La crisi? Si vince con l'Amore. Parola della compagnia ScheriANIMAndelli - P.te 2

Giovedì 15 Dicembre 2011 18:22 Angela Azzarone Interviews - Interviste
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Salomè, Teatro alle Colonne

Quanto è importante che il teatro chiami a riflettere sui temi sociali? In che modo dovrebbe farlo? L'arte ha la possibilità di incidere e trasformare l'esistente, suggerendo un altrove? Quali sono le motivazioni che portano un teatro a proporre, in un dato momento storico, un autore piuttosto che un altro? Dalla Salomè, con le sensuali immagini di Guido Crepax, alle anticipazioni sui lavori della stagione in corso: queste ed altre suggestioni emerse nella seconda parte dell'intervista a Paolo Scheriani e Denise Silivestro.

 

Paolo, vuoi darci qualche anticipazione sui lavori di quest'anno?

Paolo: Due parole sull'Amleto, che attingerà da tutto il materiale cinematografico prodotto sull'opera shakespeariana. Dal cinema muto in poi tanti registi e attori vi si sono confrontati. Sarà un allestimento teatral-cinematografico e vedremo cosa accadrà.

 

M'incuriosisce Salomè con le tavole di Guido Crepax, il papà di Valentina.

Salomè, Teatro alle Colonne

P.: È un rapporto molto profondo, con Crepax e, ormai, con la famiglia e i figli che, dalla sua scomparsa, ne mantengono vivo illavoro. Uno di questi è Salomè, pubblicato con un certo successo diversi anni fa, con le sue illustrazioni e i miei testi. La pièce vuol essere un omaggio a Crepax: la figlia Caterina ha disegnato scene e costumi, che sono in realtà sculture di carta, mentre sullo sfondo, grazie alla collaborazione di Luca Lisci, sono proiettate le sue tavole.

 

Questo autunno molti teatri milanesi hanno puntato sui classici russi e sull'esplorazione del Male.

Denise.: In queste scelte bisogna chiedersi quanto conti il pubblico: nel senso che da una parte attori e registi, magari ciclicamente, scelgono di interrogarsi su determinati testi; dall'altra, forse, ci sono valutazioni commerciali. Per carità! niente da dire, nel senso che un teatro ha bisogno di un pubblico, per cui se è un momento in cui il pubblico vuol vedere un certo tipo di storie si possono mettere in scena molto bene. Alcune di queste pièce poi, non è un caso che siano state rappresentate proprio in questo momento, in cui l'incertezza la fa da padrone. Farsi delle domande sui propri sentimenti è un po' più facile quando si attraversano momenti di fragilità.

P.: Comunque, tanto di cappello agli autori russi, perché si parla di grande qualità drammaturgica; poi bisogna vedere, di volta in volta, gli allestimenti.

D.: Il segreto di quel che dice Paolo è che il teatro è vita e viceversa. Per cui dipende poi da quello che vivi sulla tua pelle nella quotidianità e quello in effetti può cambiare da paese a paese, da cultura a cultura. È quello che poi metti in scena è quello che racconti, è quello che sei che decidi di raccontare,o quello che vorresti essere o che non sei potuto essere. Quindi questa cosa di latitudine secondo me si spiega così, cioè col fatto che il teatro è molto legato alla vita vissuta.

 

Una proposta che si distingue molto da quello che c'è in giro. Anche da quelle del teatro di periferia, molto interessante e vitale, ma una stagione imperniata su temi sociali rischia di aumentare il senso di sfiducia nel futuro e di influenzare negativamente le scelte. Che ne pensate?

P.: Secondo me quello che dici è molto vero. Anche noi cerchiamo di dare spazio a questi argomenti, ricordando però che facciamo teatro. Non vogliamo essere documentaristici, per quello ci sono i giornali e i documentari. Il teatro deve raccontare assolutamente certe realtà, ma attraverso quella trasformazione e quella possibilità altra che gli è peculiare. Abbiamo aperto la stagione con un monologo sulla pena di morte: L'ultima ora di un condannato a morte; l'anno scorso abbiamo debuttato con Human Discount, parte di una trilogia che sto scrivendo, che racconta di bambini soldati in Sierra Leone e di immigrati clandestini. Argomenti di scottante attualità, affrontati, però, sempre attraverso una scrittura che vuol portare in un altrove, che ci fa compiere un passo in un altrove che è il teatro. Per mostrare una possibilità, perché dev'esserci un orizzonte. E argomenti importanti come i temi sociali andrebbero alternati a spettacoli meno impegnativi. L'anno scorso abbiamo presentato un musical di Brodway, quest'anno proporremo le serate musicali. L'importante è come proponi qualunque tema. La serietà e la qualità è la stessa, indipendentemente se si tratta di una tragedia greca o del musical di Brodway. Raccontare qualcosa di molto importante, però poi dire: guarda, c'è qualcos'altro! E poi il teatro deve portare comunque alla bellezza: deve, cioè, portare le persone a capire quanto è realmente bello tutto ciò che ci circonda. Senza negare le difficoltà ma, proprio perché è una delle parole che ci sta a cuore, trasformandole. Ecco, il teatro dovrebbe far questo.

 

 

Ultimo aggiornamento Venerdì 16 Dicembre 2011 01:08

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