A colloquio con Gabriele Albertini

Lunedì 15 Novembre 2010 22:10 Davide Borsani Interviews - Interviste
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Dai recenti incontri con il premier Silvio Berlusconi ed il terzopolista Francesco Rutelli, l’ex sindaco meneghino e parlamentare europeo, Gabriele Albertini, è al centro della cronaca politica nazionale e locale. Corteggiato da sinistra a destra, dal PD al PdL passando per il neonato FLI, tutti si sforzano di coinvolgerlo in vista delle elezioni amministrative di Milano in agenda la prossima primavera. Albertini però non si sbottona, non cede alle lusinghe e prende tempo. In una lunga intervista, a tutto campo e approfondita rilasciata a FusiOrari, l'ex sindaco di Milano spiega il passato e aspetta il suo futuro.

 

Gabriele Albertini, nato a Milano nel 1950, è stato sindaco del capoluogo lombardo dal 1997 al 2006. Eletto con Forza Italia, ha guidato per due mandati la coalizione di centro-destra. Dal 2004 è deputato al Parlamento Europeo dove, iscritto al gruppo del PPE, è stato ed è tuttora membro di diverse commissioni e delegazioni. Nel giugno 2009 è stato eletto nuovamente eurodeputato tra le liste del PdL, poi nominato Presidente della Commissione Affari Esteri dell'Unione Europea. Nel corso degli ultimi mesi, rumours lo additano futuro candidato per il nascente terzo polo alle prossime amministrative milanesi, invero principale rivale dell'uscente Primo Cittadino, Letizia Moratti. Abbandonerà le fila del PdL?

A questo e ad altri interrogativi, Albertini ha offerto una personale lettura attraverso le telecamere di FusiOrari. Di seguito i principali argomenti affrontati.

TERZO POLO – “Nei giorni scorsi ho incontrato Rutelli che mi ha mostrato un sondaggio secondo cui il nuovo terzo polo potrebbe potenzialmente catturare oltre il 21% dell’elettorato. È uno scenario insolito, è una cifra maggiore rispetto alla somma delle singole percentuali di gradimento di ciascuno dei tre partiti, UdC, FLI e Api. Sembra che questo neocentrismo raccolga un consenso eterogeneo, proveniente anche da aree culturali e politiche diverse. C’è evidentemente la richiesta e la necessità di una linea politica più aperta e più aggregante, disponibile al dialogo, meno intransigente e con la capacità non solo di affermare determinati valori, ma anche di praticarli. Sono inoltre convinto che questo sondaggio includa le preferenze ed il desiderio di molti astensionisti disgustati e rassegnati dal ceto politico che sinora non si sono espressi data la sua inaffidabilità. A suo tempo, io ho creduto nel sistema maggioritario e nel bipolarismo, dandomi da fare in tal senso, ma ora devo prendere atto che, come espressione di governo, non hanno funzionato. E ciò è confermato dall’attuale maggioranza che è stata certamente in grado di acquisire il potere, ma non di esercitarlo”.

LA LEGGE ELETTORALE – “Quella italiana è davvero strana. Lo stesso Calderoli, che l’ha ideata, l’ha definita una ‘porcata'. Ed in effetti siamo l’unico Paese dell’Occidente che ha contemporaneamente tutte e tre le limitazioni della democrazia. In primo luogo, lo sbarramento al 4% e all’8%. Se consideriamo che la percentuale degli elettori che ha votato per i partiti che non hanno raggiunto la soglia minima sono circa il 15%, invero l’indice di gradimento della Lega Nord, dobbiamo constatare che la libera espressione democratica è stata accantonata. Poi, il voto di lista. Non milioni di cittadini, bensì un manipolo di persone, a loro volta non elette ma nominate come soldatini da Berlusconi, hanno nelle mani l’intero processo politico. È evidente che così si perde il rapporto con gli elettori, emarginando l’espressione del cittadino che desidera scegliere i propri rappresentanti. Infine, il premio di maggioranza. La maggioranza assoluta è evidente che permette di governare liberi da particolari ansie. Non mi sembra però corretto che a una coalizione che, ad esempio, vince conseguendo il 30% dei voti, venga assegnato il 55% dei seggi. Insomma, il popolo italiano ha poco potere, al contrario dell’élite. La nostra è una democrazia poco democratica”.

GOVERNO TECNICO – “Nessun governo è tecnico. Tutti i governi sono politici, devono avere una maggioranza parlamentare che li sostiene. Comunemente si pensa che taluni rappresentanti non schierati possano catalizzare più consenso in quanto neutrali. Errato, sono politici anche quelli. E si dice che ora non ci sia una maggioranza per un governo di transizione oltre quella già preesistente. Direi invece che è tutto da dimostrare. Davanti all’esigenza di affrontare alcuni temi esiziali di carattere nazionale ed economico, come la competitività e l’efficienza del nostro sistema lavorativo, un governo deve governare. Legittimato e con l’investitura del voto, con coesione e coerenza, l’esecutivo deve risolvere questi problemi per evitare che il nostro Paese regredisca sino ai livelli del Terzo mondo”.

CRISI ECONOMICA – “Il quadro generale è drammatico, è la crisi finanziaria più grave dal 1929. Tutto il mondo ne ha risentito, anche quei Paesi come il Brasile, la Russia, l’India o la Cina che sono economicamente in ascesa. Per quanto riguarda l’Italia, però, oltre alle contingenze globali ci sono altre cause più radicali che l’hanno condotta a questa difficile situazione. Sto parlando di due divisioni tutte nostre che io definisco ‘verticale’ e ‘orizzontale’. La prima, fisiologica e recentemente attenuatasi, è di natura ideologica e politica. Siamo stati per anni il Paese occidentale con il partito comunista più forte. Ancora adesso, quando si litiga sulla gestione del potere, è difficile mitigare i residui delle vecchie e contrastanti visioni della Guerra Fredda. Tra l’altro, la stessa sinistra deve ancora scegliere se conformarsi o meno ad un riformismo europeo moderno e coerente con le realtà della storia, trascurando in definitiva le derive movimentiste. La seconda frattura, quella orizzontale, è molto più marcata e trasversale. Nasce da lontano e va ancora più lontano. È l’imbarazzante divisione tra i territori produttivi e i territori assistiti, tra Nord e Sud. Più esplicitamente, dall’Emilia Romagna, dal Piemonte e dalla Lombardia parte la maggior parte dei soldi per finanziare le regioni del meridione, le quali finiscono per sprecare energie e risorse. Apparentemente sembra un tema di natura leghista, ma è nazionale. La rottura di questo equilibrio è tale per cui il nostro Paese si ritrova penalizzato economicamente. Una tassazione elevata e, soprattutto al Sud, un’ingente evasione fiscale sono tra le più dirette conseguenze di questo fenomeno. In questo quadro, Tremonti è quello che ha maggiormente agito. Con i decreti d’attuazione del federalismo, in prospettiva c’è la possibilità di riequilibrare il rapporto tra produttori e parassiti. I tagli del governo, però, devono essere qualitativi, devono strappare risorse dall’illecito e porle nel lecito. Ovviamente c’è da vincere la resistenza del Sud, dove c’è chi è contento di guadagnare senza lavorare o pagare le tasse. È un progetto che onestamente presenta parecchie difficoltà”.

FINI – “È al contempo un uomo libero ed un uomo imprigionato. È libero in quanto, dopo lo storico ‘che fai, mi cacci?’, si è affrancato dalla sudditanza nei confronti di Berlusconi. Per questo, qualcuno l’ha considerato arrogante e qualcun altro, invece, una carismatica personalità politica. Deve molto a Berlusconi, è vero, ma anche lo stesso Berlusconi deve molto a lui. E il consenso che suscita in tutta Italia non lo deve alla nomina né all’effetto mediatico del suo ruolo istituzionale, il quale non porta a sviluppare una particolare notorietà o popolarità. Ma è anche un uomo prigioniero di quello stesso federalismo prima appoggiato e poi parzialmente ritrattato. È il suo punto debole. Sin dall’inizio, il PdL aveva complessivamente investito nella rottura orizzontale e ora Fini, adottando una diversa posizione, si trova in imbarazzo. Casini e l’UdC, invece, sono stati più coerenti: hanno sempre votato contro”.

FUTURO SINDACO? – “La mia candidatura per Milano dipende dalle scelte di altri, da situazioni a me esterne. Ho ricevuto capziose proposte da esponenti locali del PD, i quali mi hanno invitato ad inaugurare una lista civica che potenzialmente poteva raggiungere il 10-15%. In realtà, serviva solo per portare al ballottaggio il vero candidato della sinistra. Io avrei dovuto fare il picconatore ed assecondare la loro linea politica. Al secondo turno non ci sarei mai arrivato. L’ipotesi centrista è invece più seria e più gestibile. C’è una candidatura ipotetica, è vero, però questo non basta. Prima di fare una scelta così dirompente, devo vedere come si evolve la situazione nazionale, in primis le mosse di Futuro e Libertà, e se vi saranno eventuali appoggi esterni. Poi deciderò con la mia coscienza”.

LETIZIA MORATTI – “Sta ora cercando di recuperare, con una intensa attività di comunicazione, parte del consenso che ha perduto durante il mandato. Il suo indice di popolarità si attestava infatti attorno al 30%. Adesso quindi, grazie ad un grande investimento mediatico, è risalita al 40%. Si fa finalmente vedere interessata alla quotidianità della città e ha abbandonato quell’immagine di statista che si era data sin da subito. Io mi pensavo come amministratore di condominio, lei evidentemente era di altro avviso. Nella sua visione, gli affari cittadini dovevano essere risolti dai collaboratori mentre lei era occupata a stringere mani a Capi di Stato. Ora, in vista delle elezioni, ha capito qual è il vero lavoro del sindaco e sta cercando di recuperare il tempo perduto. D’altro canto, se dalla sua lista dovesse uscire l’UdC, e se parte del PdL si riversasse in FLI, la sua componente personale potrebbe giocare un ruolo particolarmente importante nella competizione. A maggior ragione se si andasse al secondo turno quando, come storicamente dimostrato, il nostro elettorato tende ad assentarsi”.

LEGA NORD – “Per quanto riguarda le amministrative milanesi, se non ci sarà una rottura a livello nazionale, la Lega rimarrà coerentemente fedele al PdL. Dirà la sua sulla composizione della giunta e alla fine si accontenterà di un consistente numero di assessori. Se invece ci fosse una spaccatura, potrebbe fare una scelta autonoma presentando un suo candidato. Potrebbe essere Maroni o Castelli, sicuramente non Bossi per i ben noti motivi di salute. Per quanto mi riguarda, dopo aver risolto alcune storiche questioni, i miei rapporti con il Carroccio sono buoni. Sono sintonizzato con la linea federalista, così come con la necessità di essere presente sul territorio e raccogliere le sensibilità della periferia. Anche l’immigrazione islamica non può essere ignorata. A tal proposito, credo si debba essere meno politically correct e più vicini al cittadino”.

IMMIGRAZIONE – “I problemi dell’integrazione e dell’accoglienza del diverso vanno affrontati, ma contemporaneamente non devono essere ignorate le sensibilità popolari. Ci sono alcuni atteggiamenti così lontani dal nostro modo di vedere, dalla nostra identità e dai nostri valori, che non possono essere accettati. O loro diventano noi, o non si può chiedere a noi di diventare loro. È vero, la costruzione delle moschee e la libera pratica del proprio credo religioso sono diritti garantiti dalla nostra Costituzione, ma è altresì vero che, come mi hanno insegnato, bisogna distinguere il rigido principio dal duttile comportamento, invero adattare il principio alle circostanze. Concretamente, è difficile costruire ora a Milano un luogo di culto islamico alla luce di quanto accade ogni giorno intorno a noi, con le tensioni che vi sono e con lo scontro di civiltà in atto”.

MINORANZE SESSUALI – “Personalmente, quando ero sindaco di Milano, negai il patrocinio al Gay Pride perché ne riconoscevo la legittimità solo a manifestazioni in cui tutti ci riconosciamo, dove vi sono messaggi e valori a cui tutta la comunità deve tendere. L’omosessualità non rientra in questi casi, non c’è un contenuto valoriale di fondo né si tratta di una pratica di tutti. Certo, non è un fenomeno che va negato o represso, ma nemmeno deve pretendere di essere avvalorato istituzionalmente. Si fa molta propaganda per qualcosa che deve essere pienamente accettata e tollerata, ma che non deve essere equiparato alla famiglia. Non dico questo perché sono omofobico, ma perché, come ci insegna la storia dell’uomo ed è scritto nella Costituzione, la famiglia tradizionale è la cellula principale della società ed in quanto tale va valorizzata. È il progetto di eternità della specie, è la procreazione e il matrimonio. Libertà omosessuale? Va bene. Ma le tradizionali tutele riconosciute alla famiglia non possono essere estese ad altre forme di unione”.

Ultimo aggiornamento Martedì 16 Novembre 2010 01:08

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