
Continua l’intervista di Fusiorari al coordinatore scientifico di OPAL, il Prof. Carlo Tombola. Esponendo casi concreti, dal boom di armi da caccia in Albania alla “Beretta Connection”, dal boicottaggio di Israele alla guerra in Iraq, il Professore evidenzia come gli Stati e le grosse industrie belliche abbiano interessi coincidenti. Nel contempo, suggerisce qualche idea per contrastare questo fenomeno, seppur dipingendo il futuro a tinte fosche.
Small Arms Survey, nel 2007, ha dichiarato che solo 200 milioni di armi leggere, cioè meno di un terzo di quelle presenti sul nostro pianeta, sono in mano ai militari e alle forze dell’ordine, mentre oltre i due terzi sono detenute da civili; come commenta questo dato?
E’ vero. La Beretta, per esempio, sostiene che meno del 4 percento del suo export sia destinato ai militari, il resto viene venduto ai privati e fatto passare per accessori di difesa personale o armamenti per la caccia. A questo proposito, ricordo che nel 1998 la Beretta ha ricevuto un’impennata di richieste di fucili da caccia dall’Albania e dal Kosovo, per un totale di quattro miliardi di lire, proprio quando era in corso la guerra di secessione del Kosovo (a maggioranza albanese) nei confronti della Serbia di Milosevic. Chissà perché in quel momento gli albanesi hanno scoperto, improvvisamente, la passione per l’arte venatoria… La verità è che le aziende belliche si disinteressano di dove vanno a finire i loro prodotti, se tra le braccia di bambini-soldato o di fanatici terroristi, l’importante è che vengano vendute. Nel 2005 è scoppiato il caso “Beretta Connection”, in cui l’azienda di Gardone Val Trompia ha rischiato seriamente di perdere la licenza di produzione e di chiudere i battenti. In sostanza, si è scoperto che delle vecchie pistole prodotte negli anni ’70, in dotazione alle nostre forze dell’ordine, anziché essere “pensionate” erano state riacquistate e rimesse a nuovo illegalmente dall’azienda madre, e rivendute ad una società intermediaria inglese, la quale le aveva vendute a sua volta ai guerriglieri iracheni che combattevano contro i nostri soldati a Nassirya. Ugo Beretta si è salvato facendo pressioni politiche sul governo, dato che Berlusconi ha inserito, in un decreto-legge riguardante le Olimpiadi invernali di Torino, un articolo di due righe che permetteva ai fabbricanti di mitragliatrici e fucili anche “la riparazione delle armi prodotte” e “le attività commerciali connesse”.
La comunità internazionale quali misure ha preso, e può ancora prendere, per ridurre il commercio illegale di armi o, perlomeno, impedire che le armi finiscano in mani sbagliate?
Una via assolutamente da percorrere è quella di inasprire le normative nazionali e internazionali. Il nostro Paese, fortunatamente, è tra i più restrittivi. Se in America si può tenere in casa un revolver senza problemi, in Italia possedere un’arma è molto più complicato. Anche per i cacciatori la vita sta diventando sempre più dura. Inoltre, bisognerebbe aumentare i fondi per le organizzazioni non governative. Le associazioni umanitarie fanno un lavoro utilissimo, ma c’è un problema di fondo molto grave: le ONG vanno contro gli interessi degli Stati e delle grandi industrie armiere. Chi rinuncerebbe ad avere multinazionali che “tirano” l’economia, chi sarebbe disposto ad accantonare strategie geopolitiche di potenza? Come fanno i governi ad autoimporsi delle regole restrittive? Si dice che il Trattato sul Commercio delle Armi (ATT) sarà presentato l’estate prossima all’Assemblea delle Nazioni Unite dopo anni di battaglie condotte da Oxfam e Amnesty International. Una faticaccia che produrrà ben pochi risultati: anche se entrerà in vigore in numerosi Paesi, si troverà comunque il modo per aggirarlo. E’ triste da dire, ma è così. Un’altra soluzione credibile potrebbe essere il boicottaggio. Ricordo che qualche tempo fa la campagna internazionale per il boicottaggio di Israele ha avuto un discreto successo e ha sortito l’effetto di diminuire il volume del commercio delle armi, seppur per un breve periodo.
L’imprecisione delle normative internazionali in materia favorisce la sopravvivenza di un cosiddetto “mercato grigio” delle armi, in cui gli Stati hanno una relativa libertà di vendere ed acquistare armi; a questo proposito, in passato molte guerre (civili e non), che hanno insanguinato parecchi Paesi del Sud del mondo, hanno visto la compartecipazione finanziaria dell’Occidente, sia del settore pubblico che del settore privato; com’è oggi la situazione?
Ne “Le strade delle armi”, il Prof. Finardi ed io abbiamo tentato di trovare delle risposte dando uno sguardo al mercato. Innanzitutto bisogna sfatare la percezione distorta che normalmente si ha di questo mercato: la gente ha la sensazione che il contrabbando di armi tra organizzazioni criminali sia molto rilevante, ma a dire il vero esso non rappresenta nemmeno l’1 percento del traffico mondiale. Il 99 percento è gestito, direttamente o indirettamente, dagli Stati. Del resto, la possibilità di trasferire grandi quantità di armi chi può averla se non gli Stati? E gli Stati pianificano per bene gli investimenti nel “mercato della morte”. Non credo stupisca il fatto che la recente guerra in Iraq era stata decisa almeno un anno prima: benché a suo tempo George Bush jr. aveva affermato che l’intervento nel Golfo era “di urgenza” (dando la colpa alle fantomatiche armi di distruzioni di massa che Saddam stava realizzando), siamo riusciti a rinvenire i contratti logistici di fornitura armiera e abbiamo scoperto che risalivano al 2002. TNT, DHL, FedEx, queste alcune delle grandi compagnie di trasporto su cui si appoggiano i colossi della produzione bellica. In ogni caso dobbiamo ammettere che i trasportatori non sanno mai ufficialmente cosa stanno consegnando, anche perché i committenti falsificano spesso i documenti di trasporto, definendoli genericamente “materiali altamente infiammabili”. Una buona idea per contrastare questo mercato sarebbe di implicare la responsabilità delle compagnie su quello che stanno portando.
Che prospettive ci sono, a suo avviso, per il futuro?
Nel nostro annuario 2011, “La Pace Oltre Le Armi”, mostriamo che i maggiori produttori bellici sono nel Nord del mondo, mentre le guerre sono combattute nel Sud del mondo. Le guerre fanno comodo a noi Paesi ricchi: in questo modo teniamo sotto controllo la pressione demografica che dal Mediterraneo meridionale e dall’America latina preme sull’Occidente. La bassa natalità del Vecchio Continente e dell’America Settentrionale sta causando un buco demografico sempre più ampio, è normale che qualcuno, prima o poi, lo riempirà e gestirà le risorse. C’è un rapporto demografico fortemente sbilanciato. Qualche dato: sei esseri umani su sette vivono in Paesi sottosviluppati; guardando l’Europa, notiamo che tutte le nazioni sono in regresso demografico, tranne pochi Stati marginali come Albania, Moldavia, Irlanda e Islanda; nei Paesi dell’Africa mediterranea la metà della popolazione ha meno di 15 anni, mentre solo il 5 percento del totale è ultrasettantenne. E’ prevedibile, quindi, che si verifichi un’ondata migratoria senza precedenti, una specie di “marea nera”, che si abbatterà sul nostro fragile status quo. Ecco perché i nostri governanti hanno giudicato (e continuano a giudicare) più conveniente far scoppiare disordini, fomentare odio e violenza tra gruppi etnici e tribù differenti. Così, cinicamente, restano impegnati ad ammazzarsi tra di loro.
Carlo Tombola insegna a Milano. E’ tra i fondatori di TransArms (www.transarms.org e www.transarmseurope.org), centro di ricerca sulla logistica per la difesa. Tra le sue opere ricordiamo “Le strade delle armi” (Jaca Book, 2002), “Il distretto armiero bresciano” (in “Storia Urbana” n. 93, 2002) e “Il peso delle armi leggere. Analisi scientifica della realtà italiana” (EMI, 2007).
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