La Camera di Commercio Italiana in Cina raccoglie circa 550 imprese. La sua mission è offrire ai soci occasioni di incontro e di confronto. Il Vice Presidente, Claudio d’Agostino, racconta a FusiOrari come sta cambiando la Cina, i nuovi modelli di business, il ruolo di Shanghai sullo scacchiere globale: “Shanghai continuerà ad essere la piazza numero uno dell’economia e della finanza cinese. Non sarà, però, un player globale, se non di riflesso per un certo tempo…”
Può delineare una sintetica panoramica della Camera di Commercio italiana in Cina?
Quest’anno la Camera compie 20 anni. È un anniversario interessante perché segnala quanto la camera di commercio italiana, escludendo quelle inglese ed americana, sia una delle più antiche in Cina. Quest’anno contiamo circa 550 soci, più o meno in linea con gli anni passati. Alcuni hanno lasciato la Cina, nuovi si sono insediati: purtroppo la difficoltà della situazione italiana si ripropone anche qua. Il numero dei soci, in definitiva, è abbastanza costante; non registriamo più la crescita degli anni d'oro, tra il 2005 ed il 2008.
La maggior parte dei soci, oltre il 50%, sono localizzati a Shanghai o nelle zone vicine. Pechino e Tianjin registrano anche delle presenze, ma in quantità sicuramente minore. Il Guangdong ha una presenza importantissima di operatori italiani - ma si tratta di una presenza non di radicamento quanto piuttosto di sourcing: si acquista, si fa produrre, si controllano le produzioni; attività che non necessariamente richiedono una presenza fissa (e la vicinanza con Hong Kong fa si che molti si localizzino li). Al momento, credo possiamo dire che la maggior parte della presenza italiana in Cina si localizza a Shanghai e dintorni.
Qual è la mission della Camera di Commercio in Cina?
Mettere insieme le aziende italiane che operano stabilmente in Cina creando, tra loro, occasioni di incontro e confronto. Accanto a questa mission per cosi dire "istituzionale", avremmo anche un altro scopo: aggregare, in qualità di soci, le aziende italiane con quelle cinesi. Il problema della nostra Camera è pero che, per motivi regolamentari e leggi interne, non ci è possibile, a differenza di altre Camere nel mondo, associare direttamente soggetti puramente cinesi.
Quali servizi offre la Camera di Commercio agli italiani in Cina?
Credo che i servizi più importanti siano quello di creare informazione (pubblichiamo una rivista tematica periodica, manteniamo un sito molto nutrito in termini di notizie, distribuiamo una rassegna stampa su temi di interesse italo/cinese, organizziamo periodicamente seminari su temi di interesse vario) e di aggregazione (organizzando eventi ed occasioni anche di socializzazione). Non forniamo, per chiarezza, servizi diretti ai Soci. Quando ci è richiesto qualche servizio specifico facciamo il contatto con quei soci che operano nel settore di attività specifico per detta richiesta.
Peculiarità e attività della sezione di Shanghai?
Facciamo tanto ed aggreghiamo il numero più alto di soci. Organizziamo eventi, dove possibile, anche in cooperazione con altre Camere di Commercio. In questi casi crescono l'audience e il calibro degli speaker. La frequenza di questi eventi è pressoché settimanale. Poco distante da Shanghai, a Suzhou, si registra una presenza importante di aziende italiane; alcune di queste si sono organizzate come gruppo di lavoro della Camera e riescono ad organizzare attività di informazione e collaborazione ancora più efficaci. Un modello straordinario, nato ed alimentato dall'iniziativa di alcuni soci con una volontà di aggregazione e reciproco servizio difficilmente riscontrata altrove.
Prodotti editoriali?
Il nostro "Quaderno" è una pubblicazione trimestrale monotematica, che approfondisce temi di business o di economia cinese in relazione all’Italia. Viene pubblicata in tre lingue, italiano, inglese e cinese; richiede un importante sforzo editoriale ma riesce sempre a raccogliere contributi di qualità importante.

Come si distribuiscono le imprese italiane nella CCIC?
Abbiamo rappresentanti della grande impresa, circa il 20%, e delle PMI, il restante 80%. Numerose sono le aziende del settore meccanico e, più in generale, della produzione e della vendita di beni strumentali. Ovviamente sono molto presenti anche il settore tessile, della moda, dell'abbigliamento. Meno significativi sono food e servizi. L’Italia, del resto, è fatta così: macchine per la produzione, tessile, moda e abbigliamento. È l’Italia: non ci scopriamo diversi da quello che siamo.
Parliamo un po’ di lei, del suo lavoro con DLA Piper.
Sono in Cina da 15 anni e ho sempre fatto l’avvocato. Quanto al lavoro, devo dire che il mondo è cambiato, il tipo di clientela è diversa rispetto a 15 anni fa. DLA Piper è ormai lo studio legale più grande del mondo, sia in termini di fatturato sia come numero di persone e di uffici. A Shanghai siamo circa cinquanta avvocati e copriamo sostanzialmente tutte le are di attività legale. I nostri clienti sono multinazionali ma anche medie imprese; siamo particolarmente interessati a lavorare con la media impresa di oggi che ha l'ambizione a diventare grande impresa domani, soprattutto per quelle che hanno o vogliono avere una diffusa presenza territoriale (con la nostra presenza possiamo assistere i nostri clienti virtualmente ovunque nel mondo).
Parliamo di giovani professionisti: cosa suggerirebbe a un giovane italiano laureato in giurisprudenza?
Gli direi di rimanere a casa: adesso è tardi per spostarsi in Cina. Venti anni fa c’era lo spazio per potersi inventare una professione, adesso è molto più difficile, perché le condizioni di mercato sono cambiate. Mentre all’inizio si poteva lavorare soltanto con l’inglese, adesso serve il cinese. Diventa difficile proporre a un giovane neolaureato una carriera di sviluppo: è molto più efficiente puntare su un ragazzo cinese. È anche possibile cercare di indentificare altri paesi / giurisdizioni dove localizzarsi con un maggiore vantaggio competitivo.
Parliamo di Cina che guarda all’Italia dal punto di vista degli investimenti.
Coloro che si aspettano questi grandi investimenti cinesi in Italia, secondo me rischiano di rimanere alla finestra ancora per un po’. Il nostro Paese non è “friendly” per gli investimenti stranieri, in particolare quelli cinesi. Intravedo qualche opportunità in ambito tecnologico, o di acquisto di marchi da rilanciare producendo in Cina; la situazione domestica di questi mesi sicuramente favorisce queste acquisizioni opportunistiche. C'è chi si domanda se questo sia un bene o un male e se magari questo fenomeno debba essere scoraggiato. Ma nel mondo di oggi, ogni barriera è probabilmente più dannosa di qualsiasi apertura .
L’immagine del cinese che arriva con la valigetta piena di soldi è realistica?
No. Poi può succedere, ovviamente, ma l’Italia è un sistema complesso. Se si spiegano il diritto del lavoro, le tante difficoltà burocratiche e organizzative, non è un paese interessante. Diverso forse è il caso del ricco cinese che compra immobili a Milano e a Roma. Anche questi sono investimenti, quindi nessun problema; ma mi domando se non si possa fare di più per attirare non solo la speculazione immobiliare ma anche la capacita' imprenditoriale e produttiva dei cinesi in Italia.
Chiudiamo con Shanghai, che molti dicono essere una realtà effervescente, eclettica, votata al futuro.
Shanghai è una città diversa da tutto il resto della Cina. Lo è sempre stata, e forse è un po’ una sua caratteristica genetica. Per molti è diventata la porta di ingresso nel mondo cinese, è facile e gestibile, per certi versi, conta anche questo, "esteticamente" la più bella. Non diventerà, però, quello che i cinesi sperano, ovvero un centro finanziario globale; almeno nel breve periodo.
Perché?
Ci sono delle condizioni di business ineludibili, come la necessità che i tribunali funzionino e che sappiano gestire questioni complesse quali sono le transazioni finanziarie.
Qual è il problema dei tribunali?
E' soprattutto una questione di quantità: c’è un carico di lavoro eccezionale che i tribunali hanno difficoltà a gestire. Conoscono il problema e stanno investendo nella macchina-giustizia. Ma ci vuole tempo: i giudici vanno formati, le infrastrutture vanno organizzate.
Altri temi delicati per Shanghai?
Quello della tassazione. Attirare professionisti che guadagnano molto non è compatibile con un'imposizione del 40-45%. Anche il 30% è troppo per chi viene dalla finanza ed è abituato a piazze internazionali dove l'imposizione è inferiore.
Infine, sul tavolo c'è la questione, per cosi dire, ambientale. Città con tanto verde a due ore di distanza, come New York e Londra, o con spiagge e strutture attrezzate, come Hong Kong o Singapore, finiranno per avere la meglio. Shanghai continuerà ad essere certamente la piazza numero uno dell’economia e della finanza cinese. Non sarà però un player globale, se non di riflesso per un certo tempo
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