FusiOrari in Cina - Rosanna Terminio: "Shanghai mi ha dato una chance"

Martedì 06 Dicembre 2011 23:06 Antonio Alizzi, Daniele Nicolini Interviews - Interviste
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Rosanna Terminio vive a Shanghai. In Cina è arrivata nel 2008 alle dipendenze, come capita a tanti, di un'azienda spagnola. Un anno fa il grande passo: “Divento imprenditrice”. Per AsecorpChina, la società di consulenza che ha contribuito a fondare, Rosanna sogna di lavorare a lungo. Donna, giovane e imprenditrice in una cultura maschile. "Non si dice, forse, che le donne vendono meglio?"

 

Ripercorriamo, per punti, il tuo percorso?

Ho studiato alla Cattolica di Piacenza Economia e Commercio e durante l’ultimo anno di università ho deciso di fare un Erasmus in Spagna, a Barcellona. Mi sono subito innamorata della Città e della sua gente, del clima internazionale. Era il 2001. Sono rimasta lì, ho scritto la tesi e, nel 2002, dopo averla discussa in Italia, sono tornata a Barcellona per cercare lavoro. Ho iniziato a lavorare per una società francese che faceva trading di prodotti su scala internazionale. In qualità di project manager mi occupavo di linee di credito, della gestione della distribuzione, della gestione dei contatti con il cliente, dei pagamenti. Un’esperienza a 360 gradi che mi ha formato molto ma senza prospettive. Mi sono quindi avvicinata al mondo della cooperazione internazionale seguendo anche un corso post-graduate e trasferendomi per alcuni mesi in America Latina per gestire un progetto di cooperazione e sviluppo in Colombia.

Un’esperienza forte?

Operavo per una piccola ONG locale con la quale ero entrata in contatto attraverso una mia amica colombiana. Il progetto mirava a togliere bambine prostitute dalla strada dando loro una rieducazione e formazione professionale. Un coinvolgimento nato in modo alquanto casuale che si è trasformato, per me, in un’attività impegnativa. Il mio viaggio in Colombia, nel dicembre del 2005, era volto a studiare il progetto in loco e valutare la controparte colombiana, un´istutuzione religiosa – elemento ricorrente in questi contesti in America Latina – per poi proporlo ai finanziatori in Spagna. La mia collaborazione era volontaria, quindi dopo qualche mese ho cercato un lavoro che mi permettesse di avere uno stipendio stabile e continuare a collaborare part-time con la ONG. Tra i vari colloqui, ricordo quello con una selezionatrice della Camera di Commercio Francese che, con una certa naturalezza, mi suggeriva di fare la consulente. Sarebbe stato un lavoro con progetti diversi, persone diverse: un’attività monotona e ripetitiva non mi era proprio congeniale.

Quindi hai cercato lavoro in consulenza?

Esatto. Nel frattempo avevo iniziato un Master a distanza in Studi Dell’Asia Orientale dell’Universidat Oberta de Catalunya. Ho compreso che le relazioni internazionali mi interessavano. Gli studi umanistici, in fondo, hanno sempre avuto presa su di me, tant’è vero che, all’epoca, ci fu un momento in cui pensai addirittura di iscrivermi a un percorso di laurea in Scienze Politiche. Avrei dovuto iniziare da zero e così il Master ha rappresentato un buon compromesso che mi ha permesso di trovare lavoro in una società di consulenza spagnola, Asesores Corporativos. Asecorp era basata a Barcellona e stava gestendo l’apertura – da pochi mesi a quella parte – di una filiale in Cina. Alcuni clienti dell’automotive si erano trasferiti in Cina e le opportunità, pertanto, si erano fatte concrete. Ho iniziato come assistente del direttore all’internazionalizzazione, seguendo tutte le fasi per lo stabilimento in territorio cinese dei clienti spagnoli. Contando sul possesso di alcune skills e competenze economiche, riuscivo a seguire la start-up anche una volta arrivata Cina, specie nella gestione della contabilità.

Cos’è successo dopo?

L’esperienza era interessante per me. Ben presto abbiamo cominciato a gestire, per un’associazione spagnola, un centro acquisti in Cina: la mia responsabilità era quella di seguirlo a distanza. È stata una sfida che è andata bene: non era semplice fare da interfaccia tra il team cinese e il cliente spagnolo.

Da Barcellona a Shanghai...

Fino al 2008 sono rimasta a Barcellona. Siccome quell’anno la persona responsabile dell’ufficio in Cina di Asecorp ha manifestato il desiderio di tornare in Spagna, mi proposi per quella posizione: “non pensavamo che volessi andare in Cina – mi dissero – Dici sempre che ami Barcellona”. È stato così che sono partita.

In Cina, quindi, per Asecorp.

Sì, Asecorp all’epoca contava una ventina di consulenti interni che, a seconda del progetto, si appoggiavano a collaboratori esterni e aveva alle spalle 20 anni di presenza sul mercato, specie in Catalunya, attorno alla zona di Barcellona. Nel 2010, due anni dopo il mio arrivo a Shanghai, la società ha avuto un cambio di management importante: l’allora direttore, che oltre ad essere il mio capo era anche socio, si è liberato delle sue quote uscendo dalla società. Quando Asecorp, per motivi riconducibili alla crisi economica, ha deciso di lasciare la Cina, con la persona che era subentrata al mio vecchio direttore, abbiamo rilevato l’ufficio. Il parco clienti esisteva e anche i progetti non mancavano. Abbiamo visto molte potenzialità soprattutto per la parte di risorse umane e coaching. Ci siamo lanciati in quest’impresa e ancora oggi siamo un ibrido tra una start-up e un’azienda affermata: una start up perché è la prima volta che mettiamo in piedi una società, un’entità affermata perché, al contempo, siamo riconosciuti e stimati per i servizi che offriamo. Nel tempo, inoltre, una delle dipendenti – che è cinese – si è unita al progetto imprenditoriale.

Avete costituito, pertanto, una nuova società?

Sì, l’head quarter l´abbiamo costituito a Honk Kong. Farlo in Cina è problematico, specie se si intende uscirne in modo poco oneroso. La percezione è di un mercato con grande potenzialità a fronte, però, di una concorrenza agguerrita. Il mercato della consulenza è abbastanza maturo ma con conoscenze importanti e un prodotto molto buono, soprattutto per quanto riguarda le risorse umane, il futuro potrebbe rivelarsi favorevole. Allo stesso tempo in Cina ci siamo fusi con una struttura più grande per poter assumere personale ed avere una presenza formale nel paese.

Nel medio termine intendete consolidare i clienti attuali?

Sì, l’obiettivo è quello di mantenere chi c’è già, ovviamente. Vogliamo convincerli che la nostra struttura, agile e giovane, non è un rischio per loro, ma un beneficio: i costi sono minori e l’intraprendenza è alta. Allo stesso tempo, però, guardiamo a chi non c’è: incrementare il portafoglio clienti, anche geograficamente, non è un goal meno importante. In Spagna siamo già abbastanza noti e intendiamo insistere su quel mercato. Tuttavia la crisi ha messo a dura prova il mercato spagnolo e quindi vale la pena allargare gli orizzonti.

Verso dove guardate?

Oggi i nostri clienti sono metà per metà spagnoli e per metà italiani. Si tratta di aziende simili per dimensione. Guardiamo al mercato latino-americano. Non è una strategia schizofrenica. Tutt’altro. È in atto, infatti, una dinamica di relazioni tra stati – cosiddetta Sud-Sud – in cui chi ha di più, tipo la Cina, intende essere protagonista da una parte e, dall’altra, farsi paladina di un modello di aiuti diverso da quello del Fondo Monetario Internazionale. Alla base di questo approccio v’è l’idea che non occorra intervenire negli affari interni dei singoli paesi ma piuttosto cooperare per lo sviluppo.

Qual è il vostro tratto più interessante?

Vogliamo aiutare il cliente ad afferrare il piano culturale di questo mercato per viverlo in modo meno traumatico e più sostenibile. Per noi l’internazionalizzazione non è unicamente il business plan quanto piuttosto una capacità complessiva di dominare il contesto culturale che sta dietro.

Una persona occidentale, giovane e donna. Quanto è difficile essere imprenditrice in Cina?

All’inizio è stato complicato. Uno shock culturale che con la curiosità si è trasformato molto velocemente in una sfida. I primi passi sono stati difficili. Questo è un mondo quasi completamente maschile, a cominciare dai clienti, che sono in genere uomini. La cultura cinese, inoltre, è molto delicata da questo punto di vista: mi è capitato di avere un problema con un dipendente solo per il che io fossi un donna e, ancora peggio, più giovane di lui. Quando sei giovane, spesso, vieni associato all’inesperienza. È un’associazione non sempre vera però che, con un sorriso, a volte si riesce a spezzare. Non si dice, forse, che le donne vendono meglio?

Per quanto complesso possa essere stato “muoversi” in Cina e tra i cinesi, rimane meno complesso che farsi strada in Italia?

Credo di sì. A volte ci penso e mi dico: Rosanna, un’opportunità di questo tipo l’Italia non te l’avrebbe data!

Ultimo aggiornamento Mercoledì 07 Dicembre 2011 00:43

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