Silvia Poggioli, laureata a Bologna, ha intrapreso un percorso al di fuori degli schemi classici dei giovani neolaureati in cerca di lavoro, imbarcandosi in avventure che l’hanno portata dal continente Africano a quello Asiatico, passando dal centro America. Una vita ricca di interessi per le società e le persone. Fusiorari l'ha incontrata in India per una conversazione sulla sua carriera e le sue esperienze, umane e professionali.
Silvia, vuole raccontaci un po’ del suo percorso ?
Nel 2005 mi sono Laureata in Cultura e Diritti Umani, una laurea triennale della facoltà di Scienze Politiche di Bologna. Terminato il mio percorso di studi ho fatto una richiesta di collaborazione a un’associazione di volontariato internazionale con la quale, precedentemente, avevo avuto delle esperienze come volontaria. Una volta accettata la mia candidatura mi sono recata a Roma, alla sede centrale, rivestendo il ruolo di coordinatrice di volontari italiani su campi di lavoro in Italia e all’estero.
Cosa sono i campi di lavoro?
Per campi di lavoro si intendono quelle attività volte a unire lo sforzo di giovani volontari alla buona riuscita di un medesimo progetto (sociale, ambientale o culturale). Lo scopo principale è quello di creare un ambiente nel quale si dialoga su tematiche importanti, come l’integrazione multiculturale o multi-religiosa e, in generale, la pace tra i popoli. Diciamo che il campo di lavoro tende a concentrarsi sulla promozione del dialogo tra i partecipanti più che sugli aspetti pratici, come potrebbe essere ad esempio la costruzione di una scuola.
Cosa accadde poi?
Durante la mia permanenza a Roma feci richiesta di partecipazione al Servizio Civile Internazionale presso una ONG marchigiana e, in seguito al colloquio, risultai seconda. L’organizzazione, avendo un solo posto da Civilante (il volontario) all'inizio mi scartò, per poi ricontattarmi in seguito, con la proposta di seguire un progetto in Tanzania. Accettai Immediatamente visto che era la mia prima esperienza e proposta lavorativa! A dicembre 2005 partii per Zanzibar per partecipare a un progetto di prevenzione dell’HIV per il quale facevo supervisione dei training di formazione alla popolazione locale. La prima cosa, una volta giunta, fu quella di partecipare a un corso di Swahili, che poi si è rilevato fondamentale per poter ottenere risultati soddisfacenti dal mio lavoro. Poiché il virus si trasmette principalmente per via sessuale, l’organizzazione scelse di puntare sulla strategia ABC per fare prevenzione a Zanzibar. Dall’inglese, l’acronimo ABC si può tradurre come promozione dell’astinenza, del cambiamento comportamentale e dell’uso del condom.
In che modo portavate avanti questa strategia?
Attraverso un approccio multisettoriale, tentando di coinvolgere i diversi settori socio-economici del paese ad allocare risorse umane e finanziarie alla lotta all’HIV. Nel quotidiano supportavo l’attività del governo locale nella gestione dei training di formazione rivolti ai rappresentanti della comunità. Settimanalmente si sceglieva un gruppo di persone - studenti, insegnati, esponenti politici, capi religiosi, provenienti da villaggi differenti della zona - e le si invitava a partecipare a dei corsi settimanali di prevenzione all’HIV incentrata sulle strategie di ABC. Giornalmente venivano affrontare tematiche differenti come la spiegazione medica della malattia, il significato e la pratica dei sistemi di prevenzione ABC, i rischi del contagio ecc. L’intento per cui si coinvolgevano gruppi omogenei era quello di creare un network in cui si preparassero delle persone capaci di trasmettere ad altri nella comunità quello che erano state le informazioni acquisite durante il corso.
Quanto è durata questa esperienza?
Fino al 2006. Successivamente, sono andata a vivere a Londra, anche per poter imparare l’inglese. Durante la permanenza in Africa mi sono accorta di quanto un’ottima familiarità con l’inglese fosse necessaria per poter lavorare nel campo della cooperazione. Mi sono anche resa conto di quanto una buona conoscenza della lingua locale fosse stata fondamentale per il raggiungimento degli obiettivi del mio lavoro. Londra è stato un passo decisivo della mia vita: mi sono iscritta ad un master in sviluppo (Development Administration and Planning all’University College London) finalizzato alla creazione di figure capaci di lavorare, ricoprendo ruoli dirigenziali, nelle Organizzazioni Internazionali.
Quali differenze ha riscontrato tra il sistema scolastico italiano e inglese?
C’è una visione dell’apprendimento totalmente differente. In Italia ho imparato a studiare mnemonicamente, invece al Master le date, i fatti hanno un ruolo defilato e il fulcro sta nel tuo punto di vista, tutto si concentra sulla tua opinione. La maggior parte delle prove richiedono la scrittura di saggi o presentazioni nelle quali argomenti la tua posizione e su quali basi le sostieni.
Il master finisce nel settembre 2007?
Sì. La mia tesi, che mi valse la lode, trattava delle politiche di prevenzione all’Hiv nel contesto Ugandese, ricollegandosi quindi alla mia esperienza precedente a Zanzibar. L’Uganda è stato il primo paese in cui si ritiene la malattia sia originata e, allo stesso tempo, uno dei primi a rispondere all’emergenza. In poco più di 10 anni di politiche di prevenzione — e tramite un’aggressiva campagna mediatica — hanno avuto risultati straordinari, passando da cifre che si aggiravano al 20-30 % della popolazione infetta al 5%. In ambienti internazionali questo portò a una celebrazione dell’Uganda come una storia di successo nella lotta all’HIV. Adesso le cose stanno cambiando visto che si sono registrati incrementi sostanziali. Nella mia tesi ponevo una critica alla strategia di prevenzione ABC promossa attraverso l’approccio multisettoriale, utilizzato come mezzo in Uganda per diffondere politiche di stampo neoliberalista...
Si spieghi meglio
Mi ponevo una domanda fondamentale: perché i finanziamenti alla lotta all’Hiv sono in crescita da dieci anni a questa parte ma la malattia, al posto di regredire, è in crescita? In paesi in cui la povertà è dilagante, dove più della metà della popolazione vive con due dollari al giorno, la lotta all’HIV non può avere successo se ci si concentra prevalentemente (e quasi del tutto) sulla prevenzione, peraltro una prevenzione di stampo moralista. Quale beneficio dà fare il test, scoprire di avere il virus ma poi non avere accesso ai medicinali? La preoccupazione per una malattia che porta alla morte nell’arco di dieci o quindici anni trova una risposta molto più blanda tra coloro che hanno basse prospettive di sopravvivenza. Questi sistemi di prevenzione sono invece più funzionali nei paesi occidentali, dove le aspettative di vita sono mediamente molto più alte.
E qui in India, invece, qual è la situazione dell'HIV?
A differenza dell’Africa, troviamo una diffusione dell’HIV molto più concentrata; infatti possiamo parlare di gruppi a rischio, come ad esempio prostitute, omosessuali, trans gender, tossicodipendenti e quei sottogruppi - che vengono considerati i gruppi ponte - che sono i clienti delle prostitute ed i truck drivers. Un’alta percentuale di camionisti (4-8%) ha l’HIV. Si considera che, per questioni lavorative, i camionisti passino lungo tempo lontani da casa e abbiano maggiori possibilità di frequentare luoghi in cui ci siano prostitute. Questi due gruppi sono definiti ponte proprio perché potenzialmente fanno da collegamento tra i gruppi a rischio e la popolazione generale.
Dopo la tesi cosa successe?
Feci nuovamente domanda per partire con il Servizio Civile Internazionale. Questa volta venni selezionata e tornai a Zanzibar ma con un’organizzazione diversa, che stava svolgendo un progetto di supporto all’industria turistica e tutela dell’ambiente. Nello specifico, mi occupavo di coordinare attività di formazione alle piccole e medie imprese locali che lavorano nell’indotto del turismo, in modo da renderle più competitive. La nuova esperienza a Zanzibar durò dal febbraio 2008 al febbraio 2009, ma nell’agosto dello stesso anno fui chiamata a presentare un poster della mia tesi, alla XVII° conferenza internazionale sull’HIV in Messico. Durante quei cinque giorni, ebbi la possibilità di conoscere molte persone interessanti e propositive, tra cui quello che è momentaneamente il mio responsabile in India.
Quindi successivamente al Messico si è recata in India?
Alla conferenza mi venne proposta una internship in India che però, per vari motivi, a quel tempo non si concretizzò. Finita la conferenza tornai a Zanzibar, dove rimasi fino alla fine del progetto datato febbraio 2009; durante lo stesso anno esplose la crisi economica. Rientrata in Italia subito mi scontrai con una situazione desolante per quanto riguardava l’ambito lavorativo: passai tre mesi ad inviare curriculum senza avere risposte poi, nel maggio 2009, decisi di andare a Londra a trovare degli amici. In quel frangente capii che tornare in Italia non aveva nessun senso e mi trovai un lavoro in un pub a Londra. Mi mantenevo con questo impiego e con una piccola collaborazione nell’Ong di un mio professore del master. Durante quel periodo lavoravo 55-57 ore alla settimana tra pub ed Ong per non più di mille sterline al mese. Questa situazione continuò fino a dicembre 2009, quando venni assunta dalla Charity (Organizzazione non governativa) per cui lavoro adesso; inizialmente ebbi un contratto a tempo determinato, ma nel giugno 2010 mi fecero passare a tempo indeterminato. Da poco sistematami nel nuovo ambito lavorativo mi arrivò una chiamata inaspettata: mi contattò la persona che avevo conosciuto in Messico chiedendomi se fossi ancora interessata a quella Internship in India di cui mi aveva parlato ai tempi della conferenza. Io ne fui subito entusiasta ed ebbi anche la fortuna di avere l’appoggio del mio responsabile inglese che non solo accettò il fatto che partissi ma mi sostenne e promosse ampiamente questo progetto. Nel dicembre 2010 parto per l’India.
E di cosa si occupa in India?
Faccio ricerca in una Organizzazione Internazionale della salute che offre supporto tecnico a progetti di sviluppo.
Per la Sua personale esperienza quale è stato il primo grande impatto con l’India?
In Europa non ho mai sentito di appartenere a una classe sociale così distante da un’altra. In India, invece, la società è strutturata in caste inamovibili e la chiusura culturale di questa gerarchia piramidale non lascia possibilità di una scalata verso condizioni migliori.
Lei come si è posta di fronte a questo ambiente?
Arrivando in India ti rendi conto che c’è una struttura sociale gigantesca al di sotto della tua posizione poiché, in quanto bianco e istruito, fai parte a priori dei gradini più alti della piramide. La maggior parte delle persone che incontri nel quotidiano ha un atteggiamento servile e, se non si riflette su quello che si fa, si corre il rischio di sfruttare questa situazione, agendo quasi con un atteggiamento di superiorità. L’ambiente è oggettivamente condizionante: mi resi conto che rischiavo di eccedere in atteggiamenti non corretti. Questa coscienza si è manifestata dopo numerose discussioni con amici e riflettendo su quella che è stata la mia esperienza in Africa. In Africa il rispetto si conquista con l’anzianità e non in base alla condizione sociale della famiglia di appartenenza. Ammetto di trovarmi però molto bene a livello di interazione sociale con i miei colleghi indiani rispetto all’Inghilterra; la società anglosassone è estremamente individualista e non sconfina mai oltre i formalismi di rito. In India, invece, ho la possibilità di condividere anche in maniera pratica un sentimento di comunione visto che, ad esempio, oltre a mettere in comune le esperienze che si vivono, spesso capita che ognuno divida il proprio pranzo con gli altri; cosa che trovo veramente bella. Ovviamente questo carattere umano è visibile nel momento in cui ci si trova tra persone della stesso “livello” sociale. Diciamo che se in Inghilterra è molto forte questa volontà di mascherare la differenza tra le classi sociali tramite le formalità e l’educazione, in India invece le differenze sono abissali ma nel momento in cui viene costatata una parità sociale si vive un’umanità che a Londra a volte sembra improponibile.
Cosa trae maggiormente da questa esperienza?
L’India ti avvicina a una spiritualità che difficilmente una persona che può cogliere e vivere in Occidente. Una spiritualità che induce a una crescita personale e ad un nuovo approccio rispetto agli altri e a se stessi. Posso affermare che dopo questa esperienza la mia tolleranza nei confronti del diverso è aumentata, senza contare che ammetto di essere diventata anche più paziente rispetto a cose che mi hanno sempre infastidito. L’India aiuta a fare i conti con i propri limiti; in Europa siamo abituati a crearci delle aspettative che, se disattese, conducono ad un ampio sconforto. Invece in India ho imparato ad abbandonare il mio egocentrismo accettando di essere una parte del tutto.
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Commenti
Radicalmente diversa dalla cultura occidentale, quella indiana ha messo personalmente anche me di fronte a questa considerazione esistenziale che, accettabile o meno, sembra imporsi per natura in un sistema entro il quale ogni individuo si sente profondamente solo un piccolissimo tassello.
Per quanto concerne il percorso lavorativo di Silvia, persona che ho avuto l'immenso piacere di conoscere a Delhi, non posso che condividere le difficoltà crescenti, per noi generazione precaria, di sbocchi lavorativi gratificanti in Italia.
Per quanto possa esser anche molto stimolante, trovo essere un boccone amaro il doversi spostare per mera necessità occupazionale all'estero.
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