Come fermare la "generazione a perdere"?

Domenica 05 Giugno 2011 19:28 Annalisa Perteghella Local - Attualità
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“Generazione a perdere” è il titolo della puntata di Report andata in onda domenica 22 maggio. Al centro della puntata il tema del precariato, della fuga di cervelli e della desolazione culturale che in questo momento investe il nostro Paese e paralizza il dibattito pubblico, spingendo migliaia di giovani a scendere in piazza per rivendicare il proprio diritto ad un futuro che si vedono negato e altrettante migliaia di giovani a stare comodamente seduti su un divano, barricandosi dietro alla scusa del “tanto per noi non c'è spazio” e crogiolandosi nell'attesa di un intervento esterno che li risvegli magicamente dall'abulia e dalla rassegnazione.

IN FUGA - Per dirla con Moretti, le parole sono importanti: parlare di generazione a perdere significa porre l'accento sull'inutilità, sulla natura scomoda e ingombrante della generazione in questione. Il vuoto a perdere è qualcosa che ha esaurito la propria utilità, e dal quale non è più possibile ricavare nulla di positivo o redditizio, a differenza del vuoto a rendere che alimenta invece un circuito di scambio e permette all'oggetto in questione di sentirsi utile anche dopo essere stato utilizzato infinite volte. Fuor di metafora, la generazione a perdere è quella composta da quei 330.000 cittadini di età compresa tra i 20 e i 40 anni che tra il 2000 e il 2010 hanno lasciato il nostro Paese. Fantasmi, che ad un certo punto della propria vita scolastica o lavorativa si sono trovati davanti a un bivio che viene subìto sempre più come un senso unico: ferma restando la variabile legata all'incertezza del proprio futuro, essi preferiscono andare dove perlomeno percepiscono una possibilità di realizzazione personale, scappando il più lontano possibile da un Paese che nega loro il riconoscimento del merito e la valorizzazione del talento.

GUARDANDO A ORIENTE - Un'immagine disarmante quella che risulta dal confronto con altri Paesi europei e, ancor di più, con Paesi extra-europei fino a pochi anni fa considerati fanalini di coda del sistema economico mondiale, ma che oggi stanno prendendosi la rivincita investendo sulla propria ricchezza principale: i giovani. Se i dati dei nostri vicini europei ci parlano di sistemi di welfare più attenti e di un numero maggiore di politiche a sostegno dei giovani e delle famiglie, le storie che arrivano ad esempio dall'India colpiscono per la capacità da parte dei giovani di immaginare un futuro diverso e la disponibilità da parte dello stato a credere nella bellezza e nella potenzialità dei sogni dei propri ragazzi, dietro i quali si cela, ovviamente, un ritorno economico non indifferente. Raman, 24 anni, originario di un villaggio indiano tra le montagne dell'Himachal Pradesh, si è lasciato alle spalle la fame e le privazioni per correre con fiducia verso un futuro da “uomo freccia”, ovvero colui che negli autobus siede al fianco dell'autista e tira fuori il braccio dal finestrino per segnalare la svolta a sinistra (nell'ex perla dell'impero britannico, la posizione di guida permette all'autista di segnalare comodamente da sé la svolta a destra). Raman non può sapere se con questo nuovo lavoro la fame e le privazioni siano definitivamente alle spalle, ma quello che non gli manca sono la forza e il coraggio di immaginare e progettare un futuro in cui da “uomo freccia” diverrà proprietario di autobus, e potrà così un giorno condividere il proprio bizzarro progetto di vita con una donna con la quale costruire una famiglia. Ma nell'India delle contraddizioni, accanto alla storia di Raman troviamo quella di Sanjay, brillante studente di ingegneria parte di quella generazione di “ingegneri col cannocchiale”, ragazzi che guardano lontano, e che vedono riconosciuto il valore delle proprie idee. Sanjay, 22 anni, oggi è proprietario di Torque, termine preso in prestito alla fisica e che indica una “forza che crea un cambiamento”, azienda del valore monetario di 2,5 milioni di dollari e dall'incommensurabile valore simbolico di un'India che ha il coraggio di scommettere sui propri talenti, consapevole del fatto che “nell'era della globalizzazione vince chi riesce a trattenere la conoscenza”, come afferma il professor Ramamurthy, a capo del sistema di politecnici indiani che danno vita all'Indian Institute of Technology.

SCOMMETTERE SUL FUTURO - Negli occhi brillanti di Raman e di Sanjay sembra di scorgere quello stesso sguardo acceso dei nostri nonni, i quali, nonostante le bombe, la guerra e il nazismo, hanno continuato a mettere al mondo figli con la speranza, anzi la certezza, che il futuro non avrebbe potuto essere che migliore: non strabiliante, né stupefacente, solo migliore. Solo chi ha vissuto la morte e la distruzione può avere quello sguardo lungo che permette di continuare a scommettere sulla vita. E lo sguardo lungo è forse quello che più manca ad una classe politica sempre più trincerata nel proprio fortino fatto di attaccamento al potere e perdita di contatto con il Paese reale. Alcide De Gasperi sosteneva che “un politico guarda alle prossime elezioni, mentre uno statista guarda alla prossima generazione”. In un Paese nel quale tanto l'elettore medio quanto chi siede in parlamento appartiene alla fascia degli over 50, ma soprattutto in un'Italia dalla quale “la meglio gioventù” scappa a gambe levate, coloro che rimangono faticano a trovare il modo di far convivere lavoro, famiglia e stipendio. Ecco allora che si scuote la testa di fronte ai dati che indicano che le coppie italiane mettono al mondo 1,4 figli, contro gli 1,9 del Regno Unito e i 2 dei nostri vicini francesi. “Oggi i giovani faticano a fare scelte definitive”, “Siamo diventati tutti più egoisti”, sono i responsi di una parte, per non parlare poi di coloro che suggeriscono di “sposare un uomo molto ricco”, come se la stabilità economica potesse rimpiazzare il bisogno fondamentale di sentirsi utili alla società e apprezzati per le proprie capacità e non semplici “vuoti a perdere”, per tornare alla metafora iniziale. E se formare una famiglia propria rimane nell'universo delle possibilità remote, fare affidamento sulla propria famiglia di origine diventa l'unico modo per rimanere a galla. Giovani dunque che escono di casa sempre più tardi e che per farlo ricorrono in buona parte al patrimonio accumulato dalla famiglia in anni di lavoro e sacrifici. Gli stessi sacrifici che quei genitori erano ben lieti di fare affinché i propri figli potessero costruirsi un avvenire dignitoso.

TRA DISILLUSIONE E RASSEGNAZIONE - La drammaticità della situazione è sotto gli occhi di tutti; per quanto tempo ancora l'attuale classe di governo potrà continuare a fingere di non vedere questi giovani con la valigia, le migliori menti del Paese che abbandonano in fretta e furia l'Italia come si abbandona una nave che sta per colare a picco? Se nemmeno il colore giallo brillante eletto a simbolo dei giovani indignati riesce ad attirare l'attenzione di chi di dovere, come fare per dissipare le tenebre del malumore e soprattutto dell'appiattimento culturale nel quale la nave Italia sta lentamente ma inesorabilmente affondando? Pur non volendo denigrare il risvolto economico della questione, ciò che desta maggiore preoccupazione è proprio il clima di appiattimento, sfiducia e sconforto che si è venuto a creare tra i giovani, quegli stessi giovani che, come disse una volta Montanelli, “hanno il dovere dell'ottimismo”. In un Paese già di per sé anziano, nel quale anche i ventenni parlano come ottantenni, infarcendo i propri discorsi di “ormai” e “se solo”, il dato più allarmante è costituito da quei 2 milioni di giovani tra i 15 e i 29 anni che né studia né lavora, la cosiddetta generazione né-né, o neet, acronimo per l'inglese Not in Education, Employment or Training. La generazione del divano, che si arrende allo sport tutto italiano della lamentela, e trova modo di prosperare in un terreno nazionale che si presta particolarmente bene all'indolenza apatica e all'autocommiserazione. Altrettanto inquietante è il farsi strada della convinzione secondo la quale “studiare non serve a niente”. Di fronte ad un numero spropositato di laureati, è per certi versi fisiologico che non tutti riescano a trovare adeguato collocamento nel mondo del lavoro; non per questo però deve passare il messaggio che studiare non serva a niente, o che, peggio, il curriculum studiorum debba essere scelto solamente in funzione della spendibilità del titolo accademico sul mercato del lavoro, con buona pace della passione e delle aspirazioni che spingono il singolo.

NON “SE” MA “NONOSTANTE” - Una situazione preoccupante, dunque, di fronte alla quale non è più lecito stare a guardare o continuare semplicemente ad incolpare lo stato, la politica, le istituzioni. L'unico modo per scuotere dal torpore esistenziale una classe di governo miope è dimostrare con i fatti il valore dell'immenso patrimonio umano che essa sta sperperando; l'unico modo per risvegliare dall'abbattimento e dallo sconforto i giovani è diventare noi stessi esempio di impegno e volontà. Il problema è serio e reale; negarne l'esistenza vorrebbe dire non rendere giustizia a quei 30.000 giovani che ogni anno abbandonano il Belpaese con in mano un biglietto di sola andata. Di fronte al problema, possiamo scegliere di intraprendere la strada della lamentela e dell'autocommiserazione oppure di rimboccarci le maniche per provare a costruire un futuro diverso. Come ricorda Massimo Gramellini in un recente editoriale su “La Stampa”, è necessario “darsi una disciplina esistenziale, fissare dei traguardi e poi mettersi in marcia senza vittimismi, perché i 'se' sono la patente dei falliti, mentre nella vita si diventa grandi 'nonostante'”.

Ultimo aggiornamento Martedì 07 Giugno 2011 18:37

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