«Che cosa farò da grande?»: una domanda che tutti, prima o poi, ci siamo posti, senza arrivare necessariamente ad una risposta chiara e tonda; una domanda, dunque, che molti di noi portano ancora oggi nel cuore. Il maestro, l’infermiere e il musicista… erano le risposte più “gettonate” dai ragazzi che oggi, come me, si apprestano a raggiungere i trent’anni di età; il calciatore, il dentista e il mantenuto… le soluzioni più “simpaticamente ostentate”; il medico, l’avvocato e il giornalista…le strade immaginate dai più “audaci” tra noi.
Poi è arrivato il film commedia di Mike Nichols dal titolo “Una donna in carriera” (“Working girl”, in originale), in cui una segretaria trentenne (la strepitosa Melanie Griffith), ambiziosa di sfondare nel mondo dell’alta finanza, è riuscita a realizzare i propri sogni, diventando manager grazie alla sua straordinaria intraprendenza e determinazione.
VOGLIA DI CAMBIAMENTO - Ora che, però, anche questo ruolo è stato sdoganato ed il lavoro del manager ha in parte perso il fascino di un tempo, sembra lecito e doveroso domandarsi: “in uno scenario (come quello attuale) dove la crisi ha ridisegnato i confini della libertà economica, cosa è richiesto ai giovani per affrontare le opportunità e le sfide del mercato del lavoro?”.
A dir la verità, del lavoro si sa ben poco. Non si sa se è maschio o femmina, se è giovane o vecchio. Perfino il vocabolario si mostra un po’ imbarazzato a riguardo, e dice: “LAVORO: attività di produzione di beni o di servizi, legislativamente tutelata, esplicata nell’esercizio di un mestiere, una professione, e simili”. Ma il vocabolario, si sa, è serio e non va in giro a svelare i difetti degli altri: quindi, non dice che parlare di lavoro significa ragionare su molte “cose” diverse. Perché è attraverso il lavoro che gli individui soddisfano i propri bisogni, partecipano al processo di creazione della ricchezza e costruiscono il proprio futuro. Perché il lavoro porta con sé opportunità che vanno ben al di là della semplice produzione di beni materiali: è un valore, un bisogno in sé, uno strumento rilevante per organizzare la propria vita in un sistema etico riconosciuto e per soddisfare le proprie aspettative di futuro sul versante non solo economico ma anche sociale. Ma anche perché quello del lavoro è un mondo in profonda e vertiginosa trasformazione.
Per la prima volta nella storia, una stessa generazione si ritrova ad avere padri che hanno trascorso quarant’anni di lavoro nello stesso posto, impegnati in attività lavorative stabili e fiduciosi nella possibilità di poter sempre migliorare la propria condizione sociale; ma questi padri hanno (e vivono a stretto contatto con) figli che nell’arco della loro esistenza saranno chiamati a cambiare almeno una decina di occupazioni, e che si ritroveranno per questo, tra un lavoro e l’altro, alle prese con periodi di inoccupazione, di apprendimento e formazione, o anche, nei casi più fortunati, di svago, crescita e sviluppo.
Detto che le dinamiche sociali, le formazioni di potere, le strutture organizzative ed i rapporti di forza che caratterizzano ciascun sistema economico-sociale hanno un peso rilevante nel determinare questo “stato di cose”, non possiamo dimenticare troppo facilmente quanto il lavoro oggi non sia sufficiente, nell’accezione canonica di un’offerta che, in alcune particolari aree più che in altre, è non solo permanentemente ma anche patologicamente al di sotto della domanda.
Il lavoro cambia senza sosta, ieri in seguito all’abbandono delle botteghe artigiane e delle campagne a favore delle grandi fabbriche cittadine, oggi grazie all’intenso mutamento dei modelli di sviluppo e di produzione della ricchezza.
Si tratta di un fabbisogno (quello del lavoro) che, per ovvie ragioni, non sarà mai colmato nella sua totalità, e che lascia dunque un promettente canale aperto di potenzialità e di impiego delle risorse e delle relazioni umane che merita tutta la nostra attenzione. Come sempre, non è semplice: in un mondo nel quale la ricerca della competitività si traduce spesso in un aumento dell’insicurezza e della precarietà del posto di lavoro ed in un abbassamento delle prospettive di carriera, la best way of life non è certo quella che punta sul lavoro; anche al tempo della società dell’informazione, a prevalere rimane il modello che definisce la ricchezza come fondamentale simbolo di successo. Ciò non ci impedisce, tuttavia, di sperare in una società meno ingiusta e più inclusiva, capace di pensare al lavoro non più soltanto nei confini che si è soliti considerare (come, ad esempio, il salario, la professionalità, l’orario), bensì come realtà fondata su valori quali la dignità, il prestigio, la considerazione sociale di cui gode chi lavora e (perché no) l’opportunità ritrovata di realizzare i propri sogni, indipendentemente dalla mansione svolta e dal modello di automobile che può permettersi. Difficile? Sicuramente! Ma ciò non significa impossibile e, in ogni caso, è almeno altrettanto complesso sperare di cavarsela inseguendo cinesi e coreani sul terreno della produttività e dei bassi salari. Ci vuole coraggio, però, senza dubbio! Lo stesso coraggio mostrato da Ford quando decise di ridurre da nove a otto le ore di una giornata lavorativa e di aumentare la retribuzione media dei suoi operai per permettere loro di comprarsi le sue automobili, avendo a disposizione anche più tempo e voglia di usarle; lo stesso coraggio di Olivetti quando ha osato immaginare che nelle sue fabbriche, nei suoi negozi e nelle sue macchine da scrivere dovessero essere racchiuse, allo stesso tempo, tutta la tecnologia e tutta la bellezza possibili; quel coraggio che ha permesso a Ferrari di costruire un mito in grado di rendere quel brand sinonimo di qualità, classe, eccellenza, eleganza e successo, in ogni angolo del mondo. Ci vuole più coraggio per fare del mondo del lavoro un’attività meno passiva e sempre più partecipata, che generi voglia di imparare e saldo possesso di competenze cosiddette trasversali, fin dai livelli più bassi: quelle competenze ci consentiranno di esprimerci utilizzando un vocabolario più ricco, di scrivere meglio, di collaborare con gli altri in maniera più efficace, valorizzando il reciproco contributo, e di prendere decisioni opportune nel minor tempo possibile. Ci vuole coraggio: il coraggio necessario per continuare a considerare le persone e le loro relazioni il motore fondamentale dello sviluppo (e dell’economia). Questa è creatività … Buona lettura!

PER CHI SI DOMANDA ANCORA "COSA VOGLIO FARE DA GRANDE"? - Quanti di noi si definiscono soddisfatti del proprio lavoro? Certamente la maggioranza. Eppure a volte sembra difficile, persino impossibile, trovare la giusta motivazione. Ciò ci impedisce di cogliere le opportunità che bussano alla nostra porta, cambiare la situazione preesistente ed inventarsi un lavoro nuovo ricominciando “da capo”. Cosa dire, allora? Ci sono tante persone che sono riuscite ad inventarsi un lavoro dando un nuovo impulso alla propria vita. Ma come? Forse possiamo proprio prendere ispirazione da coloro che hanno provato e ce l'hanno fatta! Basta avere le idee chiare e una buona dose di coraggio per tentare il grande colpo che potrebbe cambiarci la vita. Ogni porta ha la sua chiave, dunque. Una questione alquanto complessa e spinosa, a ben vedere, ma che può – secondo il mio modesto parere – aiutare ad orientarci, se affrontata seguendo le giuste suggestioni. È sufficiente (ma necessario) cercare nel posto giusto, e noi lo faremo prendendo le mosse dal mondo dei lavori emergenti, dal pianeta dei business creativi e dal terreno fertile in cui ciascun talento può autenticamente segnare il passo. Proporremo, con questa rubrica, una sorta di guida nata dal vivo desiderio di soddisfare le curiosità e le esigenze dei giovani del terzo millennio che oggi si affacciano sul mondo del lavoro. Nostra ambizione sarà trattare questi argomenti con attenzione, onestà, cura e rigore. Siamo convinti, infatti, che il lavoro “giusto” per ciascuno esiste, ci aspetta, e vale perciò la pena chiedersi in che modo ognuno di noi sia autenticamente in grado di esprimere nella propria professione ciò che più ama fare, in un momento in cui nessuna occupazione sembra essere assicurata “a tempo indeterminato”. Il nostro tentativo consisterà, allora, nel metterci alla prova e a confronto, nella speranza di far emergere gli interrogativi più appropriati per aiutarci a comprendere la nostra identità professionale e guidarci nel realizzare la nostra personale vocazione. In fondo, è quel che spesso accade nel mondo del lavoro, dove tutto conta: formazione, conoscenze, esperienze professionali, interessi, capacità, abilità e competenze possono essere rimescolati e combinati per dare vita alla “mitica” professione che piace, quella che – come ha sapientemente spiegato Jacopo Fo – saremmo perfino disposti a pagare per fare. E chissà che quel “mestiere” non venga descritto proprio in queste pagine. Se questa non è creatività … Buona lettura!
PERCHÈ INVENTARSI UN LAVORO? – Se almeno una volta nella vita avete desiderato lasciare tutto e cambiare vita, questa rubrica fa proprio al caso vostro. Raccogliendo le testimonianze di chi già lo ha fatto, vi racconteremo gli aspetti più (e meno) entusiasmanti di una decisione spesso difficile da intraprendere, ma che può talvolta svelare grandi opportunità e serie prospettive di sviluppo e crescita. Come vedremo, serve una buona motivazione e la giusta determinazione per arrivare a realizzare il proprio sogno lavorativo, ma la buona notizia è che si può fare! Cercheremo allora di scrutare insieme quali ostacoli possono impedire simili percorsi, provando a capire come sia cambiata l’esistenza di chi queste scelte le ha compiute per davvero. Ci misureremo, infine, in uno scambio cordiale e sincero, sulle opinioni che ciascuno nutre su questi temi, con l’augurio che ognuno possa trovare (e non smettere di sognare) la propria strada nel cammino della vita. Particolarmente apprezzato risulterà, per questo, il vostro contributo: scrivetemi le vostre storie e il vostro sentire. Anche questa è creatività… Buona lettura!
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