ESCLUSIVO - Elisabetta Ranieri, giornalista freelance, racconta per FusiOrari le sue giornate sull'isola siciliana. "Per arrivare a Lampedusa, occorre fare scalo a Palermo o a Catania, almeno se si vuole arrivare in aereo; in questi giorni è facile identificare chi va e chi torna da quella che è stata definita l’Isola che non c’è. Chi va è riconoscibile dalla divisa, o meglio dalle divise: o sono carabineri mandati in missione o giornalisti pieni di telecamere, macchine fotografiche e zaini del mestiere".
LAMPEDUSA - E per chi torna la musica è la stessa: o si torna in divisa o si torna con le macchine appese al collo. L’unica differenza sta nello sguardo, diverso, che ha chi è di ritorno. Loro hanno visto. Hanno visto un’isola piccola piccola diventare grande grande. Hanno visto un flusso continuo di barche, hanno visto volti di bambini e adulti arrivare nell’unico posto dove la gente li ha accolti. Perché è giusto dire che i lampedusani hanno dato una lezione a tutti, italiani ed europei, senza alcuna distinzione. Sono arrabbiati, è vero, sono stanchi, provati. Hanno visto la loro isola, la loro terra riempirsi di gente, consapevoli del fatto che tutto ciò non era e non è possibile, ma non ce l’hanno con i migranti che poco centrano. Sanno che quella è tutta gente disperata, arrivata qua per scappare da guerre, carestia, dittature. Insomma ognuno ha il suo perché. La rabbia dei lampedusani è contro chi li ha lasciati soli in queste ultime settimane, contro chi ha permesso che la situazione arrivasse ad un collasso tale da avere più migranti residenti. Arrivare a Lampedusa in questi gironi vuol dire trovare una situazione nettamente diversa da quella di lunedì o martedì scorso. Ora i migranti vanno via. Li stanno imbarcando a gruppi di mille, mille e cinquecento persone. Destinazione ignota, almeno per loro. Per noi, invece, che cerchiamo di raccogliere più notizie possibili, le informazioni sono quasi sempre le stesse. Vengono portati nei centri di accoglienza, quali è difficile dirlo con precisione, ma i nomi più frequenti sono Bari, Manduria, Crotone e Palermo. Le domande che fanno sono sempre le stesse: "Non ci riportate indietro vero?" E nella loro voce e nei loro occhi si legge un velo di terrore ben mascherato.
QUASI VUOTA - L’Isola sembra quasi vuota, quasi però perché alla fine sono ancora tremila e settecento i migranti presenti. La sera tira un vento molto forte da queste parti e chi non riesce ad entrare nel centro di accoglienza si aggira per le strade con coperte addosso. Sembrano fantasmi che deambulano, in gruppi o da soli. Altri invece continuano a restare accampati in tendopoli di fortuna costruite alla meno peggio vicino al nuovo molo. Amin un ragazzo di 27 anni mi racconta che dorme la già da tre giorni perché al centro non ha trovato posto. Ha le pantofole ai piedi ed un pantalone di tuta nascosto sotto un lungo giaccone che non sembra essere della sua taglia. E’ di Tunisi ed è scappato da li perché nel suo Paese muore di fame e di freddo. Mi chiede di aiutarlo a comprare una scheda telefonica italiana perché a lui un contratto con la compagnia mobile non lo fanno fare. Altri invece chiedono sigarette o caffè o li vedi entrare in qualche bar e uscire poi dai bagni dove è facile immaginare che abbiano appena finito di lavarsi a pezzi. Ringraziano i lampedusani e gli italiani, dicono di sapere che è difficile e che davvero si sono sentiti accolti e trattati bene da tutti. Certo magari qualche pecora nera nell’insieme c’è, ma poco importa alla fine se la maggioranza è diversa.
COME IN UN REALITY - Durante il giorno è facile trovarli nella piazzetta di via Roma, la via principale di quest’isola che a volte sembra nascosta agli occhi del mondo. «Lampedusa è come una braca in mezzo al mare» dicono e da quando Berlusconi ha fatto le sue promesse e si è comprato casa questo posto da isola che non c’è, è passata ad essere chiamata “l’isola dei famosi”. Intanto qua gli unici famosi, loro malgrado, sono solo gli immigrati ripresi dalle innumerevoli telecamere che girano per la via ed a volte ti sembra di stare su un set cinematografico o su un reality in cui ogni secondo c’è qualcuno che riprende qualcosa. Poi però, basta guardare le divise presenti o il cumulo di barche abbandonate per capire che è realtà, solo ed esclusivamente una dura realtà.
LA POSIZIONE DI AMNESTY ITALIA - Di seguito alcune dichiarazioni di Giusy del Conzo, responsabile della campagna e della ricerca per Amnesty Italia, rilasciata nel corso della conferenza stampa di venerdì 1 aprile, a Lampedusa.
“Non è la prima volta che assistiamo a violazione dei diritti umani a Lampedusa e non è la prima volta che assistiamo ad una risposta completamente diversa dalle persone. Crediamo che i governi europei debbano prendere esempio dagli abitanti di Lampedusa. È una crisi umanitaria che non era necessaria, è una crisi umanitaria che a nostro avviso è stata di fatto creata da una mancanza di risposte. Sono numeri completamente gestibili per un governo europeo. La Tunisia e l’Egitto si stanno facendo carico di ben altri numeri in fuga dalla Libia e vedere mancanza di accesso ai bagni, ad un ricovero, a cure a procedure di identificazione in situazioni di calma è molto grave, se appunto questo è effetto di mancanza di risposte, per questo noi parliamo di una crisi umanitaria provocata.
Gli standard internazionali richiedono innanzitutto un trattamento umanitario uguale per tutti quindi i primi aspetti sono proprio l’accesso al cibo, all’acqua, alla salute e sono cose che vanno garantiti sempre dallo Stato a chiunque in secondo luogo le procedure dell’immigrazione devono avere attenzione ai casi individuali, vanno svolte caso per caso proprio perché sono delicate, le persone hanno storie diverse, una persona che viene dalla Tunisia può essere un richiedente asilo o può essere un migrante economico. Questo lo si può sapere non con una determinazione di gruppo evidentemente ma soltanto avendo il tempo e gli spazi per fare una determinazione caso per caso. Quindi innanzitutto non potranno essere prese, evidentemente, misure di rinvio senza una determinazione caso per caso e questa è una prima regola importante nel caso dell’immigrazione quello che accadrà in futuro è molto difficile da dire al momento per il quadro non è ancora chiaro quindi non sappiamo se questi centri saranno adeguati per gestire queste procedure o no. Quello che possiamo dire già adesso è che c’è una certa confusione nell’utilizzo della detenzione perché non si capisce i centri che natura abbiano".
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