Massimo de Leonardis: Le mie relazioni internazionali dalla Guerra Fredda a Obama

Mercoledì 01 Settembre 2010 12:42 Davide Borsani Interviews - Interviste
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MILANO - Professore di Storia delle Relazioni e delle Istituzioni Internazionali, nonché Direttore del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Cattolica di Milano, Massimo de Leonardis racconta a Fusi Orari le principali questioni al centro della sua disciplina: la situazione politica internazionale, l’impossibilità di cancellare la guerra dagli strumenti di relazione tra Stati, la parabola dell’Occidente. ”Siamo di fronte – dice – al cosiddetto “rise of the Rest”, l’ascesa, cioè, di ciò che Occidente non è: mi riferisco soprattutto alla Cina e all’India; qualcuno parla anche del Brasile. In tale contesto, l’Europa vegeta”. De Leonardis ricostruisce anche il suo percorso formativo e umano attraverso gli anni universitari milanesi, e sottolinea lo stile che – a partire dal suo maestro Ottavio Bariè – segna oggi il rapporto con i suoi collaboratori: “non gradisco allievi-portaborse ma prediligo, al contrario, un rapporto signorile”.

 

I primi venticinque anni della Guerra Fredda furono anni complicati per le giovani generazioni italiane che nel loro piccolo assistevano appassionatamente all'antagonismo tra Stati Uniti e Unione Sovietica, tra democrazia occidentale e comunismo. In che modo tale contesto ha influito su di lei?
Sulla base delle mie convinzioni politiche e ideali, mi sono sempre sentito solidale con la causa  dell’Occidente. E da questo punto di vista, il Sessantotto fu senz’altro decisivo: dopo che ebbi  sostenuto la maturità proprio in quell’anno, il clima che si creò mi spinse a impegnarmi per breve tempo in politica a fianco dei gruppi antisessantottini liberal-conservatori. Nello stesso periodo, inoltre, mi iscrissi all’Università Statale ma per tutelare la mia incolumità fisica, dopo un solo anno di corso, dovetti abbandonarla e optare per l’Università Cattolica e la sua facoltà di Scienze Politiche, in quegli anni una delle migliori in Italia. In realtà avevo già pensato a questo trasferimento e la situazione delicata lo facilitò.

E che fine hanno fatto i promotori e i partecipanti del movimento rivoluzionario sessantottino?
Oggi il panorama politico è pieno di questi ex sessantottini divenuti accesi conservatori o anticomunisti, sia per opportunità che per reale ravvedimento. Tuttavia la loro visione del mondo non è granché mutata, mantiene infatti una visibile continuità con le convinzioni alla base del Sessantotto: un atteggiamento libertario che rifiuta tanto la tradizione quanto l’autorità. E anche il mondo scolastico e accademico non sfuggono: divenuti professori e titolari di cattedre, molti giovani di allora hanno prodotto risultati deplorevoli.

Come è nata la sua passione per gli studi di relazioni internazionali?
Il mio interesse scientifico per le relazioni internazionali affiorò nel momento in cui iniziai a frequentare i corsi universitari. In effetti, sia per la mia tesi di laurea in Scienze Politiche che per quella in Filosofia, mi ero occupato di temi di politica internazionale: l’Inghilterra e la Questione Romana prima, i rapporti tra Gran Bretagna e Resistenza partigiana dopo. In ambo i casi scelsi come relatore il professor Ottavio Barié, che sarebbe divenuto il mio maestro. Nel corso degli anni Ottanta, sebbene con opportune revisioni, entrambi i lavori sono stati pubblicati. A causa delle argomentazioni non adatte al clima culturale di quel periodo, il volume sulla Resistenza fu oggetto di un totale ostracismo: adesso ancora se ne discute, ma finalmente si riconosce che quanto avevo scritto all’epoca era assolutamente fondato.

Quale ruolo ha ricoperto all'interno della sua carriera studentesca e scientifica il professor Ottavio Barié?
È stato molto importante per me, sia dal punto di vista formativo che da quello umano. Il suo atteggiamento è sempre stato esemplare, soprattutto nel modo in cui si relazionava agli studenti: non ha mai gradito allievi-portaborse, prediligendo, al contrario, un rapporto signorile. Sebbene non possa dire di essere stato particolarmente influenzato dalle sue idee, si è rivelato per me un modello di stile accademico. Io ritengo di essere in linea con la sua condotta. Inoltre, sono contento di mantenere tuttora con lui un rapporto umano, personale e culturale; e considero un grande privilegio essergli succeduto qui in Università Cattolica nella cattedra di Storia delle Relazioni Internazionali e nella direzione del Dipartimento di Scienze Politiche.

È un dato di fatto che nei piani di studio delle università italiane gli studi strategici siano un insegnamento trascurato. Addirittura, secondo Carlo Jean, "la cultura strategica italiana soffrì sempre della relativa separazione del mondo militare da quello accademico. [..] Soffre soprattutto della mancanza di un organico interesse per la materia da parte del Ministero degli Esteri".
Secondo lei, perché è così diffuso questo generalizzato scetticismo?

Qui in Italia l’insegnamento degli studi strategici, della storia militare e della geopolitica hanno sofferto l’impatto negativo della sconfitta subita nella Seconda Guerra Mondiale. C’è stata una generalizzata reazione in opposizione al militarismo fascista, al nazionalismo e alla Realpolitik che si è spinta oltre il buonsenso. Per questi motivi tali discipline non sono state molto coltivate sino agli anni Ottanta. Ci fu addirittura qualcuno che, nell’immediato dopoguerra, propose la soppressione in tutto il Paese delle facoltà di Scienze Politiche in quanto istituite in epoca fascista: si trattava, evidentemente, di una monumentale sciocchezza. Per quanto riguarda l’università, vi sono ben poche cattedre che si occupano di queste materie: la situazione è difficile, in particolar modo a proposito degli studi strategici. Non credo che questa condizione possa migliorare a breve: il meccanismo organizzativo che contraddistingue le università, infatti, non lo consente. Per fortuna, però, molti centri di ricerca, così come tanti storici -me compreso- se ne occupano ugualmente.

E gli studi di politica internazionale?
In Italia l’insegnamento delle relazioni internazionali ha una tradizione che risale agli anni Venti del Novecento, ma anche in questo caso si sono dovuti valicare alcuni problemi legati al Secondo dopoguerra: ostacoli che impedivano di avere una complessiva comprensione del fenomeno, quali il rifiuto del fondamentale concetto di “politica di potenza”. È evidente che senza queste basi, il rischio di non cogliere l’essenza dei rapporti tra Stati è molto alto. Un problema tuttora diffuso, inoltre, è la mancanza di sensibilità per la storia da parte di alcuni cultori della materia: sarebbe ed è un colossale errore studiare l’attuale situazione internazionale trascurando gli eventi passati.

Che cosa è la “guerra”?
Un tempo la guerra era un fenomeno delimitato da precise regole e situazioni; nel periodo che va dalla pace di Vestfalia sino a pochi decenni fa, si sapeva esattamente quale fosse la differenza tra la guerra e la pace. Infatti, lo stato di guerra era proclamato nel momento in cui uno Stato aggrediva e invadeva un altro Stato utilizzando forze regolari. A ciò seguiva l’armistizio, la pace e il ritorno alla normalità. Oggi più che di guerra in senso stretto, dobbiamo parlare di “uso della forza a livello internazionale” e di “violenza internazionale” esercitati non tanto dagli Stati ma da nuovi attori. Sebbene comunque la guerra classicamente intesa esista ancora nei paesi del Terzo Mondo, dopo il 1945 è stata superata da altri tipi di conflitti: interetnici, anticoloniali e antioccidentali.

Qual è la posizione della Chiesa a proposito dell’uso della forza militare?
Sulla legittimità dell’uso della forza militare, la dottrina cattolica si rifà al concetto di “guerra giusta” formulato da Sant’Agostino molti secoli fa. In una versione aggiornata, lo possiamo ritrovare nel Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa. Le condizioni tradizionali sono mantenute ma si preferisce comunque parlare di “legittima difesa”. Come precisato anche dallo stesso articolo 51 della Carta dell’ONU, la liceità dell’uso della forza è indiscutibile in presenza di certe condizioni. Non vi sarebbe neppure la necessità di un’aggressione fisica: sarebbe sufficiente una minaccia grave ed imminente per rispondere militarmente. In fin dei conti il conflitto non scomparirà mai dalle relazioni internazionali. Questa è anche la posizione della Chiesa. Nella Costituzione Pastorale Gaudium et Spes si sottolinea, infatti, che l’uomo sarà sotto la minaccia della guerra finché vivrà. Illudersi di eliminarla è pura utopia.

Nonostante questo, la Chiesa viene spesso attaccata da più parti perché non sarebbe in grado di condannare, sempre e comunque, il ricorso alle armi…
È evidente che la Chiesa viene strumentalizzata: è tanto facile esaltare il Papa quando parla di pace e di povertà nel mondo, quanto attaccarlo quando interviene su questioni dottrinali e morali come l’aborto e la tutela della vita. È una volgare e banale tattica politica: non merita un commento approfondito. Ciò che mi preme far notare, invece, è che la Chiesa non è pacifista in senso assoluto. È pacificatrice; cerca sempre di costruire e mantenere la pace, ma mai la sua azione risulta priva di un sano realismo cristiano. È chiaro che il Pontefice si oppose all’invasione dell’Iraq nel 2003, ma è altresì vero che non poteva restare indifferente di fronte alle precarie condizioni in cui versava tale Paese durante l’opera di stabilizzazione immediatamente successiva: sarebbe stato irresponsabile. Aver approvato lo stanziamento delle truppe durante la ricostruzione non significava comunque aver rinnegato le proprie posizioni precedenti.

Il concetto di "declinismo" in riferimento al deterioramento dell'influenza globale degli Stati Uniti dopo la fine della Guerra Fredda è facilmente ritrovabile all'interno della letteratura che si occupa di relazioni internazionali e "grand strategy".
Alla luce degli accadimenti degli ultimi venti anni, lei ritiene che la sfera d'influenza statunitense sia stata e sia tuttora globalmente compromessa?

In effetti vi è una letteratura immensa sia contraria che a favore di questa tesi declinista: in realtà alcuni autori propongono dati empirici oggettivi, mentre tanti altri ne scrivono sia perché lo pensano, sia perché lo auspicano. Dal mio punto di vista, economicamente gli Stati Uniti hanno intrapreso la parabola discendente sin dai primi anni Settanta, durante la presidenza di Nixon. Non tanto perché era l’America ad indebolirsi, quanto perché erano le economie degli altri Paesi a rafforzarsi. E l’indebitamento che gli Stati Uniti hanno tuttora non permette più di sostenere l’idea di “superpotenza americana” o di “sistema imperiale”. Per quanto riguarda l’aspetto militare, sebbene gli USA vantino di certo un’enorme supremazia materiale e tecnologica spendendo all’incirca il 47% totale delle spese mondiali destinate alla difesa, concretamente non riescono a prevalere nei conflitti dove sono impegnati. Obama, che durante la campagna elettorale annunciò che anche il Ventunesimo secolo sarebbe stato americano, è il presidente che finora ha cercato di gestire al meglio questo declino. Volendo azzardare una previsione, siamo di fronte al cosiddetto “rise of the Rest”, l’ascesa, cioè, di ciò che Occidente non è: mi riferisco soprattutto alla Cina e all’India; qualcuno parla anche del Brasile. In tale contesto, l’Europa vegeta.

Oggi quanto sono lontane l’America e l’Europa?
A causa della sua formazione e del suo background personale multietnico e multiculturale, il presidente Obama non ha come asse guida della sua politica estera il concetto di “Occidente” o di “civiltà atlantica”. Possiamo dire che la sua è una benigna disattenzione nei confronti del Vecchio Continente, anche perché è realisticamente convinto che più di tanto dagli alleati europei non si possa ottenere. Infatti, quando recentemente l’Europa non ha risposto generosamente alle sue richieste relative all’Afghanistan, è stato ben attento a non ripetere le polemiche che nacquero durante il primo mandato di Bush a proposito dell’invasione dell’Iraq. In fin dei conti, Obama non pensa che l’Europa sia un attore così fondamentale per la presenza americana nel mondo.

Il primo dicembre dello scorso anno è entrato in vigore il Trattato di Lisbona. Tra le principali novità vi è un rafforzamento dei poteri di quello che appare a tutti gli effetti una sorta di Ministro degli Esteri dell'UE.
Queste modifiche sono sufficienti, a suo avviso, per dar vita a una politica estera europea più coesa e condivisa, specie dopo i numerosi fallimenti del recente passato?

In verità, avere un servizio diplomatico comune non significa avere una politica estera comunitaria: la diplomazia è solo l’esecuzione tecnica di questa e non può supplire alla sua mancanza. Sin dagli anni Novanta, il problema dell’Unione Europea è stato quello di subire l’ossessione di quale modello istituzionale adottare, come per la PESC o la PESD. La più importante novità introdotta dal Trattato di Lisbona è, invece, l’istituzione di un reale sistema di difesa collettivo: l’attacco a un Paese membro equivale a un’offesa a tutti gli altri Stati dell’Unione. Questo però non basta ed io rimango scettico: non vedo la possibilità che si giunga ad ottenere una politica estera comune ed incisiva: è un’utopia; resterà sempre ed inevitabilmente il risultato del negoziato tra le potenze che contano, cioè la Gran Bretagna, la Francia, la Germania e un gradino sotto -ahimè- l’Italia, la Spagna, la Polonia.

Quella che si sta combattendo in Afghanistan è una guerra. Senza ripetere la rovinosa esperienza del Vietnam, conclusasi apparentemente per gli Stati Uniti con un "no win, no lose", la NATO ha elaborato il cosiddetto "approccio comprensivo" che ufficialmente prevede "la regolare coordinazione, consultazione e interazione tra tutti gli attori coinvolti in teatro". Tale proposito è davvero compatibile con la pretesa libertà d'azione di molte ONG occidentali presenti sul posto?
Oggigiorno c’è un accordo comune sul fatto che l’intervento militare e umanitario non possano restare distinti: senza la sicurezza, le attività delle ONG non possono avere luogo; in questo senso, vi è stato un riavvicinamento tra le due parti. Un tempo i missionari non potevano prescindere dalla presenza di un’autorità coloniale che garantisse loro le condizioni di sopravvivenza: oggi la situazione è simile. Il recente caso di Emergency rappresenta solo un’estrema eccezione. Nonostante quello che i suoi membri proclamano con la pretesa che venga considerato oggettivamente, l’organizzazione ha un preciso background culturale e politico. Comunque il vero problema, a proposito dell’”approccio comprensivo”, non è tanto il legame tra le ONG e la missione NATO, quanto piuttosto i lunghi tempi che la sua applicazione richiede: è per questa ragione che il già annunciato ritiro delle truppe americane del luglio 2011 non solo appare estremamente rischioso, ma è anche il motivo di fondo delle recenti dimissioni del generale McChrystal. In effetti, se l’obiettivo della coalizione è stabilizzare il Paese, non sembra possibile definire date e scadenze precise: sono due aspetti in palese contraddizione.

La pagina web del professor Massimo de Leonardis è raggiungibile al seguente link.
Ultimo aggiornamento Lunedì 04 Aprile 2011 08:58

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