La notizia
del suicidio di Mario Monicelli in pochi secondi ha fatto il giro del web: commenti, foto, ricordi, riflessioni sono postati velocemente su Facebook e Twitter, mentre su YouTube i video del maestro hanno raccolto numerosissimi clic. Oggi, come all'inizio della sua carriera, è uno dei registi più rappresentativi della commedia all'italiana, della storia del nostro cinema e del nostro paese visto attraverso occhi cinici, ironici, mai compiacenti, sempre liberi da retorica e pregiudizi.
La notizia è arrivata come un fulmine a ciel sereno durante l’ultima puntata di “Vieni via con me”: Mario Monicelli non c’è più. I due conduttori del programma, Fabio Fazio e Roberto Saviano, non hanno potuto far altro che riportarla al pubblico in studio e a casa, senza troppi giri di parole o sensazionalismi, dedicando commossi un lungo applauso al grande artista. Il grande maestro del cinema italiano ha scelto di andarsene gettandosi dal quinto piano dell’ospedale San Giovanni di Roma, intorno alle 21.00. Il cineasta aveva 95 anni e soffriva di un tumore alla prostata. Monicelli, secondo le ricostruzioni, dopo aver eseguito la terapia, si è ritirato nella sua stanza e, una volta rimasto solo, si è gettato dalla finestra. Il corpo è stato ritrovato dal personale sanitario dell'ospedale a terra, disteso nei viali vicino alle aiuole, a pochi metri dal pronto soccorso. “Era stanco di vivere e la malattia lo stava logorando, soffriva molto” recitano alcune testimonianze. Sconvolta la moglie del regista, Chiara Rapaccini, che non ha lasciato alcun biglietto a spiegazione dell’estremo gesto. Purtroppo in famiglia non è la prima volta che un membro si toglie la vita. Anche il padre del regista, il noto scrittore e giornalista Tomaso Monicelli, morì suicida nel 1946. Lo trovò proprio il figlio nel bagno. Prima che calasse il sipario sull’ultimo atto della sua più grande commedia, il regista ha abbracciato la protesta dello spettacolo contro i tagli alla cultura, ha incitato i giovani a ribellarsi per un futuro migliore, si è lamentato che il cinema di oggi non riusciva a raccontare come è veramente l'Italia e ha partecipato al Viola Day di febbraio e al primo no B-Day tenutosi lo scorso dicembre in piazza San Giovanni. In quell’occasione, rivolgendosi ai giovani aveva urlato: “viva voi, viva la vostra forza, viva la classe operaia, viva il lavoro. Dobbiamo costruire una Repubblica in cui ci sia giustizia, uguaglianza, e diritto al lavoro, che sono cose diverse dalla libertà”.
IL CINEMA - Mario Monicelli era nato a Viareggio il 15 maggio del 1915. Il suo esordio nel cinema era avvenuto nel 1932 quando, dopo aver conseguito la laurea in storia e filosofia a Pisa, aveva firmato il corto “Cuore rivelatore”, insieme ad Alberto Mondadori. È stato uno dei padri della commedia italiana,insieme a Dino Risi, Steno e Luigi Comencini. Il primo lungometraggio, “Pioggia d’estate”, realizzato nel 1937, gli era fruttato la conoscenza di Macario e Totò che lo scritturerà tra i suoi autori. Nella sua lunga vita affronta anche gli orrori della guerra. Nonostante sia vicino ai circoli antifascisti, ai quali è approdato tramite l’amicizia con Steno, si arruola in cavalleria e partecipa alle campagne d’Africa e Albania. Nel 1949 esordisce alla regia in “Totò cerca casa”. Della sua carriera, costellata da 66 regie ed oltre 80 sceneggiature, ricordiamo i successi: Guardie e ladri (1951); I soliti ignoti (1956); La grande guerra (1959); L'armata Brancaleone (1966); La ragazza con la pistola (1968); Amici miei (1975). Negli anni ’80 collabora con l’indimenticato Alberto Sordi ne “Il Marchese del Grillo” e, nel 1992, fotografa con ironia i cambiamenti della società italiana in “Parenti serpenti” (1991). L’ultima pellicola, “Le rose del deserto”, porta la data del 2006, quando il maestro aveva già spento le 91 candeline. Monicelli è stato molto amato anche oltre oceano dove ha ricevuto ben tre nomination all'Oscar. Oltre che per “I Soliti ignoti”, candidato come miglior film straniero, per le sceneggiature de “I compagni” e “Casanova 70”.
L’ULTIMO SALUTO – La bara del grande artista è stata portata, intorno alle 10.00, in piazza Madonna dei Monti per l’ultimo bagno di folla. Il feretro è stato poi trasportato alla Casa del Cinema, nel cuore di Villa Borghese, dove la salma resterà fino a giovedì mattina, quando il corpo verrà cremato in forma privata, secondo la volontà della famiglia. Il rione Monti, dove Monicelli viveva e al quale aveva dedicato un documentario per testimoniare l’amore verso quella comunità, sarà l’ultimo set di un grande film, quello della vita del grande regista. In suo onore, questa sera, si terrà una fiaccolata per le strade del quartiere. Molti gli amici e i colleghi riuniti per salutare “sor Mario”. Primo tra tutti il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nonché vicino di casa, che ricorda così Monicelli: “"L’opera di Mario Monicelli si è caratterizzata per la straordinaria finezza, acutezza e capacità di penetrazione nel rappresentare comportamenti umani e costumi del nostro tempo e del nostro paese. Egli è stato tra le personalità più originali, operose e creative del cinema del Novecento e sarà ricordato da milioni di italiani per come ha saputo farli sorridere, commuovere e riflettere". Mentre Viareggio proclama il lutto cittadino per la scomparsa dell’illustre concittadino, gli studenti, riuniti alla stazione Termini per protestare contro le riforme proposte dal ministro Mariastella Gelmini, hanno voluto salutare il regista intonando l’inconfondibile motivetto de “L’armata Brancaleone”. Gli stessi studenti, ieri, per le strade di Roma, manifestavano con uno striscione bene in evidenza in cima al corteo: “Mario, la facciamo sta rivoluzione...». E che a Milano, durante l’occupazione di Brera, hanno improvvisato un flash mob, un corteo per le strade della città, dedicato al regista. “Mario sarebbe stato felice — ha detto ieri la moglie, Chiara Rapaccini — di sapere di essere ancora in collegamento con gli studenti”.
LA PROTESTA – Nel giorno dei funerali la morte di Mario Monicelli fa molto discutere. Non tanto per le indagini aperte sul suicidio, ma per le reazioni del mondo politico. Mentre il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha parlato del regista, insignito della Gran Croce della Repubblica, come di un “grande dall’umorismo caustico, dotato di finezza e garbo” che “se n’è andato con questa ultima manifestazione della sua personalità”, la polemica sulla morte dolce è tornata in auge. Alla Camera dei Deputati, infatti, molti esponenti hanno criticato fortemente la commemorazione, adducendo inevitabili strumentalizzazioni politiche del gesto. E dire che Napolitano era stato chiaro nel domandare “Rispetto” per Monicelli e la sua famiglia. La decisione del regista però è stata utilizzata dalle parlamentari dell’opposizione, la radicale Rita Bernardini e la centrista Paola Binetti, per parlare di eutanasia. Quando la Bernardini ha chiesto “una riflessione sul modo in cui Monicelli ha scelto di lasciare la vita”, la Binetti ha risposto: “L’Aula dovrebbe avviare una riflessione su come alcune persone che non ce la fanno più siano costrette a lasciare la vita, anziché morire con i propri familiari vicini, con il metodo della dolce morte”. Eugenia Roccella, sottosegretario alla Salute, ha detto: “Nessuno può affermare che si tratti di una scelta libera e consapevole piuttosto che di un momento di disperazione. Si eviti di utilizzare nella polemica pubblica la sua tragica uscita di scena”. “Mario era un italiano con la schiena dritta — è il ricordo di Veltroni — non gli piaceva l’Italia di oggi, la mortificazione della sua vita culturale. Mario pensava che ribellarsi fosse giusto e aveva detto poco tempo fa, in un incontro con gli studenti, sovvertite, protestate, voi che siete giovani”. Accanto a Napolitano si schierano i colleghi di Monicelli. “La scelta di Mario Monicelli l’ho trovata straordinaria, eroica, magnifica — ha commentato l’amico di sempre Paolo Villaggio — io ero uno dei pochi che l’ha frequentato fino all’ultimo, lui non voleva vedere più nessuno ed era quasi cieco. Ha deciso che la sua vita finiva, che non voleva vivere altri tre anni come un vegetale, vorrei avere il suo coraggio”.
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