Nei giorni caldi degli sbarchi di massa, ecco le parole degli stranieri che hanno popolato l'isola siciliana.
Questo breve filmato è stato girato all'ingresso del molo marittimo di Lampedusa appena una settimana fa. Le immagini parlano da sole e mostrano quello che ho cercato di descrivere attraverso i miei racconti. Quello che si vede è solo uno dei tanti rifugi improvvisati che i migranti si sono costruiti "sull'isola che non c'è". Ognuno gira con il suo sacchetto di plastica e dentro si porta tutto il suo mondo, qualche coperta o maglione in più e qualcosa da mangiare. Gli appuntamenti in gruppo sono tanti soprattutto quando, come si vede nel video, vengono richiamati dai diversi mediatori culturali che cercano di spiegargli le poche regole che in situazioni del genere sono ammesse. Dove e quando si mangia, da dove e quando si parte. Poco più avanti c'è il molo e sopra la collinetta della vergogna. Isolani, volontari, migranti. Volti e testimoni di qualcosa che chi ha visto ricorderà per sempre.
Lui è Amin, ha ventisette anni e viene da Tunisi. Vi ho raccontato in poche righe il mio incontro con lui. L’ho conosciuto venerdì primo aprile, sul molo marittimo di Lampedusa. Questo ragazzo con pantofole ai piedi e pantalone di tuta è quello che mi ha chiesto di comprargli una scheda Tim. Voleva chiamare da giorni a casa, ma non avendo con sé documenti non sapeva come fare. Amin ha dormito nell’accampamento poco vicino al molo. L’ho rivisto l’ultimo il giorno della mia partenza, poche ore prima di prendere l’areo. Era sempre al molo e sorridendomi ha detto: “domani parto”. Se Amin alla fine è partito non ve lo so dire, quello che resta del mio incontro con lui sono le poche righe che ho scritto e questo video girato.
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