Quale nesso lega la salvaguardia dell’ambiente alla conservazione della specie umana? In quale misura l’attività antropica è responsabile dell’estinzione – o della preservazione – delle specie? Nel corso del cinquantesimo anniversario di nascita del WWF internazionale, concludiamo il colloquio con Paola Brambilla ripercorrendo i successi e i futuri obiettivi dell’associazione, alla luce del disegno di conservazione ecosistemica che ne costituisce il progetto fondante.
Nella percezione comune, il WWF è una delle maggiori associazioni mondiali ad occuparsi della tutela dell’ambiente, in tutte le sue componenti. L’icona del panda come simbolo dell’associazione suggerisce una particolare attenzione per la componente faunistica dell’equilibrio ambientale. In quale progetto si inserisce il vostro impegno planetario verso il mondo animale?
Un grosso impegno della nostra associazione è rivolto a tutto il mondo animale, al suo benessere e alla sua tutela. Del resto, riconoscere diritti a forme di vita diverse dalla propria è fattore di crescita intellettuale e giuridica per la stessa società umana. Lo scorso anno, quando si è discussa la direttiva europea che modificava le condizioni di pratica della vivisezione, il WWF ha dichiarato del tutto improduttiva e irrilevante la sperimentazione animale a scopi scientifici. Inoltre, l’associazione ha tenacemente combattuto all’interno dell’UE per ottenere una modifica delle direttive sul trattamento degli animali destinati all’alimentazione domestica, un altro dei grandi capitoli della sofferenza animale. Non è un caso, però, che le grandi campagne annuali del WWF siano dedicate alla tigre, ai rinoceronti e alle grandi specie in via di estinzione: la nostra tutela del benessere animale si inserisce in un più vasto progetto, che prevede la tutela degli ecosistemi e l’intervento su ciascun elemento in grado di minacciare la sopravvivenza e l’equilibrio degli stessi. L’equilibrio faunistico è una delle condizioni di mantenimento degli ecosistemi: quando una specie è a rischio, tutto l’ecosistema è a rischio; dunque è a rischio anche la nostra specie. Ad esempio, se sparissero le api non avremmo più l’impollinazione degli alberi da frutta e un terzo delle risorse alimentari del pianeta andrebbe perduto. Esiste perciò un senso profondo che lega la tutela della fauna e dell’ecosistema alla tutela della specie umana.
È quindi scorretto considerare il WWF, propriamente, un’associazione animalista?
Viviamo in un sistema naturale governato da leggi che l’uomo ha il compito di rispettare, tutelare e ripristinare. In ciò consiste la differenza tra la nostra associazione, conservazionista, e le organizzazioni propriamente animaliste. Ad esempio, la scomparsa dei grandi predatori carnivori, orso e lupo, sull’arco alpino ha storicamente portato a un’eccessiva proliferazione di ungulati – cinghiali, daini, camosci – cui in alcuni casi si è dovuto rimediare anche con sistemi di prelievo antropico. Ugualmente, la liberazione delle nutrie negli anni Settanta, a seguito del crollo della famosa industria di pelliccia dell’animale, portò a una moltiplicazione di questa specie alloctona nelle nostre pianure, con conseguente danno per il reticolo idrografico minore, per l’ingegneria naturalistica e per l’agricoltura: anche in questo caso si è dovuto, purtroppo, affrontare il problema con interventi di prelievo. La caccia è senz’altro un atto di crudeltà, estremamente difficile da accettare; a nessuno dei nostri soci tendenzialmente piace. Ad ogni modo, l’attività venatoria non è tra i principali fattori di pericolo per la preservazione della fauna omeoterma in Italia: i mammiferi terrestri sono minacciati piuttosto dall’urbanizzazione, dal consumo di suolo, dalle grandi infrastrutture. Ad esempio, nel nostro centro di recupero degli animali selvatici a Vanzago, nel milanese, su 2000 ricoveri rileviamo soltanto uno 0,4% di degenze legate alle ferite da arma da fuoco e quindi all’attività venatoria. Negli altri casi, il ricovero è dovuto alle conseguenze dell’antropizzazione: investimenti, incidenti, urti contro edifici, automobili e altri ostacoli urbani.
Altro cruciale aspetto della gestione ambientale è l’attività di pesca, tra l’altro tristemente legata al fenomeno delle mattanze dei grandi cetacei e mammiferi marini, praticate ogni anno a danno di centinaia di migliaia di esemplari…
L’attività di pesca a scopo alimentare è minacciata oggi da due principali problemi. Il primo è quello dell’esaurimento, ormai conclamato, degli stock ittici commerciali, vale a dire il pericolo di estinzione di alcune specie marine, tra cui ormai anche il tonno, registrate sul libro rosso dell’Unione internazionale per la Conservazione della Natura. Il secondo problema è invece legato alle specie che, pur non essendo in via di estinzione, non hanno una proliferazione sufficiente per garantire uno sfruttamento commerciale. Perciò nelle conferenze internazionali ci si pone l’obiettivo di stabilire moratorie sulla pesca, con specifico riferimento a settori e tipologie della fauna ittica, per arrivare alla ricostituzione degli stock ittici commerciali. La questione delle cacce dei grandi mammiferi marini presenta anch’essa diverse sfaccettature. Da un lato esiste la famosa caccia tradizionale, praticata con i vecchi strumenti di cattura da parte di popolazioni indigene che sopperiscono così a necessità di approvvigionamento alimentare o di pellame, all’interno di un’economia di sussistenza connaturata al bagaglio culturale e identitario di quei popoli. Si tratta di piccole attività di gestione degli ecosistemi a livello locale, riconosciute anche dalla Dichiarazione di Rio sull’Ambiente e lo Sviluppo e certamente innocue per l’equilibrio ambientale. Esecrabile e dannoso è invece il massiccio sfruttamento commerciale camuffato con presunte finalità scientifiche, come nel caso della pesca di balene praticata dalla comunità giapponese. In questo caso, oltre all’assoluta inesistenza di scopi scientifici, si può parlare persino di una predazione a sfondo ideologico, simbolica, rivolta a un intelligentissimo mammifero, preziosa testimonianza di come la natura possa rivelarsi straordinaria. Ci sono animali, come anche lo stambecco sull’arco alpino, che rappresentano ormai la nostra sfida per la sopravvivenza delle specie.
Quest’anno il WWF internazionale festeggia il suo cinquantesimo anniversario di nascita, a fianco del quarantacinquesimo festeggiato dal WWF italiano. Quali sono i principali o più significativi successi conseguiti finora dall’associazione, in Italia e all’estero, e quali i progetti per il futuro?
È un bel traguardo. Tra i grandi successi, il primo è stato affermare il concetto di area protetta. Il WWF è l’unica associazione al mondo a gestire oasi naturali di proprietà privata, acquistate con il sacrificio dei suoi soci. Abbiamo dimostrato in Italia l’importanza e il beneficio dei parchi naturali per l’ambiente, per il turismo, per l’economia, per la salute e per il benessere generale dei cittadini e del Paese. Anche a livello internazionale, la creazione dei grandi parchi è stata fortemente voluta dall’associazione. L’altro grande successo, per noi, è essere riusciti a salvare dall’estinzione molte specie a rischio, tra cui la tigre, il rinoceronte, il rinoceronte nano, il delfino d’acqua dolce, il panda. Per il futuro, la grande sfida che ci aspetta è lottare affinché tutte le scelte politiche e strategiche, nazionali, regionali e locali vengano basate su criteri di contabilità ambientale. Occorre sostituire al concetto di PIL quello di impronta ecologica, affermando il valore anche economico degli ecosistemi. Riusciremo a perseguire uno sviluppo davvero sostenibile quando ogni azione economica sarà calcolata nei suoi effetti sulle risorse alimentari, ittiche, forestali, agronomiche e climatiche. Allora, il nostro progetto per l’ambiente potrà dirsi compiuto.
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