Trentanni, una laurea in Gran Bretagna e numerose esperienze formative all'estero. A Shanghai, Solari guida The Blenders, una società di mediazione culturale che, a ben guardare, esprime molto di lui e delle sue passioni. Oltre all'italiano, Solari parla l'inglese e il cinese e riflettendo sul suo futuro confessa: "In Italia poche opportunità ma il mondo, per fortuna, è grande..."
Parliamo di te. Quando e perché decidi di venire in Cina?
La scelta di venire a vivere in Cina nasce nel 1997. Frequentavo il liceo e, appoggiandomi all’associazione Intercultura, ho deciso di trascorrere all’estero il quarto anno delle superiori. Tutti sceglievano gli Stati Uniti mentre io ho scelto Hong Kong. Mi affascinava il suo essere un punto di incontro tra due civiltà, quella occidentale e quella orientale. Nonostante lo shock culturale iniziale, continuo a pensare che sia stata un’esperienza stupenda.
Shock culturale, hai detto. Hai un aneddoto da raccontarci?
Era una domenica mattina e, come sempre, assieme alla famiglia che mi ospitava stavamo andando a mangiare. Mentre loro indossavano le giacche, sono uscito sul pianerottolo e ho chiamato l’ascensore. Tutto sembrava tranquillo. In realtà, pochi giorni dopo, sono stato convocato dal tutor della scuola che, con molto garbo, mi suggeriva di essere più rispettoso verso chi mi ospitava, lasciando che a varcare il portone di casa fossero, ad esempio, i più grandi. Era un gesto di rispetto che non avevo osservato, a suo dire. Nel tempo, ho imparato che in questa parte del mondo avere un approccio soft, indiretto è necessario. Il cinese non cerca mai il conflitto, il contrasto. Si affida sempre a un intermediario credibile, un tramite. Questo l’ho ritrovato, anni dopo, anche nelle negoziazioni con i clienti. Nel mondo occidentale è forse più rapido fare affari, specie quelli di media entità. Qui, al contrario, ogni cosa ha il suo tempo. A volte penso che la Cina sia molto simile al Sud d’Italia: pranzi e cene di lavoro interminabili, annaffiati da alcol a volontà e tante parole.
Dopo Hong Kong?

Ho fatto l’università in Inghilterra con una borsa di studio dell’Unione Europea. Mi sono specializzato nella politica estera della Cina e, dopo la laurea, ho frequentato il corso “Business e China” dell’Università Bocconi. È il momento in cui entro in contatto con la Promoest, una società specializzata nell’organizzazione di eventi, congressi e Convention. Mi propongono di aprire un ufficio a Shanghai sulla scia di alcuni clienti interessati a essere seguiti in Cina. Nel 2009, fondendoci con un’agenzia pubblicitaria di Milano, nasce The Blenders.
Qual è il tuo ruolo e cosa fate The Blenders?
Sono direttore delle operazioni e coordino 15 persone, per metà italiane e per metà cinesi. The Blenders è un’agenzia di comunicazione a capitale italiano che si occupa di promozione e pubblicità. La maggior parte delle attività riguardano le grandi città anche se, da qualche tempo a questa parte, siamo attivi anche nelle cosiddette città di seconda e terza fascia. Si tratta di centri con un numero di abitanti che oscillano tra gli 8 e i 10 milioni in cui un certo numero di persone ha un reddito elevato e può permettersi prodotti di importazione costosi come quelli del Made in Italy. Il nostro ufficio si trova in Cina, qui a Shanghai, ma siamo in grado anche di seguire progetti in Indonesia, India, Corea del Sud, Tailandia. Tutti mercati molto interessanti che avranno un’importanza crescente in futuro. Culturalmente, del resto, sono Paesi vicini alla Cina, a cominciare dalle stesse rigidità burocratiche.
La Cina, in realtà, è un puzzle...
Per quanto riguarda il business, la Cina ha una fascia costiera ricca, popolosa, avanzata. Lungo questa fascia si trovano Pechino e Shanghai. C’è poi la fascia interna, occidentale, che è ancora molto arretrata. Ancora oggi 800 milioni di persone vivono nelle campagne con tutti gli svantaggi che questo comporta.
Per quanto riguarda cultura e tradizioni, bisogna distinguere il Nord dal Sud. Il primo è più rurale, legato ai retaggi storici, talora chiuso e conservatore. Il Sud, invece, è più dinamico, aperto.
È una chiave di lettura interessante…
Faccio un esempio. Uno dei nostri clienti è Chateau d’Ax. Possiamo dire che in Italia i suoi prodotti, data la spinta dei marchi di lusso, si posizionano ad un livello medio. In Cina, invece, lo stesso prodotto può riposizionarsi verso l’alto: è un prodotto di qualità con la garanzia dei valori italiani. Per il solo fatto di essere importato, un divano Chateau d’Ax può essere venduto come un bene di lusso, con un prezzo alto. Chateau d’Ax oggi ha circa 40 negozi in Cina e se prima puntava su grandi città come Shanghai e Pechino, oggi guarda a snodi più piccoli in cui le famiglie abbienti, poche in percentuale, raggiungono valori assoluti di tutto rispetto.
Torniamo a Daniele Solari. Vedi l’Italia, o cos’altro, nel tuo futuro?
Ci penso spesso, in effetti. L’altro giorno, parlando con dei colleghi spagnoli e greci, riflettevo sul fatto che non sarà così facile tornare in Italia per i prossimi dieci anni. Ma il mondo è grande: l’anno prossimo apriremo un ufficio a San Paolo in Brasile e non escludo di farci un pensierino. La Cina, comunque, non ha smesso di piacermi: ha un fascino tutto particolare, dinamismo, energia..
Com’è fatta una tua giornata tipo?
Arrivo in ufficio in bicicletta verso le 8.30 e non riesco a uscire prima delle 20.00. Essendo in contatto con l’Italia dobbiamo tener conto del fuso orario europeo. L’effetto è che la nostra giornata ne risulta allungata. Con il telefonino, che è sempre in tasca, è difficile dire esattamente quando si comincia o si finisce. Almeno la pausa-pranzo provo a difenderle, magari facendo un salto in piscina.
Giovani ed estero: un binomio che pare continui a funzionare. Sei d’accordo?
Al 100%. Andare all’estero per me è stato fondamentale. Al di là dei casi specifici, sono convinto che sia l’unico modo per imparare veramente le lingue, aprire la mente e allargare le proprie possibilità professionali.
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