principale di questo piccolo comune e dei 15 mila abitanti circa la metà è concentrata in quella zona. Insomma la vita di Pieve è tutta la e si svolge quindi a stretto contatto con queste persone anche perché il residence è la struttura più grande della via, impossibile da non vedere. Una forma semi circolare che ai suoi piedi ospita la ‘piazzetta’, centro di vita sociale e quotidiana. ‘Come a Lampedusa’ verrebbe da pensare se non fosse che li ci si ritrova su un’isola, mentre qua si ha Milano a due passi.
LA STRUTTURA E L'ASSISTENZA - Arrivo a Pieve la mattina di un venerdì qualsiasi e vengo accompagnata dentro questo mondo da Alberto Bruno, presidente provinciale della Croce Rossa di Milano che dallo scorso maggio è in servizio all’interno della struttura per offrire a queste persone un aiuto “sociale”, cioè per aiutarli in tutto quello che comporta il loro essere ‘sbarcati su terra ferma’: dal collegamento con la questura per l’identificazione ed il rilascio dei permessi temporanei, al loro vivere li, nel territorio, dalle lezioni di italiano per renderli autonomi alle visite di controllo negli ospedali. Insomma un vero e proprio punto di riferimento per chi è arrivato senza ‘ne arte e ne parte’. Accanto a loro c’è il servizio medico offerto dalla Asl 2 di Milano che garantisce un quotidiano controllo sanitario, ma anche di più. Perché passate le prime difficoltà da ‘sindrome del viaggiatore’ (tonsillite, bronchite, febbre, dissenteria o infezioni urinali dovuti principalmente alle condizioni di viaggio, al cambio di clima e di alimentazione), queste persone hanno, ora più che mai, bisogno di qualcuno che li aiuti a superare il trauma e l’angoscia di una vita interrotta e di un futuro di cui non si conosce nulla. Infatti la domanda che nasce spontanea e sapere che cosa succederà quando i permessi temporanei saranno scaduti o capire quanto tempo soggiorneranno ancora qua. «Sono arrivati in 420 lo scorso maggio» mi spiega il Presidente della Cri Milano, «e la loro permanenza a Pieve dipende da quanto tempo si impiega per trovare spazi più piccoli». «Quando arrivano gli sbarchi» prosegue Bruno «si crea un gioco di vasi comunicanti e quindi se gli altri posti diventano saturi non puoi spostarli da qui. Ne abbiamo trasferiti più di 100 in quasi due mesi, ma il vero problema di questa emergenza è che fin quando non finisce la guerra, non finisce il problema perché si crea nelle zone colpite il cosiddetto svuotamento e lo svuotamento non avviene in giorni ben determinati, ma dipende da quando ci sono le barche o dalle condizioni di mare e quindi è difficile programmare un qualcosa di definito e organizzato».
CHI SONO - Sono arrivati a Lampedusa tutti insieme, tutti sugli stessi barconi, ma non sono libici. Vengono quasi tutti dai Paesi del centro Africa (Ghana, Nigeria, Somalia e qualcuno anche dal Bangladesh) ed in Libia lavoravano per mantenere le loro famiglie. Sono lavoratori ‘stranieri’ quasi tutti operai specializzati, o giovani calciatori che sicuramente prospettavano un futuro migliore. C’è chi dice di essere stato costretto a partire o chi l’ha fatto per paura della guerra. Il loro problema è cercare lavoro per continuare a mantenere la famiglia come facevano in Libia. Hanno imparato le regole, poche. Quelle necessarie per muoversi senza spaventarsi se qualcuno gli si avvicina per chiedergli documenti e quanto altro. Dormono in stanze da due o tre persone, munite di bagno e cucina. Hanno la regola di tenere ordinata i locali e due volte a settimana c’è il servizio di pulizia che provvede a cambiare lenzuola, asciugamani e quanto altro, mentre ogni venti giorni ricevono un ‘kit personale’ di sapone, detersivo, schiuma da barba, rasoio per un totale di 47 euro circa a persona in cui sono compresi ovviamente anche i pasti. Insomma sono ordinati, puliti, esattamente come noi con un'unica differenza forse. Lo sguardo. Già perché guardare dentro gli occhi di queste persone vuol dire entrare in un mondo che non riusciremo mai a capire. «Iniziano adesso ad avere problemi di insonnia, stanchezza affaticamento muscolare – mi spiegano dalle stanze dell’Asl - legati più ad un aspetto psicologico e dovuti al fatto che ormai da più di un mese sono qua e non fanno niente a parte il corso di italiano e sono comunque qua senza soldi e senza un lavoro. Le condizioni psicologiche sono pesanti iniziano ad avere una perdita del senso della dilatazione del tempo».
«È da un mese che sono qua. Lavoravo in Libia ero un giocatore di calcio…e voglio giocare a calcio anche in Italia. E’ il mio sogno da sempre». Lui è un ragazzo di vent’anni, nigeriano ed orfano. «Non è difficile vivere e lavorare in Libia perché se riesci a lavorare hai soldi, ma con la guerra è cambiato tutto. Io ho deciso di venire qua e partire con la barca perché l’aeroporto era troppo lontano da casa mia e quindi più rischioso». E se il sogno di questo ragazzo, cresciuto forse troppo in fretta, è quello di fare il calciatore c’è chi invece è arrivato qua con la qualifica di insegnante di danza africana e si sta già dando da fare chiedendo nei corsi e nelle scuole che possano essere interessate o chi si è ingegnato a tagliare capelli per soli 50 centesimi. Hanno voglia di fare e di imparare, iniziano a pronunciare qualcosa in italiano ed ogni giorno si danno da fare o per ottenere il permesso o per trovare lavoro. Usano l’accesso ad internet per chiamare la famiglia o per connettersi su face book come tutti i ragazzi di questo mondo. La differenza però c’è e si chiama permesso di soggiorno e un futuro da tanti, troppi punti interrogativi.
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