La ricercatrice dell'Osservatorio sulla Comunicazione dell'Università Cattolica di Milano si racconta a FusiOrari. Internet, spiega, non significa necessariamente partecipazione. E sulla sicurezza dell'infanzia dai pericoli della rete dice: "per proteggere i bambini su internet è essenziale educarli al suo utilizzo"
Maria Francesca Murru, in breve ci dica qualcosa di lei
Dopo la maturità scientifica in Sardegna, nel Duemila sono venuta a Milano per studiare Scienze della Comunicazione all’Università Cattolica. Dopo la laurea nel 2005 - con una tesi su “L’alfabetizzazione tecnologica alla luce della teorie dell’innovazione” - ho proseguito gli studi con un Dottorato di ricerca in Culture della Comunicazione. Ho discusso la tesi di dottorato nel maggio del 2010 e adesso lavoro presso l’OssCom, il Centro di Ricerca sui Media e la Comunicazione della Cattolica. Contemporaneamente, sono esercitatore nel corso di Media e Politica del Professor Fausto Colombo e docente a contratto nel seminario di Studio e Analisi dei Processi Comunicativi nel corso di laurea interfacoltà di Lettere, Sociologia ed Economia.
È giunta nelle sue ricerche a una qualche conquista?
(Sorride) Credo sia presto per parlare di conquiste o di scoperte. Per ora quella più importante è stata di tipo “personale”: l’acquisizione di un metodo di ricerca. Il che significa sapere di poter tradurre la mia curiosità intellettuale nei confronti della realtà in un processo di indagine scientifica. Su questo mi piacerebbe continuare a lavorare.
Ci racconti come una giovane ricercatrice pianifica la propria vita, o perlomeno ci prova.
Pianificare è una delle cose più difficili di questo lavoro. La difficoltà sta innanzitutto nell’organizzare autonomamente le giornate sulla base dei propri impegni, che sono molteplici: la didattica, le varie attività di ricerca aperte su più fronti Poi c’è la pianificazione del proprio percorso professionale, che ha a che fare con i percorsi accademici possibili. I quali, in questo momento, non danno molte garanzie né certezze, ma anzi esaltano ed enfatizzano la precarietà. Infine, c’è la pianificazione del proprio lavoro intellettuale, basato sui mille stimoli che ci circondano. Tenere insieme questi tre aspetti è la vera, costante sfida. Naturalmente, in questo momento mi pesa molto l’impossibilità di programmare un futuro a lungo termine.
Nel suo curriculum ci sono alcune esperienze all’estero. Ha mai pensato di lasciare l’Italia?
Sì, soprattutto negli scorsi mesi, dopo aver conseguito il dottorato. Anche se la mia esperienza all’estero non è stata molto lunga: solo tre mesi, più varie conferenze e una summer school di due settimane organizzata dall’ECREA (European Communication Research and Education Association). Mi è capitato di confrontare questa cultura della condivisione con quella italiana. Qui sembrano prevalere logiche più “relazionali”, basate sull’appartenenza a determinati gruppi e scuole. Partecipando agli incontri dei dottorandi della Vrije Universiteit di Brussel, mi avevano molto colpito le prime domande che il professor Nico Carpentier poneva ai presenti: “Di cosa vi siete occupati questa settimana? Cosa avete letto? Quali stimoli vi hanno colpito?”. Questa tendenza da noi manca, anche se non credo per cattiva volontà. Però andrebbe istituzionalizzata e resa un’abitudine, una pratica condivisa.
C’è invece qualcosa in cui l’Università italiana si distingue ancora rispetto a quelle straniere?
C’è un aspetto che purtroppo va scomparendo ma che ha caratterizzato a lungo il sistema universitario italiano: l’idea di dare agli studenti una formazione a 360 gradi, l’intenzione di combinare specializzazione e formazione ampia, per creare non solo lavoratori ma anche cittadini.
Lei si è occupata dei rapporti tra politica e rete. In che modo internet può favorire la partecipazione attiva dei cittadini alla vita pubblica e, in particolare, ai processi decisionali?
Il tema è caldo, e sarebbe stupido negare che internet non abbia conseguenze sulle modalità della partecipazione politica, sui modi in cui i processi politici vengono strutturati. Perché internet offre possibilità di connessione e di produzione culturale prima impensabili. Per contro, coinvolge soprattutto i legami deboli, quelli fra “amici di amici”.
Alberto Melucci, uno tra i primi sociologi ad occuparsi di movimenti collettivi, diceva all’inizio degli anni Duemila che il problema della modernità risiede nel controllare i contesti in cui si produce il senso della comunicazione. Internet moltiplica le nostre possibilità di produzione e di comunicazione, ma cosa succede là dove si produce senso, dove avviene la costruzione di quei quadri discorsivi in cui si realizza la sintesi tra esperienza individuale e progettualità collettiva che dovrebbe essere la democrazia?
Andando a pescare nella letteratura classica sulla sfera pubblica – Habermas in primis – possiamo capire come non basta scambiarsi informazioni, ma conta il modo in cui ciò accade e contano i frame discorsivi in cui lo scambio avviene.
C’è il rischio che internet moltiplichi solo l’illusione di una maggiore partecipazione.
E che la partecipazione rimanga puramente empatica, come quella dei flash-mob che sono condensazioni momentanee di azioni individuali in cui non si mette mai in discussione la monade del soggetto. Molte delle pratiche che attuiamo nel web 2.0 – nei social network, per esempio - sono azioni che hanno un forte carico di investimento identitario. Ogni volta stiamo mettendo in gioco la nostra identità. La costruzione di comunità, di culture civiche più coese che assomiglino all’idea di sfera pubblica che ognuno di noi ha si regge, o almeno dovrebbe, su altri presupposti, altre precondizioni.
In riferimento all’esperienza di Beppe Grillo, cosa c’è di rivoluzionario e di duraturo e cosa invece di effimero in esso?
L’aspetto più importante del fenomeno che sta dietro al blog di Grillo è il fatto di aver dato voce a una parte di società che non si sentiva rappresentata dall’attuale ceto politico.
Molte persone che ho intervistato – lettori del blog, frequentatori dei meetup milanesi – dicevano di non aver mai partecipato ad alcuna attività politica. Anzi, non si erano mai nemmeno affezionati a un quotidiano di riferimento. Le loro uniche esperienze riguardavano il volontariato o l’associazionismo sportivo. È stato Grillo il primo a coinvolgerli in una qualche forma di partecipazione politica e civica.
Il tipo di rappresentanza che il comico ha offerto loro, però, ha poco a che fare con le vere potenzialità della rete. Si rifà, invece, a un modello di politica in realtà poco innovativo e si collega a un paradigma di comunicazione tipicamente massmediale: lui costruisce la rappresentazione e fornisce rappresentanza a una parte politica, ma chi è oggetto di tale rappresentazione non ne se ne può veramente riappropriare.
In che senso?
Nel senso che non solo i contenuti del blog sono prodotti da un unico soggetto, cioè il titolare del blog stesso, ma mancano addirittura momenti e spazi di discussione e confronto. Grillo non risponde mai a i commenti – lo ha fatto solo qualche volta nel 2005 – e non c’è nessuna forma di feedback C’è un sistema di rating interno al blog, ma non riceve nessun vero riconoscimento ufficiale.
A questo si aggiunge una chiusura sistematica del discorso. Soprattutto nei primi anni, Grillo faceva circolare informazioni che non trovavano spazio nei principali quotidiani. Poi ha cominciato a prevalere la funzione di contrappunto alle principali notizie diffuse da quotidiani e tv. Grillo, però, non si è mai preoccupato di esplicitare le fonti utilizzate per costruire questo contrappunto. E non ha mai ritrattato, nemmeno quando ha dato informazioni sbagliate.
Infine, tramite il linguaggio della comicità, Grillo ha sviluppato una “popolarizzazione della conoscenza esperta”, cioè - in sintesi - la semplificazione di argomenti molto complessi che richiedono, invece, una preparazione approfondita per essere discussi.
Piuttosto populistico...
E soprattutto lontano dal livello di partecipazione che ci si aspetterebbe da un’esperienza di rete. Nonostante lui abbia ignorato quasi sistematicamente tutte le possibilità offerte da questo medium, internet è fondamentale per il suo movimento, perché gli ha consentito di catalizzare l’attenzione di tutti quei soggetti che erano lontani dalla stampa “ufficiale”. La rete è diventata un nodo simbolico in senso demagogico, l’emblema un po’ vuoto della palingenesi politica in quanto altra da ciò che esisteva prima. Grillo esalta la spontaneità che caratterizza il suo blog ma poi non mantiene le promesse di trasparenza che dovrebbero accompagnarla.
Esiste dissenso all’interno del movimento?
Sì, da tempo. Il movimento ha avuto molto successo dopo il primo V-Day, nel 2007, poi c’è stata una serie di crisi interne. Il gruppo che ho monitorato per due mesi era composto da una ventina di persone, ma i partecipanti attivi non erano più di quindici; e avevano gravissimi problemi organizzativi perché all’inizio di ogni riunione dovevano definire le regole della discussione. Il mito della partecipazione dal basso rendeva loro difficile prendere anche la più piccola decisione. Su questo non tutti erano d’accordo: alcuni, più pragmatici, pur non volendo cristallizzare una gerarchia erano favorevoli a un minimo di divisione dei ruoli. Il risultato? Mentre loro passavano il tempo a discutere sull’organizzazione, la scelta del candidato alle elezioni regionali dello scorso anno – Vito Crimi – è arrivato dall’alto. Deciso dal Coordinamento regionale.
Un altro argomento affrontato nelle sue ricerche è stato quello del rapporto tra internet e infanzia. Un rapporto fatto di opportunità e rischi.
Ho partecipato a due progetti di ricerca finanziati dalla Commissione Europea, e in particolare dal programma Safer Internet: EU Kids Online 1 si è concluso nel 2009 e ha interessato 21 Paesi europei, mentre EU Kids Online 2, tuttora in corso, ne coinvolge 25. La ricerca empirica – la più rilevante mai effettuata sul tema – ha riguardato un campione di mille bambini e mille genitori in ciascuna nazione.
Il primo motivo di interesse del progetto sta nel suo essere transnazionale, e quindi nella sfida di far dialogare diverse realtà e diverse tradizioni di ricerca. Poi c’è l’obiettivo di fornire indicazioni di policy alle istituzioni che si occupano della sicurezza nella rete.
La priorità, a questo proposito, è quella di dialogare con i recenti fenomeni. Tutti abbiamo imparato a collegare la rete alla società del rischio, fin dai tempi delle Dot-com e della bolla speculativa della new economy. Ma adesso si sta enfatizzando il tutto – non nascondiamolo – anche per limitare le potenzialità della rete e per proteggere principi ed equilibri come quello del copyright.
Ora: l’uso di internet riguarda innanzitutto sempre più la maggioranza dei bambini. Anche se l’Italia rappresenta un’eccezione, nel complesso l’età del primo accesso a internet diminuisce ovunque. Si stanno diffondendo, poi, le piattaforme di accesso private, e quindi l’uso del web si fa sempre più personale. I bambini navigano su internet soprattutto nella loro cameretta: questo limita gli spazi di condivisione delle attività su internet e ne aumenta le potenzialità di rischio.
Qual è la risposta a tutto questo?
Non quella di costruire all’interno della rete un giardino recintato, perché è una caratteristica dell’infanzia e dell’adolescenza quella di crescere confrontandosi con i pericoli ed imparando a reagire. I filtri-famiglia contribuiscono a limitare i rischi maggiori, come la pedopornografia. Ma c’è tutta una serie di situazioni che non possiamo misurare né prevedere. Ecco perché occorre puntare sull’alfabetizzazione digitale, accrescere le conoscenze dei bambini sull’utilizzo di internet e, al tempo stesso, arricchire internet di percorsi e contenuti positivi. Per offrire ai più piccoli la possibilità di sfruttare le opportunità della rete rispetto all’apprendimento, alla socialità, alla costruzione della propria personalità.
Immagino che questa alfabetizzazione debba riguardare anche le famiglie e la scuola.
I genitori devono condividere con i figli l’esperienza quotidiana di internet. Soprattutto in Italia i più giovani raccontano poco delle proprie navigazioni quotidiane, e soprattutto dei rischi potenziali legati a contenuti o contatti a sfondo sessuale e quindi a un argomento tabù; ma la condivisione rimane scarsa, anche per colpa del gap generazionale. Soprattutto in Italia, l’accesso dei bambini a internet dipende molto da quello dei genitori. Non c’è stata alcuna spinta, o quasi, da parte delle istituzioni scolastiche. Su questo si deve lavorare. Da noi si è restii a inserire nel curriculum degli studi la media literacy, l’educazione alla comprensione e all’uso dei media. Che ci permetterebbe di valutare criticamente i messaggi che riceviamo e di produrre in modo più efficace e autonomo le nostre comunicazioni.
Lei è donna e lavora nell’ambito dell’Università. Due caratteristiche che la rendono sensibile al dibattito socio-politico degli ultimi mesi.
La mia riflessione sull’essere donna nasce proprio dalle recenti manifestazioni. Non è qualcosa su cui mi ero soffermata molto in precedenza, anche se ho toccato con mano situazioni in cui l’identità femminile ha oscurato la dignità della persona. È questa secondo me la soglia superata la quale occorre scendere in piazza. Anche se la piazza comporta sempre delle semplificazioni, spero davvero che dietro queste mobilitazioni ci sia una presa di coscienza sistematica e concreta. Si tratta di qualcosa che esiste anche nella quotidianità più minuta, spesso nell’indifferenza di chi si indigna solo in certe occasioni. Le statistiche italiane non sono confortanti. La percentuale di donne che hanno incarichi dirigenziali è bassa rispetto al resto d’Europa. E il welfare state a sostegno della famiglia non è paragonabile a quello dei Paesi del Nord. Penso che questo si leghi anche alla precarietà professionale: non nego che al momento, per me, sarebbe difficile creare una famiglia. Perché, per esempio, non sempre riesco a programmare bene i tempi del mio lavoro, avendo a che fare con committenze differenti che affronto spesso da sola.
La recente riforma universitaria interviene a correggere qualche problema o lascia tutto così com’è?
Io condivido tutti gli obiettivi della riforma. L’aumento dell’efficienza, l’incremento della qualità della ricerca, l’inserimento di elementi competitivi sia nelle carriere dei singoli che nella attribuzione dei fondi. Ma tutto questo non è stato per il momento realizzato. Intanto perché c’è una grande delega al governo e bisognerà vedere come si svilupperanno i decreti attuativi.
Il grande punto interrogativo riguarda i criteri di valutazione delle carriere e dei risultati. Rispetto alla posizione dei ricercatori, la proposta fatta non è comparabile al tenure track dell’estero. Perché lì c’è già un’allocazione delle risorse per il tuo eventuale percorso di carriera. Con il 3+3 proposto ai ricercatori italiani, invece, non c’è alcuna garanzia: si può arrivare a 40 anni, ottenere l’abilitazione nazionale e poi scoprire che l’università non ha risorse per assumerti. I tagli nei finanziamenti degli ultimi anni, a partire dal 2008, non fanno ben sperare in questo senso.
Recenti statistiche illustrano bene alcune differenze tra Italia e Inghilterra. Lì la maggior parte dei fondi pubblici sono sottoposti a selezioni e a valutazioni rigide. Qui da noi, invece, la ricerca è finanziata anche da enti locali e fondazioni, con un’attribuzione che non è davvero competitiva oppure lo è solo localmente. Il risultato? La correlazione tra tipologia di finanziamenti su base competitiva e qualità della ricerca - basata su criteri bibliometrici - è forte in Inghilterra e lo è molto meno in Italia.
In chiusura: tre motivi per cui ha scelto di studiare Scienze della Comunicazione.
Ce n’è soprattutto uno: volevo fare la giornalista. Strada facendo, mi sono trovata in un corso di laurea che non preparava più al giornalismo. A quel punto, ho continuato a studiare la comunicazione dal punto di vista economico, sociologico e delle scienze politiche, e uno stage al Tgcom mi aveva fatto capire che un certo tipo di giornalismo non faceva per me. Vedevo persone in gamba che si limitavano a riscrivere lanci di agenzia, mentre a me piaceva l’idea di avere un ruolo più attivo. Se non avessi ricevuto la proposta di rimanere in università, penso che avrei insistito. Ma sarei tornata in Sardegna: volevo fare giornalismo sul territorio. So che è un’idea controcorrente, ma mi attirava e mi attira tuttora l’idea di fare giornalismo “quotidiano”, di provincia.
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