Arte e cultura – Kerbaker: “L’Italia valorizzi il suo patrimonio”

Martedì 26 Luglio 2011 21:35 Pietro Cuomo Interviews - Interviste
Stampa PDF

Fusiorari incontra Andrea Kerbaker: manager, imprenditore, scrittore, professore universitario. Un esperto del settore dei beni culturali, in particolare per quanto riguarda la loro valorizzazione. E proprio di valorizzazione parla Kerbaker, tracciando un ritratto lucido e competente del belpaese.

Andrea Kerbaker, che cosa significa valorizzare il patrimonio storico-artistico?

Significa quello che non ha capito il Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Valorizzazione non è un termine economico: non si tratta di attribuire un valore in termini di denaro al proprio patrimonio, quanto invece di farlo vivere, che è una cosa molto diversa. Lei può avere il museo più bello del mondo, ma se non parla ai suoi visitatori, occorre valorizzarlo. Un luogo d’arte è valorizzato quando alle persone interessa che esista e abbia un ruolo per loro. Ci sono alcuni musei del nostro paese che fanno questo lavoro, ma ce ne sono molti altri che non lo fanno, che si basano sul presupposto che il possesso di grandi reperti attirerà comunque i visitatori. La qualità di una collezione, invece, è una condizione necessaria, ma non sufficiente: senza una valorizzazione, il museo, per dirla come Marinetti, è un cimitero. I futuristi intendono proprio questo quando affermano "vogliamo fare piazza pulita dei bibliotecari e dei direttori di museo che rendono l'Italia simile a un cimitero". Non usano naturalmente "valorizzazione", che è un termine moderno, ma parlano esattamente di questo: valorizzare significa far vivere le cose. E quando le cose vivono funzioneranno meglio anche economicamente; ma questo è un surplus, non può essere lo scopo. Per questo, la nomina a direttore generale per la valorizzazione di un manager che arriva da Mac Donald’s (Mario Resca, ex Ad di McDonald's Italia, ndr) è un errore di impostazione del Ministero per i Beni e le attività Culturali. Nonostante sia una persona e un professionista di valore, il suo mestiere è un altro.

Semplificando al massimo, quindi, non è una semplice questione di numero di biglietti strappati...

È anche un ragionamento economico, ma è soprattutto altro. Prima di tutto va risolta una diatriba anche abbastanza ampia nel settore dei beni culturali, che mette in campo gli innovatori e i conservatori. Da un lato abbiamo infatti i vecchi conservatori, signori che indietreggiano, inorriditi, quando gli si parla di andare incontro alle esigenze del pubblico. Un atteggiamento abbastanza vecchio, insopportabile ed economicamente non sostenibile. Dall'altro lato, però, la carica dei valorizzatori ha spesso una visione televisiva delle cose, pensa cioè all'audience come unico criterio. A noi manca una sintesi tra queste due tesi estreme: chi vuole luoghi dell'arte e della cultura solo per chi davvero ne fruisce — con una concezione elitaria ai limiti dello snob — e chi li vorrebbe come l'ultimo varietà televisivo aperti a tutti, in modo che rendano tanto denaro. Due posizioni che, se trovassero una sintesi, potrebbero creare luoghi aperti con un'affluenza di pubblico, in grado di far quadrare i bilanci ma, soprattutto, di farli vivere meglio, di renderli patrimonio della collettività a tutti gli effetti. Perché è questo che devono essere.Questo è il nocciolo del problema. Ridurre la questione ai bilanci è dissennato. Prendiamo una polemica recente: quando il ministro Brunetta dice "Chiudiamo le fondazioni liriche perché sono fonti di perdite, e di sprechi" non fa onore alla sua intelligenza, perché un teatro d’opera non deve  fare utili, mentre il suo ruolo è quello di fare cultura. È giusto porre il problema della lirica — probabilmente in Italia ci sono troppe fondazioni rispetto alle dimensioni del pubblico — ma parlarne solo sotto l’aspetto economico è fuorviante.

Secondo la riforma del titolo V della Costituzione, la tutela del patrimonio artistico compete allo Stato, la valorizzazione spetta invece agli enti locali. Può spiegarne la ragione e le conseguenze?

Dobbiamo pensare a quanto sia ingente il patrimonio detenuto dall'Italia. Senza lasciarci distrarre dal gioco delle percentuali — che variano a seconda di chi è a parlare, e che fa sorridere visto che non esiste un vero e proprio registro mondiale — possiamo dire con tranquillità che l'Italia possiede un rilevante numero di beni culturali. Talmente rilevante che sarebbe impossibile, anche per uno Stato meglio organizzato del nostro, coordinarne la gestione a livello centrale. Questo federalismo di tipo culturale potrebbe invece funzionare bene, perché assicura uno sguardo appassionato anche su beni che, altrimenti, potrebbero sfuggire. Il migliore esempio lo fornisce l'iniziativa "I luoghi del cuore" organizzata dal FAI (Fondo Ambiente Italiano): è un sondaggio sui potenziali beni da tutelare e, solo quest'anno, ha raccolto quasi mezzo milione di segnalazioni, quasi tutte di beni locali. Esperienze come questa, in cui una persona fa presente, ad esempio, un antico mulino che si ritrova a cinquecento metri da casa, dimostrano che ci sono beni che lo Stato, da solo, non potrebbe tutelare né valorizzare in maniera adeguata.

Questa sorta di "federalismo culturale" potrebbe essere una risorsa…

Sì. L'importante è che ai vari livelli ci sia dialogo, non rivalità. Un esempio è quello delle biblioteche: quelle centrali hanno maggiore status e visibilità, ma il sistema bibliotecario di una città funziona se i suoi abitanti si recano alla biblioteca di quartiere, non in base a quanto frequentano Brera. Servono entrambe queste esperienze: Stato ed enti locali devono collaborare. Non è sempre così. Una volta mi è capitato, quando lavoravo in Pirelli, un progetto che prevedeva di destinare fondi alla Pinacoteca di Brera. Un accordo che all’assessorato alla cultura di Milano suscitò reazioni contrarie perché le risorse erano per Brera – che dipende direttamente dal Ministero dei Beni Culturali – invece che per i Musei Civici, legati al Comune. A poco valse la mia obiezione che la Pinacoteca, fino a prova contraria, si trova a Milano: è sempre la città che ne beneficia.  Dispute di questo tenore sono esiziali.

Quali sono le "falle" del sistema di tutela e valorizzazione del patrimonio storico-artistico italiano?

Purtroppo, il sistema ministeriale basato sulle sovrintendenze è più attento alla tutela della valorizzazione. Non voglio sminuire l'azione delle sovrintendenze, che sono più che meritevoli, ma quasi tutte seguono l'impostazione tradizionale in cui la tutela contraddice la valorizzazione: è ovvio che se una cosa non la si espone la si tutela, la si protegge. Però non la si fa vivere, che è, invece, lo scopo. Un esempio personale: al Colosseo mi è capitato di organizzare concerti di musica rock. Star mondiali, pubblico coinvolto e appassionato; un’iniziativa di enorme impatto, realizzata in accordo con il sindaco Veltroni, che non a caso, prima di essere primo cittadino romano, è stato ministro dei beni culturali, con un forte accento sulla valorizzazione. Con il rispetto e le attenzioni dovute a un sito di quel tipo, dosando con attenzione il numero degli spettatori, ma si può fare. Tutti d’accordo, tutti positivi? Sì, tranne la sovrintendenza, che ha messo in piedi ostacoli uno dopo l’altro. 

Nel suo libro "Lo stato dell'arte" lei parla di come gli italiani non si rendano conto della ricchezza che posseggono perché vi crescono immersi. In breve, perché?

È un insieme di elementi, tenuti insieme da un fatto: l'Italia è un clima.  Siamo un popolo baciato da una fortuna forse immeritata, e viviamo in mezzo a una ricchezza così grande da apparirci naturale. Di conseguenza, ci viene spontaneo lavorare per aumentarla. Una concezione che  tra i privati cittadini ritroviamo a tutti i livelli e in tutti gli ambiti. Ma lo Stato no, da sempre. Un giorno chiesi a Gae Aulenti, che aveva lavorato molto anche in Francia, quale fosse la differenza tra la committenza statale qui e oltralpe. Lei mi ha risposto "In Francia c'è uno Stato". Sono perfettamente d’accordo. Pensiamo alla memoria nazionale: in Francia e in Inghilterra, il tema è stato affrontato almeno a partire dal '600. A Parigi, per esempio, la Bibliothèque Nationale è stata istituita allora dai sovrani, per essere poi conservata e arricchita attraverso i secoli da tutti i regimi. Così è per tutte le arti: in Francia da secoli esistono istituzioni preposte alla raccolta della memoria nazionale. Di conseguenza, uno scrittore, un uomo di teatro, un musicista francese trova in quei posti il suo destino naturale. Gli artisti italiani, quando muoiono, tutto vogliono tranne che le loro opere finiscano allo Stato, inglobate in enormi scantinati dai quali non uscirebbero mai più. È una differenza straordinaria, che continua a esistere ancora oggi.

Quale potrebbe essere, anche alla luce delle esperienze straniere, il ruolo dei privati?

I privati possono affiancare, ed è bene che lo facciano. Una peculiarità storica delle aziende in Italia è il dare spazio a esponenti del mondo della cultura, spesso di altissimo livello: in Pirelli, uno dei miei predecessori alle attività culturali è stato Vittorio Sereni ; in Olivetti c’era Cesare Musatti, con Geno Pampaloni, Ottiero Ottieri e mille altri, in FIAT Paolo Volponi, in Finmeccanica Leonardo Sinisgalli... Grazie a questi personaggi molte aziende sono  state e sono vere protagoniste della cultura, ed è anche questo che le rende diverse nel panorama internazionale: nelle nostre Fondazioni private trovano posto scrittori, poeti, artisti - una commistione straordinaria che produce risultati difficili da pianificare. Per fare solo un esempio: il catalogo dei libri d'arte edito dall'ABI, per censire i volumi pubblicati dalle banche italiane: erano 7500 al 1991. Il fenomeno è poi andato sparendo, ma questo non cancella la sostanza. Non scordiamoci però che  la valorizzazione non può essere delegata ai privati, ma necessita dell’intervento super partes dello Stato.

Le grandi aziende sono allora delle protagoniste attive della cultura?

Hanno nel quotidiano un ruolo più ampio di quanto possa sembrare. Il motivo per cui ancora oggi parliamo di Olivetti riguarda la sua capacità di raccogliere attorno a sé gli intellettuali che abbiamo appena menzionato. C'è un altro caso meraviglioso che merita citazione: l'ENI. Attilio Bertolucci, poeta, papà di Bernardo, cinquantenne va a lavorare all'Eni, incaricato di fare quella che oggi è chiamata "comunicazione". Tra le attività richieste c'è il "Gatto Selvatico", una rivista che, per la sua esperienza e i suoi contatti diretti, diventa un laboratorio animato da letterati, cineasti, artisti di ogni tipo. Ma non è tutto. Dopo qualche anno, l'Eni voleva produrre un documentario industriale. Bertolucci propone suo figlio, a cui piace il cinema ma che non ha avuto ancora modo di fare esperienza. Il risultato? La prima opera di Bernardo Bertolucci, intellettuale di sinistra e regista di qualità e fama internazionale è "Le vie del petrolio", un documentario per l'Eni che ancora oggi ricorda con affetto.

E l'elenco potrebbe continuare…

Senza dubbio. Quindi sì ai privati, perché oggi come ieri sono in grado di avvalersi di personaggi di questa caratura. Ma allargherei il ruolo del settore privato al di fuori delle aziende: pensiamo a un personaggio come Eco, che non ha veri paragoni all'estero. Lo Stato italiano non solo non gli ha mai dato veri riconoscimenti, ma spesso entra in polemica con lui. O l’architetto Gae Aulenti, che ha ricevuto la prima commissione a Milano quando aveva circa 70 anni. O Renzo Piano: progetta gratis una ristrutturazione di tutta Genova e nessuno pensa, non dico di realizzare il progetto, ma almeno di discuterlo. E potrei continuare: dentro e fuori dalle aziende e dalle istituzioni in questo paese continua a esistere una ricchezza diffusa e straordinaria, di cui spesso non ci accorgiamo. Il nostro patrimonio non è nella storia. È una ricchezza che va avanti e si arricchisce giorno per giorno. Una unicità che, comunque, nessuno ci può togliere.

 

(Foto gentilmente concesse da Iaia Gagliani)


(LEGGI L'APPROFONDIMENTO - "LA FATICA DI INNOVARE: PAUL MCCARTNEY AL COLOSSEO")


Ultimo aggiornamento Giovedì 28 Luglio 2011 17:07

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna

150 anni d'Italia

Senza fine. Non è Gino Paoli. E' il Drago di Arcore

FusiOrari TV

Il Sondaggio

Reputa la manovra del governo Monti:




La Vignetta

Login



PhotoGallery

  • Galleria
  • Galleria
  • Galleria
  • Galleria
  • Galleria
  • Galleria
  • Galleria
  • Galleria

Editoriali

Analisi - L'Italia è in svendita?
Martedì 24 Gennaio 2012 Rosanna Terminio
Immagine
Il 2011 si é concluso con la notizia dell'acquisto di una partecipazione nel gruppo Ferretti, produttore di yatch di lusso, da parte dell'azienda cinese Shandongh Heavy Industry Group (SHIG). Nello stesso periodo dell'anno precedente una azienda cinese ha comprato l'azienda Cantieri Navali di Lavagna in bancarotta Leggi tutto...
F-35 o Eurofighter Typhoon, per l’Italia è scelta strategica
Mercoledì 04 Gennaio 2012
Immagine
Sulle pagine di quotidiani e riviste, sui blog e nei social network impazza il dibattito sul ventilato acquisto da parte dell’Italia di centotrentuno velivoli militari F-35 per una somma pari a quindici miliardi di euro. Questo proprio mentre il governo vara una manovra da ventitré miliardi definita sovente «lacrime e sangue». In risposta a tale presunta assurdità, i cittadini chiedono più spesa sociale e i pacifisti reclamano ulteriori tagli per la difesa. È errato però porre il problema in termini così semplicistici. FusiOrari vuole guardare oltre una prospettiva ideologica, analizzando pragmaticamente il perché, il come e le eventuali alternative all'acquisto degli F-35. Leggi tutto...
FusiOrari in Cina, alla scoperta del Gigante “ignoto”
Martedì 06 Dicembre 2011
Immagine
SHANGHAI - Se per strada fermaste dei passanti e chiedeste loro dove si trova la Cambogia e quali siano i tratti caratteriali dei cambogiani, pochi sarebbero in grado di rispondere. Una cosa simile si verificherebbe per il Bangladesh, l’Indonesia, e così via. Se però domandate anche a una sola persona se ha cognizione o un’opinione sulla Cina e sui cinesi, quasi certamente si lancerà in analisi geopolitiche, sociali e culturali ripercorrendo la gran parte degli stereotipi occidentali sulla discendenza di Mao. Leggi tutto...

Il Meteo