
Alla vigilia del debutto a Milano, al Teatro Nuovo, con il suo spettacolo Rock The Ballet, abbiamo incontrato Rasta Thomas, danzatore, coreografo e direttore artistico della compagnia statunitense Bad Boys Of Dance.
Rasta, è la tua prima volta in Italia.
Si, sono molto emozionato e non vedo l’ora di andare in scena domani. L’Italia è famosa per il suo entusiasmo, la sua passionalità, il calore della gente… Sono curioso di vedere come reagirà il pubblico. Sono certo che sarà l’inizio di una grande storia d’amore fra me e l’Italia. Mia moglie, poi, è di origini italiane! Dopo Milano toccheremo altre città, tra cui Torino, Bologna e Roma, prima di volare in Germania, Finlandia e Spagna.
Hai lavorato in alcune fra le più importanti compagnie di danza al mondo: American Ballet Theatre, Joffrey Ballet, Complexions, solo per citarne alcune. Però, ad un certo punto, hai sentito l’esigenza di “metterti in proprio”.
Sì, esatto. Sono stato fortunato a danzare tanto ed in compagnie di quel calibro; ho avuto ottimi ruoli. Ma da sempre chi mi ha ispirato è Nijinkskij, il primo forse a ribellarsi ai canoni del tempo per fare di testa sua: coreografie come Il Pomeriggio di Un Fauno sono state sconvolgenti per l’epoca! Ha cambiato tutto senza preoccuparsi delle conseguenze. Ad un certo punto sono arrivato ad un bivio: o continuare sulla strada del balletto classico, o cambiare completamente aria. Siamo nel 2010: ognuno è uomo d’affari di se stesso. Se avessi continuato a danzare sotto altri, non avrei fatto altro che la copia della copia della copia; quanti hanno interpretato finora Basilio, Albrecht o Siegfried? Avrei finito per fare e rifare per tutta la vita gli stessi passi inventati secoli fa, insegnati da persone che a loro volta hanno imparato il ruolo da altri che l’anno imparato da altri ancora, ma che non sono mai il coreografo, perché, appunto, sono passati secoli dalla creazione dei classici. Inoltre, il pubblico del balletto è per la maggior parte anziano, impostato, poco caloroso, come se anziché a teatro, si andasse a visitare un museo. Insomma, una noia! Volevo vedere i giovani in sala, presi dallo spettacolo, conquistati ogni volta con qualcosa di nuovo. Volevo qualcosa di diverso. Da qui nasce, insieme a mia moglie, Adrienne Canterna, l’idea di creare una compagnia diversa da quelle a cui siamo abituati: ed ecco la nostra compagnia tutta al maschile, che abbiamo chiamato Bad Boys Of Dance: sette danzatori perché, quando siamo partiti, avevo posto in casa solo per sette! Ora siamo circa sedici, per dare la possibilità di cambio di cast, e Adrienne è l’unica donna della compagnia, oltre ad esserne la coreografa.
In Rock The Ballet la musica è quella dei nostri giorni, di artisti pop di fama internazionale come U2, Lenny Kravitz, Coldplay, Prince, Michael Jackson.
E’ vero, e anche qui torno al discorso della novità e del coinvolgimento. Conosciamo fin troppo bene Beethoven, Mozart, Bach… Tantissimi coreografi li hanno utilizzati per la danza. Io volevo qualcosa di diverso anche a livello musicale. Scelgo sempre musiche note, familiari, orecchiabili e che siano conosciute in tutto il mondo perché è giusto che ovunque andiamo il lavoro possa essere sempre capito.
Rock The Ballet in tre parole.
Divertimento, energia, entusiasmo! Non è danza classica pura tradizionale, ma nemmeno quella danza contemporanea strana ed ermetica che solo il coreografo capisce cos’abbia voluto dire. Non voglio che il pubblico esca dicendo “Non ho capito nulla”. Voglio creare qualcosa di semplice e di impatto, che conquisti, diverta e dia carica. Se non faccio così, muoio! Il pubblico vuole sorridere, divertirsi… In fondo, il vero direttore artistico è proprio il pubblico, che alla fine decide l’esito di uno spettacolo e giudica! E più si va avanti, più è difficile fare cose innovative, perché ogni giorno ci sono nuove scoperte e nuove idee!
Cosa ci dici a livello coreografico?
E’ il primo spettacolo dei Bad Boys. Coreograficamente, c’è di tutto: danza classica, jazz, hip-hop… E’ una fusione di molti stili, con parti allegre ed altre tristi, dove tutto, dalla musica alla coreografia, rispecchia lo stato d’animo di quella parte in quel momento: o allegra, o triste, appunto. Certo, la danza classica è la base, ma siamo andati molto oltre; l’uso delle punte, poi, è subordinato al tipo di palco che troviamo: si usano, ma se il palco non lo permette, le evitiamo.
Da danzatore a direttore artistico: una bella differenza in termini di impegno e di gestione del gruppo.
Certamente. L’idea, come ho detto, è nata con mia moglie, io faccio il direttore semplicemente perché non abbiamo trovato nessun altro in grado di farlo!

Come hai scelto i tuoi danzatori?
Sono tutti insegnanti, alcuni vengono da Broadway, altri sono stati visti a concorsi; ma anche grazie alla tecnologia: ho visto loro filmati su Internet, o su
Facebook: mi sono piaciuti e li ho contattati per lavorare con me. Sono tutti statunitensi, tranne due canadesi. Lavoriamo nel Maryland, presso la scuola di danza di una mia amica.
I tuoi prossimi progetti?
Sto elaborando uno spettacolo al 99% di tip tap. Ci sono ottimi tappers in compagnia.. Mentre Rock The Ballet è un’antologia, il prossimo lavoro vorrei fosse una storia… Meglio, una fiaba! Forse sono influenzato dalla mia bambina…
Come trovi il tempo di pensare ad un nuovo spettacolo?
E’ vero, il tempo è sempre poco, anche perché la tournée di Rock The Ballet prevede date fino al 2012. Ma personalmente non danzo sempre: lo show funziona anche senza di me, ed è giusto così! I ragazzi sono in gamba e il livello è lo stesso. Oltretutto, se non ci si alterna, si rischia davvero di diventare schiavi del lavoro!
Photos: Luigi Tesan
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