Nel 2003, il Colosseo è stato adoperato nella inedita veste di sede di concerti rock: un luogo d'eccezione, in grado di solleticare la fantasia non solo del pubblico, ma anche degli stessi artisti. Il primo musicista ospite dell'antico anfiteatro Flavio è stato Paul McCartney, che ha dato vita a un evento che ha ripagato gli organizzatori del duro lavoro necessario: Andrea Kerbaker ricorda come fu possibile mettere a punto questo progetto, superando più difficoltà di quanto, forse, non sarebbe lecito aspettarsi.
"C'è un episodio particolare che racconto spesso, divertente e significativo: la macchina del concerto di Paul Mc Cartney era già avviatissima, con un impegno economico e organizzativo non indifferente, ma la sovrintendenza romana ai beni archeologici non firmava mai il contratto per la messa a disposizione dell’area.
Il mio interlocutore presso la sovrintendenza era una professoressa: un'archeologa ultraferrata nella sua materia, ma ben poco esperta – comprensibilmente!- di concerti di musica rock. Aveva bloccato la firma del contratto per discutere con noi il tema dei diritti per un eventuale dvd. Ma McCartney non ci aveva ceduto quei diritti: dovevano parlarne direttamente con il suo agente. Li ho messi in contatto e, quando mi hanno riferito del loro colloquio, mi sono ricordato di un passo buffo nel "Pap’occhio", un vecchio film di Arbore, in cui Benigni, davanti al giudizio universale di Michelangelo, si immagina il dialogo tra un terzino della Sampdoria e un faraone egiziano. L'incontro tra la sovrintendente e l'agente era stato altrettanto surreale. Come possono dialogare un signore che parla cockney (dialetto londinese ndr.) stretto e abita nella periferia di Londra e una professoressa che parla latino e greco antico e sta a due passi dal Colosseo? E infatti, quando i due signori si sono parlati, la trattativa non poteva che arenarsi: la sovrintendenza chiedeva 500mila euro, una cifra fuori da ogni logica, McCartney ne offriva 10mila: basi totalmente inconciliabili.
Il concerto rischiava di saltare; è stato necessario il mio intervento. Parlai con l’archeologa: 'Scusi signora, ma come fa a portare avanti questa trattativa? Nessuno di voi ha competenza in questa materia, e infatti avete chiesto una cifra assurda”. “Certo - acconsente - ma non posso fare altro, perché se accetto un importo troppo basso finisco nei guai con la Corte dei Conti, con l'accusa di aver danneggiato lo Stato’. Obietto: ‘Ma lei non ha i mezzi per prendere una decisione ponderata: sarebbe come chiedere a me di fare la valutazione di un tappeto. Se non lo so fare, vado da un esperto. Si faccia aiutare: prenda un avvocato specializzato nella materia, qualcuno che le possa dire qual è un valore congruo'. La sua risposta è scoraggiante: 'Dirlo è facile, ma noi non possiamo avvalerci della consulenza di un avvocato a meno che non ci sia un contenzioso e, anche in questo caso, solo di un avvocato dello Stato'. Di fronte alle sue mani legate è stato necessario sollecitare un intervento diretto del ministero, dove, con l’ausilio di esperti, la trattativa è stata sciolta in pochi minuti.
Al di là dell’aneddoto, l’episodio ci dice che la valorizzazione, a volte, è più complessa del previsto, e impone ruoli che gli attuali responsabili non sono in grado di ricoprire, non per demerito, ma perché non è il loro lavoro. Ecco perché servono dialogo e competenze trasversali.
(LEGGI L'INTERVISTA AD ANDREA KERBAKER: "L'ITALIA VALORIZZI IL SUO PATRIMONIO")
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