Davanti alle telecamere di FusiOrariTV, due protagonisti della vita politica meneghina come Alberto Mattioli, già Vice Presidente della Provincia di Milano nella scorsa Giunta Penati e Consigliere Comunale a Palazzo Marino per tre mandati, e Carlo Tognoli, esponente di spicco della Prima Repubblica, Sindaco di Milano dal 1976 al 1986 e più volte Ministro della Repubblica, raccontano la Milano di ieri, di oggi e di domani. Dalle tensioni degli anni Settanta alla vetrina dell’Expo nel 2015, storia e prospettive della “capitale del capitale”
In vista delle elezioni amministrative della prossima primavera, qual è oggi lo stato di salute di Milano?
Mattioli: Attualmente, Milano è una città depressa, stanca e confusa. Risente delle vicende nazionali, della crisi di governo. È una città con enormi potenzialità, ma ha bisogno di un rilancio. La delinquenza, a partire dalle cosche mafiose, e l’ammodernamento urbanistico dovranno essere le due priorità dell’agenda del futuro sindaco. Nonostante la crisi economica, di cui Milano ha particolarmente risentito, è fondamentale ritrovare le energie morali ed etiche per ripartire.
Tognoli: A proposito della malavita organizzata, già trent’anni fa a Milano era un problema di non poco conto. Ed io, che ero sindaco, lo posso testimoniare. Ma ciò non significa che eravamo, né che siamo, invasi dalla mafia. Più semplicemente, dove c’è la concentrazione di capitale, si ricicla il denaro sporco. Bisogna stare attenti a non farsi coinvolgere. Comunque è un tema eliminabile solo alla radice. L’attuale Ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha fatto abbastanza, ma non deve abbassare la guardia. Sull’economia meneghina, gli ultimi dieci-quindici anni non sono stati molto positivi. E se la si vuole rilanciare, vi deve essere innanzitutto un ricongiungimento tra le élite politico-economiche e i cittadini. Solo se si stabilisce un circuito positivo, ci può essere una maggiore fiducia per una rapida ripresa. Così ora non è, anche perché la tipologia dell’élite è cambiata: una volta la leadership era detenuta dalla grande industria, adesso è appannaggio della finanza. Si tratta di una nuova classe dirigente che, però, non è recepita dai cittadini. C’è chi dice che sia un’élite strana, che scompare il venerdì sera per ricomparire il lunedì.
M: In effetti, i capitani di industria hanno dato in passato un apporto fondamentale per lo sviluppo della città. Adesso, però, l’economia milanese poggia troppo sulla finanza, sul “mordi e fuggi” speculativo. La Borsa ha purtroppo preso il sopravvento. L’industria era intimamente legata alla comunità, costituivano un unico microcosmo. I problemi dell’imprenditore diventavano quelli del dipendente e viceversa. C’era simbiosi tra l’evoluzione della città e lo sviluppo industriale. Oggi, con la predominanza dei finanzieri, si è instaurato un rapporto più speculativo. Si deve, quindi, recuperare il forte senso della comunità. Sennò, lo stesso capitale rischia di dissolversi rapidamente, perché affonda le sue radici nella collettività.
T: In ogni caso, devo dire che, con il passaggio da era industriale a post-industriale, era inevitabile che ci fosse una simile evoluzione. Le stesse imprese italiane si sono espanse globalmente. L’importante, però, è che ora la loro sede rimanga in Italia, a Milano nel nostro caso. E ciò giustificherebbe anche la vocazione mondiale meneghina.
Come era la Milano del Sindaco Tognoli?
T: Gli anni Settanta furono particolarmente difficili: la città era devastata dal Sessantotto e da forti tensioni sociali. La crisi economica, il terrorismo rosso e nero e la criminalità delle bande di periferia avevano turbato non poco la Città. Ma con i primi anni Ottanta, i milanesi iniziarono a riprendersi, anche grazie alla moda. A volte viene criticata stupidamente, per il solo gusto di farlo, ma quello della moda è un settore che sin dal Rinascimento ha significato per Milano produttività, ricerca e sviluppo. Per non parlare dell’importanza che ha rivestito per l’occupazione. Lo stesso ragionamento si può applicare al design, di cui Milano è una delle capitali mondiali. Durante i miei mandati, ho visto rinascere una città depressa. Una città che era riuscita ad affermarsi su scala globale. Tangentopoli, però, ha vanificato tutto.
E come sarà Milano domani?
M: In questo momento, i giovani sono molto preoccupati per il futuro, per la loro stabilità e quella della propria famiglia. La disoccupazione e la precarietà non accennano a diminuire. E Milano ne è investita. Partendo da queste riflessioni, deve essere formulata un’efficace risposta. E il Governo deve fare la sua parte, deve rilanciare l’economia e garantire sbocchi occupazionali. Io stesso mi domando dove la precarietà ci condurrà nel medio-lungo periodo, quale impatto avrà sulla previdenza sociale, sul gettito nazionale e sul consumo. D’altro canto, se Mario Draghi sostiene la necessità di stabilizzare il precariato, significa che la stessa Banca d’Italia ha seriamente valutato il pericolo che questo potrebbe apportare alla società e alla stabilità dell’intero Paese, non solo di Milano.
Valori cristiani, eticità e umanità. La Chiesa è al centro della vita milanese?
T: Innanzitutto, posso dire che, avendo ricoperto per cinque anni la carica di presidente della Fondazione Policlinico, ho potuto constatare che il flusso delle donazioni destinatovi non è mai cessato. E ciò, quindi, mi ha confortato sullo stato della città. La presenza sociale della Chiesa e della Curia milanese è antica, risale almeno a San Carlo Borromeo, il punto di svolta in chiave moderna. Nel XX secolo gli interventi sociali ecclesiastici si sono incrociati con quelli del Comune, rappresentato quasi sempre da sindaci socialisti. E gli anni di Caldara e di Greppi ne sono un esempio. Tale incrocio ha rafforzato il welfare milanese: due forze reciprocamente sostenutesi che hanno inciso costruttivamente sul destino della Città. D’altronde, Milano era uno specchio della collaborazione instauratasi tra DC e PSI a livello nazionale. Negli ultimi cinquant’anni, l’antico anticlericalismo socialista è senz’altro venuto meno.
Qual è il ruolo che ricopre l’identità cattolica oggigiorno?
M: Da un lato, oggi vi sono forze politiche che, in procinto di elezioni, cercano sempre di sfruttare i cattolici per ottenere voti: è un atteggiamento strumentale da condannare. Ma dall’altro, qualsiasi cultura politica deve fare i conti con la spiritualità cristiana: ha caratterizzato la nostra storia e che tutt’ora permea il nostro Paese e la nostra Città. L’ispirazione cristiana è un elemento fondativo della persona, è liberante. Non può essere un limite alla capacità di governo. E in una società multiculturale, è essenziale possedere l’apertura d’animo e d’intelligenza che contraddistingue la cristianità, determinante per comprendere l’identità dell’Altro. Ciò significa avere una disponibilità esente da pregiudizi, volta a costituire un ordine sociale coeso che possa dar vita ad un mondo migliore. Per la mia esperienza, ciò corrisponde in primo luogo al dialogo. Con questa predisposizione, ciascuna identità culturale può rafforzare la propria posizione sociale.
Milano città dell’Expo 2015. Rischia di diventare un’opportunità persa?
T: In questa fase, non do giudizi. Poi, vedremo il programma e le strutture realizzate. Comunque, credo che si dovrebbe coinvolgere di più sia la cittadinanza milanese che i capoluoghi limitrofi, come Torino, Venezia e Bologna. Questo è l’Expo dell’Italia del Nord. E non è un discorso padano, ma solo una valutazione geopolitica. Spero che il Sindaco chiami a raccolta la popolazione meneghina e le spieghi perché l’Expo è così importante per il nostro Paese. Penso che la chiave sia rendere pubblici i programmi, gli obiettivi e i progressi nella realizzazione delle strutture.
M: Sono d’accordo. L’Expo non è un evento prettamente milanese, deve mettere in rete il territorio. È un fenomeno di scala. Diventa anche l’occasione per confrontarsi con i nuovi soggetti che stanno influenzando l’economia mondiale, come il Brasile, la Cina e l’India. Ad esempio, i cinesi ci stimano molto e per alcuni aspetti ci conoscono pure; ma, in realtà, ritengono ancora gli italiani molto difficili da capire. Perciò, credo che l’Expo possa essere un modo per avvicinarsi a questi Paesi, dai quali dipende la nostra capacità di rilancio e di attrarre capitale e interesse.
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