
MILANO - Allo scopo di fare luce sugli avvenimenti che negli ultimi mesi si sono imposti agli onori della cronaca internazionale, dal caso Wikileaks alle rivoluzioni arabe, FusiOrari ha incontrato Massimo De Leonardis, Professore Ordinario di Storia delle Relazioni e delle Istituzioni Internazionali presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, nonché Direttore del Dipartimento di Scienze Politiche presso il medesimo ateneo. Il quadro che emerge è quello di un mondo sempre più complesso, in forte mutamento, che presenta nuove sfide e nuove minacce, ma nel quale allo stesso tempo permangono alleanze e sistemi di relazioni ormai consolidati e resistenti alla prova del tempo.
Il caso Wikileaks ha contribuito a riaccendere l'annoso dibattito sul nesso problematico tra diplomazia e segreto. Ma è possibile, e desiderabile, che le democrazie adempiano totalmente alla promessa di trasparenza?
Credo che un'attività diplomatica totalmente trasparente, senza nessuna forma di riservatezza, sia una pericolosa utopia. Bisogna distinguere tra i risultati di un negoziato diplomatico e il processo negoziale in sé; in linea di massima la conclusione di un negoziato deve essere resa pubblica e deve essere approvata dal parlamento, ma l'iter per arrivarci, cioè il negoziato, non può che essere riservato. I negoziati condotti nelle piazze, sotto la pressione delle masse e dell'opinione pubblica, non hanno mai portato a niente, anzi hanno sempre reso le posizioni più intransigenti.
Ricorre in questi giorni il decimo anniversario dall'11 settembre 2001. Un bilancio di questi dieci anni di guerra al terrorismo.
Luci e ombre. Sicuramente un fatto positivo è che dopo 10 anni non si sia ripetuto un attentato clamoroso come quello dell'11 settembre 2001. Abbiamo avuto alcuni gravi attentati, a Parigi e Londra, ma nessuno paragonabile all'attentato alle Twin Towers. Se guardiamo al risultato della guerra in Iraq e quella in Afghanistan, il bilancio è meno positivo in quanto sono stati commessi una serie di errori. In linea generale, tuttavia, non credo che l'11 settembre 2001 abbia aperto una nuova fase delle relazioni internazionali. Credo che nessuno consideri oggi il problema del terrorismo internazionale il problema chiave delle relazioni internazionali. L'attentato dell'11 settembre non è paragonabile allo sparo di Sarajevo del 28 giugno 1914, che aprì invece la via a tutta un'altra fase delle relazioni internazionali. Un fattore che invece con ogni probabilità ne modificherà l'assetto sarà l'impatto della crisi economica dal 2008 a oggi.
Nel suo libro Ultima ratio regum lei afferma che quella militare, sebbene l'ultima, è una delle opzioni a disposizione dei governanti per mantenere l'ordine e la sicurezza. Gli ultimi avvenimenti sembrano darle ragione. L'intervento della NATO in Libia si può caratterizzare come azione a sostegno di una “guerra giusta”?
Ho molte perplessità su questo perchè non si capisce in base a quale criterio si sia deciso sostanzialmente di intervenire in una guerra civile decisamente a favore di una delle due parti. Ben presto si è visto che l'intervento a difesa delle popolazioni – motivazione ufficiale dell'intervento – era solo una maschera per nascondere il vero scopo che era l'abbattimento del regime di Gheddafi.
La Guerra di Libia come cartina di tornasole della precarietà della casa comune europea: divergenze iniziali sul coinvolgimento della NATO, poi sull'ipotesi di fornire armi ai ribelli, poi sulla questione immigrazione. Quanto siamo lontani dall'affermazione dell'UE come attore di sicurezza a livello internazionale?
Moltissimo, e non vedo un progressivo avvicinamento. Vedo semmai una certa frammentazione dell'Unione Europea anche in quel campo che fino adesso era stato il suo punto di forza, ovvero quello economico-finanziario. Io credo che ci siano ragioni profondamente strutturali perchè l'Unione Europea non possa diventare un attore di sicurezza primario a livello internazionale. La prima di queste ragioni è che 21 Paesi sono membri sia dell'Unione Europea che della NATO. C'è una membership largamente doppia e chi è membro anche della NATO giustamente considera quest'ultima come il suo preminente aggancio per la sicurezza.
La cosiddetta primavera araba, la riluttanza statunitense e il neo-interventismo francese: in che modo le rivoluzioni e i movimenti di protesta che stanno attraversando il mondo arabo influenzano e modificano l'assetto delle relazioni internazionali?
Per quanto riguarda la valutazione sul fatto che questo episodio possa essere il segnale di un più generale ridimensionamento statunitense e una maggior importanza francese a livello internazionale, direi che questo è puramente un episodio. Sicuramente la crisi araba è stata la cartina di tornasole che ha provato quello che la maggior parte degli osservatori riconoscevano da tempo, cioè il declino americano. Se ci fosse stata una crisi in qualsiasi altro settore, probabilmente si avrebbe assistito ugualmente a una minore incisività americana. Quella francese è stata una scommessa molto ardita, che è andata a buon fine, ma non credo che si possano trarre troppe conclusioni su una rinnovata possibile preminenza francese nelle relazioni internazionali. Certamente queste rivoluzioni e movimenti di protesta cambieranno profondamente l'assetto del Mediterraneo allargato, ma allo stato attuale delle cose non è ancora possibile stabilire in che modo questo avverrà. Attualmente abbiamo tre situazioni in cui è in corso il cambio di regime, che sono la Tunisia, l'Egitto e la Libia. Tunisia ed Egitto lasciano entrambi pensare che probabilmente si tratterà di un mutamento cosmetico all'interno della stessa classe dirigente, quindi sostanzialmente una rivoluzione gattopardesca. Se ciò non avverrà, il rischio è che prendano il potere certi elementi islamici. La Libia è ancora un grosso punto interrogativo. Tutti gli altri Paesi arabi e musulmani per il momento sono più o meno stabili. Da una stabilità sostanzialmente mai messa in discussione come quella di Marocco, Arabia Saudita e Giordania a una stabilità fortemente messa in discussione ma che per il momento tiene, come quella della Siria. Quindi, per giudicare l'impatto di queste rivoluzioni sull'assetto delle relazioni internazionali, bisogna attendere di vedere come andrà a finire; certamente l'assetto generale del Mediterraneo allargato cambierà, però è ancora troppo presto per stabilire in che modo.
Abbiamo assistito negli ultimi anni a una diminuzione delle guerre tradizionali e contemporaneamente all'aumento di altri tipi di conflitto: etnico, asimmetrico, non convenzionale. Come difendersi da queste nuove minacce?
Questi nuovi tipi di conflitto vedono sfumare la tradizionale distinzione tra guerra e pace, tra aggressione esterna e conflitti civili. Questi conflitti sono un misto di varie cose, quindi richiedono un approccio non più esclusivamente militare. È chiaro che quando la guerra era una questione puramente militare, la risposta poteva essere esclusivamente militare. Oggi la risposta non può essere più esclusivamente militare. Al contrario, dev'essere una risposta che utilizza strumenti di vario genere: la diplomazia preventiva, la ricostruzione contemporanea e soprattutto successiva alle operazioni militari delle infrastrutture, della vita civile e dello Stato. È quello che la NATO ha chiamato “Comprehensive Approach”, che richiede appunto una gamma di capacità che non sono né esclusivamente civili né esclusivamente militari, e una sinergia tra di esse.
La crisi economica mondiale sta portando i Paesi europei a rivedere al ribasso i propri budget per la difesa. Come evitare che la crisi economica si trasformi in una crisi di sicurezza?
Qui emerge l'importanza di appartenere a un'organizzazione come la NATO. A meno che un Paese non voglia offrirsi totalmente disarmato al mondo, ma sarebbe una scelta irresponsabile - non a caso i Paesi con una lunga tradizione di neutralità come la Svezia e la Svizzera hanno sempre mantenuto Forze Armate ragguardevoli - allora l'appartenere alla NATO non comporta maggiori spese ma al contrario una riduzione delle spese. In primo luogo perché sapere che in caso di un'aggressione si è parte di una coalizione che è obbligata a difenderci è già un punto importante. In secondo luogo, perché appartenere alla NATO dovrebbe portare a spingere ulteriormente nel campo della messa in comune di certe risorse. Un Paese medio come l'Italia non può avere tutta la possibile gamma di strumenti militari. Si tratta ormai di mettersi d'accordo, come hanno fatto Belgio e Olanda, e in una certa misura anche Francia e Gran Bretagna, mettendo in comune le risorse. Il modello può essere “io sviluppo i caccia intercettori e tu sviluppi i bombardieri”. È necessario vedere il problema della sicurezza in un'ottica operativa a livello internazionale per ridurre i costi con una divisione dei compiti, che però non può essere totale perché nessun Paese rinuncerà mai - per ovvie ragioni - a dotarsi di alcuni strumenti base. Non è pensabile infatti che un Paese rinunci ad esempio alla Marina e compensi con l'Esercito. Tuttavia, qualcosa si può e si deve fare, allo scopo di portare a definitivo compimento la lotta contro qualunque tipo di spreco.
Dopo la fine della guerra fredda ci si interrogava sulla necessità di tenere in vita o meno la NATO. I rapporti di forza post-1989 hanno fatto sì che essa continuasse ad agire come provider della sicurezza a livello mondiale. A fronte dell'emergere di nuove potenze, tanto economiche quanto militari, l'alleanza atlantica detiene ancora il ruolo di perno della sicurezza globale? Si va verso un progressivo superamento, o piuttosto verso ulteriori allargamenti o adattamenti?
La NATO non è mai stata, né aspira a essere il perno della sicurezza globale. Più volte i segretari generali della NATO hanno ripetuto che essa non aspira affatto a essere “le gendarme du monde”, non è questo il suo compito. La NATO resta comunque un'organizzazione importante in questo campo, che con l'intervento in Afghanistan ha superato concettualmente e praticamente il problema del “fuori area” e ha assunto proiezione globale. Questo però non significa che la NATO sia pronta a intervenire dovunque. Significa piuttosto che essa ha una concezione globale della sicurezza, ovvero è consapevole che un problema di sicurezza che avviene nel centro dell'Asia può riguardare i membri della NATO, quindi è nostro compito intervenire là se riteniamo che i nostri interessi di sicurezza siano minacciati. Infine, non credo che la NATO possa essere superata, né che per il momento possa andare verso ulteriori allargamenti; per quanto riguarda gli adattamenti, dobbiamo ricordare che questi sono in corso da 60 anni, quindi ce ne saranno sicuramente altri.
Come conciliare l'esigenza dell'allargamento e delle partnership con la necessità di non snaturare l'essenza stessa dell'alleanza, portatrice e garante di un certo insieme di valori non certo comuni alle nuove potenze emergenti?
Dal punto di vista della convergenza tra valori e interessi, tutto sommato la NATO post-guerra fredda è più coerente rispetto alla NATO della guerra fredda. Ricordiamo infatti che tra i membri fondatori della NATO c'era un Paese, il Portogallo, che non era un Paese liberaldemocratico ma aveva una struttura autoritaria, e che della NATO continuarono a far parte anche nel periodo in cui furono governate da militari dopo un colpo di Stato sia la Grecia che la Turchia. Oggi tutti i Paesi membri della NATO sono democratici; non è così per i Paesi membri delle partnership, ma le partnership non sono il cuore della NATO. La membership a pieno titolo della NATO oggi possiamo certamente dire che sia appannaggio di soli Paesi democratici. Bisogna però essere realistici: il mondo oggi è estremamente complesso, quindi bene fa la NATO ad avere delle partnership - delle forme quindi di collaborazione meno stretta che non sono la piena membership - con Paesi che democratici non sono. La diplomazia infatti deve prendere atto che non si può non avere rapporti anche con Paesi che non condividono i nostri valori.
La pagina web del Professor Massimo De Leonardis è raggiungibile al seguente link.
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