FusiOrari in Cina - L'analisi del Console Generale a Shanghai Vincenzo De Luca

Lunedì 19 Dicembre 2011 18:07 Antonio Alizzi, Demetrio Zavettieri Interviews - Interviste
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52 anni e con una lunga carriera diplomatica alle spalle, Vincenzo De Luca è il Console Generale italiano a Shanghai. In questa intervista, spiega i rapporti tra Italia e Cina, ne indica i futuri sviluppi e parla della comunità italiana del suo distretto.

 

 

Cominciamo parlando di lei: qual è il suo bilancio della sua esperienza in Cina?
Sono molto più che soddisfatto. Le mie aspettative, seppur elevate, sono state ampiamente superate: si lavora bene, con grande ritmo e in modo assai concreto. Il Consolato ha l’obiettivo di fare squadra: non ci sono imprese di serie A e imprese di serie B, manager di prim’ordine e manager di second’ordine. La nostra azione mira a unire e a fare sinergie…

Ci descrive come si svolgono i rapporti istituzionali con la Cina?
I rapporti si concretizzano sia a con i rappresentanti della municipalità di Shanghai, ma anche con quelli distribuiti nel suo grande territorio. Abbiamo stabilito costanti rapporti periodici con le autorità sia come Consolato Generale, come Camera di Commercio e a livello delle imprese italiane.

Il consolato opera a stretto rapporto con le imprese ma la comunità italiana è fatta anche di persone: le incontrate?
Promuoviamo molti eventi, anche di carattere culturale e, per così dire, social. Anche noi abbiamo festeggiato i 150 anni dall’Unità d’Italia: gli italiani si sono ritrovati nel padiglione dell’Expo per una grande festa. Abbiamo organizzato, inoltre, la festa nazionale su una nave di Costa Crociere il 2 giugno scorso. Alcune attività vengono ospitate nel salone del nostro ufficio, qui in Consolato, altre si svolgono presso l’Istituto di cultura, la Camera di Commercio. Tra gli ospiti di rilievo mi piace ricordare Riccardo Muti che ha diretto magistralmente la Shanghai Philharmonic Orchestra, e Ludovico Einaudi, uno dei più grandi compositori italiani.

Consolato italiano a Shanghai: è un’espressione impegnativa…
Il Consolato italiano a Shanghai è una struttura importante. Un dato eloquente riguarda il numero di visti che concessi: 48 mila nel 2010, più di 73 mila a questo punto del 2011. Una previsione prudente ci dice che quest’anno sfonderemo quota 90 mila.

È un trend che si manterrà inalterato nei prossimi anni?
Da parte nostra abbiamo incoraggiato l’incremento dei flussi turistici e commerciali. L’interscambio Italia- Cina nel 2010 è arrivato a 45 miliardi di dollari; nel primo semestre del 2011 ha già raggiunto 31 miliardi e le stime sono ottimistiche. Si tratta di una crescita molto eloquente peraltro in linea con l’obiettivo di raddoppiare ancora questi valori nei prossimi 5 anni. C’è molto lavoro da fare ma siamo sulla buona strada.

Concentriamoci sugli investimenti cinesi in Italia…
In questa zona della Cina, in particolare nella Cina orientale, vi sono numerosi imprenditori cinesi – mi riferisco al settore privato – interessati a investire in Italia nei settori tradizionalmente chiave dell’interscambio: la meccanica, i macchinari, la chimica, la farmaceutica. In questi settori registriamo non soltanto un forte sviluppo degli investimenti italiani in Cina ma anche, viceversa, di quelli cinesi verso il nostro Paese. Oggi l’interscambio è sbilanciato a favore della Cina: anche se una parte dei prodotti che si muovono dalla Cina e raggiungono l’Italia vengono ulteriormente lavorati nella Peniola, l’export cinese è superiore. La nostra convinzione è che le esportazioni italiane in Cina abbiano notevoli margini di crescita e che la collaborazione e la partnership tra i due governi siano strategiche.

Guardiamo agli investimenti italiani in Cina: da spazio produttivo la Cina è via via diventata uno sbocco commerciale . Le imprese italiane stanno a guardare?
In effetti siamo in un passaggio di fase. In un primo momento la Cina era un mercato di destinazione dei nostri prodotti: le imprese producevano in Italia e distribuivano in Cina; più di recente, la produzione si è spostata in Cina. Oggi chi viene in Cina ha l’obiettivo di distribuire sul mercato cinese e questa è una novità. In altre parole, la produzione, che è una fase ancora significativa, si accompagna a quella della vendita. Non si può non essere presenti, intercettare le dinamiche del mercato cinese. Del resto è quello che stanno facendo numerose PMI italiane, non soltanto i grandi gruppi. Nella Cina orientale siamo passati dalle 230 imprese del 2006 alle oltre 900 nel 2010.

Cos’è successo?
Le piccole e medie imprese, poco alla volta, hanno preso confidenza con il mercato cinese, hanno trovato infrastrutture e servizi all’altezza – specie in quest’area – in sintesi si sono presentate loro delle condizioni ottimali d’investimento. Via via il flusso e l’interesse delle imprese stanno guardando anche alle regioni più interne, verso occidente. Non è un caso se tra le priorità del governo cinese vi sia un riequilibrio dello sviluppo territoriale tra la Cina sud orientale e la Cina centro occidentale. Attualmente la nostra presenza imprenditoriale è concentrata attorno a quelli che abbiamo definito quasi dei “distretti industriali italiani”.

Anche il mondo della produzione, di solito percepito come di bassa qualità e dallo scarso valore aggiunto, sta cambiando?
Il cambiamento è notevole. Ci sono tante imprese che sviluppano attività di produzione di qualità avanzata. Ne sono un esempio i settori dell’auto, della componentistica, delle telecomunicazioni e dell’informatica della meccanica. Vi sono colossi domestici, specie del mondo-telecomunicazioni, che investono significativamente anche in altre parti del mondo.

Tutto rosa e fiori?
Alcune difficoltà strutturali non si possono negare: anzitutto per le piccole e medie imprese nostrane vi è il tema della dimensione, della qualità e dell’esperienza del management troppo spesso di natura familiare. Il fermento non manca e noi spingiamo perché ci si sposti qua, si venga a vedere: il modo migliore e più efficace per entrare nel mercato cinese è stare qui, produrre beni e servizi funzionali al gigante mercato cinese. Da Shanghai e dintorni, inoltre, si presidiano anche le nuove frontiere del business: quest’area si sta rivelando strategica anche dal punto di vista commerciale.

L’area della cosiddetta “grande Shanghai” conta circa 200 milioni di persone e realizza, all’incirca, il 25% dell’intera Cina. Come si inserisce in questo contesto la circoscrizione consolare italiana?
Nella “grande Shanghai” vive un 1/6 della popolazione cinese a fronte di un PIL ancora più alto, ¼, e con un reddito medio più elevato che altrove. La comunità italiana ha raggiunto circa 3000 unità ed è in continuo aumento, almeno quella che noi intercettiamo. Considerando i residenti permanenti, non è scorretto considerare circa 4000 gli italiani della zona.

Chi sono, in genere?
Per lo più sono manager e operatori commerciali con una presenza rilevante di ristoratori italiani che sono all’incirca 50 a Shangai.

Made in Italy è un’espressione in grado di attivare interesse in Cina?
Moltissimo. Il nostro sforzo è quello di favorire non solo il dinamismo dei grandi marchi ma anche di quei prodotti nostrani di acclarata qualità che, in Italia, hanno un posizionamento di medio livello. Pochi sanno che, durante l’Expo, il padiglione italiano è stato il più visitato dopo quello cinesi con 7 milioni  e 300 mila visitatori. Nel mese di marzo 2012 sarà riaperto perché l’interesse verso il nostro Paese continua a essere elevato. I cinesi amano l’Italia e amano venire in Italia: il raddoppio dei numeri dei visti concessi ne è una prova: bellezze artistiche, paesaggistiche e culturali. Il legame storico-culturale tra l’Italia e la Cina è profondo.

L’immagine dell’Italia in Cina?
L’immagine dell’Italia qui è molto solida: siamo considerati la patria della creatività, del gusto, dell’innovazione. Gli italiani sono apprezzati e ispirano un sentimento di amicizia…

Girando per Shanghai si coglie la “forza” e l’organizzazione dei francesi…
Il prodotto francese trae vantaggio da uno storico sistema distributivo. Poco alla volta, basta pensare alla ristorazione, stiamo riuscendo a recuperare e a promuovere i nostri prodotti. Cerchiamo di fare sistema a partire da tutte le iniziative che mettiamo in campo: istituzioni, imprese e autorità siamo in costantemente collegamento. È in questo clima, ad esempio, che si è concretizzata l’operazione-Padignlione di cui ho già detto: il primo padiglione non cinese che riaprirà all’interno dell’area dell’Expo. È una scommessa che abbiamo fatto, che stiamo vincendo e che coroneremo a marzo 2012: ci saranno esposizioni permanenti sul design, l’unico museo Ferrari fuori da Maranello, sarà predisposta un’area espositiva di alta gamma, piccole e medie imprese – nello spazio “abitare italiano” – ricostruiranno il contesto di una una casa italiana. Non mancheranno spazi per il B2B in cui le imprese potranno conoscersi e fare business e, ovviamente, un ristorante italiano di alto livello.

FusiOrari è un settimanale internazionale di giovani che parlano ai giovani: quale consiglio darebbe loro?
Ai giovani italiani io consiglio di venire a fare almeno esperienze di studio e di lavoro a Shanghai. Sempre più università – i Politecnici di Milano e di Torino, la Bocconi, la LUISS, le Università di Bologna e di Venezia,hanno sviluppato rapporti molto forti di collaborazione come ci sono 41 accordi tra università cinesi e università italiane, ci sono migliaia di studenti italiani che vengono qui, attualmente ci sono più di 10 mila studenti cinesi in italia, questo scambio noi non soltanto lo incoraggiamo, ma lo sosteniamo concretamente dando assistenza, supporto, partecipando, per quanto c’è possibile a questi accordi.

Ultimo aggiornamento Lunedì 19 Dicembre 2011 18:41

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