
In due articoli precedenti, che hanno come sfondo l’argomento delle mafie nel mondo, “Fusi Orari” ha trattato il fenomeno diffuso ma sommerso della prostituzione nel contesto islamico. A riguardo sentiamo ora Valentina Colombo, docente di geopolitica del mondo islamico presso l’Università Europea di Roma. Le chiediamo anche più in generale della condizione delle donne musulmane, del famigerato fenomeno del terrorismo islamico e di parlarci dell’accusa di islamofobia, che sovente viene utilizzata per bloccare la libertà d’espressione contro l’estremismo islamico, spacciandola per intolleranza religiosa o razzismo. L’islamofobia diventa perciò un sottilissimo esempio di mafia globale.
Quando si parla di mondo arabo e islamico non si fa quasi mai riferimento al fenomeno globale della prostituzione. Eppure esso è diffuso anche lì: si tratta di un problema addirittura in crescita che “c’è ma non si dice”. Da che cosa dipende tale fenomeno e soprattutto il silenzio che lo circonda, secondo lei?
Il fenomeno della prostituzione nel mondo arabo-islamico è diffuso come altrove e le motivazioni sono pressocché le stesse. La differenza risiede nel fatto che l’islam non solo vieta i rapporti extra-coniugali, come d’altronde il cristianesimo, ma prevede altresì una punizione. Chi si prostituisce commette adulterio e chi commette questo reato, secondo il diritto islamico va punito con la lapidazione. L’islam sciita ha trovato un modo per evitare l’accusa di adulterio e per “proteggere” la prostituzione nel matrimonio a tempo. Questo tipo di matrimonio può durare anche poche ore e così facendo l’atto sessuale viene compiuto in seno a un matrimonio e quindi non è punibile.
Ritiene che la prostituzione possa aumentare ulteriormente in un contesto così misogino e tradizionalista, anche considerato il fatto che una società repressiva porta più facilmente alla trasgressione?
E’ evidente che una società repressiva conduce alla trasgressione, ma forse quest’ultima non corrisponderà a un aumento della prostituzione, ma forse a fenomeni quali quello della blogger egiziana Alia Magda Elmahdy che ha postato su Facebook una sua fotografia nuda. E’ stata una vera rivoluzione forse più di quella politica.
Quindi un miglioramento della condizione femminile, magari con l’ausilio di ong/istituti occidentali, potrebbe aiutare a debellare il meretricio arabo e islamico?
Sono convinta che il cambiamento debba avvenire dall’interno. Più che nelle ong occidentali credo in quelle autoctone. Mi riferisco ad esempio allo straordinario associazionismo femminile tunisino oppure a esperienze, nate in Europa, ma rivolte a proteggere le donne musulmane. Straordinaria ad esempio è l’esperienza dell’associazione Heroes, nata in Svezia, con una base anche a Berlino, che promuove formazione rivolta ai ragazzi, provenienti da un ambito islamico, affinché si allontanino sempre più dalla cultura del cosiddetto “onore” che li porta a uccidere le donne della famiglia non appena trasgrediscono le tradizioni.
Altri fenomeni globali che conosciamo fin troppo bene, sono l’estremismo e il terrorismo di matrice islamica. Pensa che questi, declinati al femminile (penso per esempio alle terroriste palestinesi rilasciate l’8 ottobre 2011 in campo del caporale israeliano Gilad Shalit) , siano in parte riconducibili alla misoginia in cui sono costrette a vivere queste donne, che forse vedono nel diventare “martiri”, l’unica possibilità di riscatto agli occhi della società?
Non credo che il martirio sia una forma di riscatto, ma che sia una conseguenza di un lavaggio di cervello che porta queste donne ad accettare lo sfruttamento in nome dell’ideologia. E’ sufficiente leggere lo Statuto di Hamas, ramo palestinese dei Fratelli musulmani. Qui si legge all’articolo 17: “La donna musulmana ha un ruolo non minore di quello dell’uomo musulmano nella guerra di liberazione; è forgiatrice di uomini e ha un ruolo tra i più importanti nella guida e nell’educazione delle nuove generazioni. […]” e all’articolo 18: “La donna, nella casa e nella famiglia combattenti, si tratti di una madre o di una sorella, ha il suo ruolo più importante nell’occuparsi della casa e nell’allevare i figli secondo i concetti e i valori islamici, e nell’educare i figli a osservare i precetti religiosi preparandosi al dovere del jihad che li aspetta. Pertanto è necessario prestare attenzione alle scuole e ai programmi per le ragazze musulmane, così che si preparino a diventare buone madri, consapevoli del loro ruolo nella guerra di liberazione. Le donne debbono avere la consapevolezza e le conoscenze necessarie per gestire la loro casa. La frugalità e la capacità di evitare gli sprechi nelle spese domestiche sono requisiti necessari perché ci sia possibile continuare la lotta nelle difficili circostanze in cui ci troviamo. Le donne dovranno sempre ricordare che il denaro equivale al sangue, che non deve scorrere se non nelle vene per assicurare la continuità della vita sia dei giovani sia dei vecchi”.
Negli ultimi anni si parla molto di islamofobia: di che cosa si tratta ?
“Islamofobia” significa paura irrazionale nei confronti dell’islam. Purtroppo questo termine viene spesso usato indistintamente a indicare sia la vera fobia sia chiunque si opponga e critichi l’estremismo islamico.
Significa che viene usata come pretesto per bloccare la libertà d’espressione?
Sì, spesso accade. Bisogna imparare a distinguere altrimenti cadremo nella trappola dell’estremismo islamico che con la difesa dall’islamofobia vorrebbe mettere a tacere la nostra libertà di espressione. Non dimentichiamoci che da anni l’Organizzazione per la Cooperazione islamica (OCI) ha un Osservatorio sull’islamofobia che è una sorta di “indice” dei nemici dell’islam.
L’islamofobia è legata anche al fatto che, chi denuncia un problema interno di un Paese islamico, può essere tacciato di “diffamare” quel determinato Paese ( vedi chi denuncia il massacro degli egiziani cristiani, i delitti d’onore in Giordania, il genocidio armeno in Turchia …) .
Esatto. Molto spesso nei paesi islamici e nei loro codici penali l’islamofobia che non appare, così come non appare l’apostasia , viene messa sotto la voce di attentato all’ordine pubblico. In un paese come il Pakistan invece l’islamofobia va sotto la voce “blasfemia”, ma ciò no toglie che qualsiasi musulmano che critichi la propria religione è automaticamente considerato apostata. Non dimentichiamo il commento alla sura IV, 98 della traduzione del Corano curata dall’Unione delle Comunità e Organizzazioni Islamiche in Italia” (UCOII), legata ai Fratelli Musulmani. In tale commento si legge: “Gli «oppressori», i mustakbirun, dell'islam sono nell' ordine «gli orientalisti, le autorità di altre religioni altre che l'islam, i giornalisti e tutti coloro che contribuiscono alla campagna di disinformazione a proposito dell' islam e dei musulmani. Costoro riceveranno un cocente castigo, mentre è possibile che Allah nella Sua infinita misericordia perdoni gli oppressi» (Newton&Compton Editori, pag. 99).
Debellare la misoginia, l’estremismo e il terrorismo di matrice islamica, può dunque eliminare l’islamofobia, vera o presunta?
Per debellare la vera islamofobia bisogna iniziare a smascherare gli estremisti cosiddetti moderati, solo perché non mettono bombe e non organizzano attentati, e iniziare a conoscere e valorizzare i musulmani che condividono i nostri valori, i valori universali, primo fra tutti la sacralità della vita.
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