La psicologia secondo Assunto Quadrio Aristarchi

Lunedì 27 Settembre 2010 22:40 Giulia Amarisse, Davide Borsani Interviews - Interviste
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In una conversazione con Fusi Orari, il professor Assunto Quadrio Aristarchi, ordinario di Psicologia Sociale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e di Psicologia Giuridica e della Mediazione Familiare all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, riflette sull’impatto della psicologia sulla società odierna. Tra l’esperienza dell’uomo e le valutazioni del professionista, parla un decano della disciplina con un occhio all’attualità e uno al futuro.

Come si è avvicinato alla psicologia?

 

Ho frequentato il liceo classico Parini a Milano e il mio professore di filosofia è stato Cesare Musatti, esponente di grande rilievo della psicoanalisi italiana. Sempre al liceo, ho avuto come professore di scienze uno psicologo, il professor don Giorgio Zunini, che è stato il primo successore di Padre Gemelli all’Università Cattolica. Dopo il liceo mi sono iscritto a medicina, mi sono laureato e ho intrapreso la carriera medica come medico condotto. Poi ho incontrato padre Gemelli, personaggio risoluto e anticonformista, che non tollererebbe oggi la diffusa retorica della frustrazione: egli mi ha persuaso ad iniziare la carriera accademica. Ho fatto quindi ricerche di psicologia dello sviluppo, poi di psicologia sociale. Ora insegno psicologia giuridica, disciplina che trova applicazione nella realizzazione di perizie legali. E’ un mestiere estremamente interessante perché in tribunale si affrontano casi anticipatori di ciò che potrà succedere in modo massiccio nella società: ad esempio, gli aspetti conflittuali della nuova identità femminile, il mobbing e le istanze delle coppie omosessuali in termini di matrimonio e adozione. Si tratta di un ottimo osservatorio sociale.

Sulla base della sua esperienza, ci racconta qualche aneddoto curioso?

Be’, ad esempio c’è stato un periodo in cui una donna mi chiamava più di sette volte al giorno per raccontarmi i suoi problemi ordinari: bisogna sopportare. Molta gente si sente perseguitata, costruisce castelli in aria, si vittimizza. Molto più raro è trovare i casi classici della psichiatria, ad esempio gli schizofrenici. Più frequenti sono i casi borderline, i mezzi pazzi, i disturbi di personalità: cose che ai miei tempi non erano riconosciute. O eri matto o no. Piuttosto, vedo molta gente che ha il desiderio di litigare, per poi trovare qualcuno che le dia ragione. Da menzionare sono soprattutto molti casi di separazione coniugale. La separazione coniugale è un problema sociale: il caso tipico è quello di una giovane coppia del Sud che si trasferisce a Milano, dove la diversa mentalità sociale più aperta induce la moglie a sentirsi vittima di una cultura maschilista e a chiedere la separazione.

È mai diventato amico di un paziente?

È difficile, perché il paziente spesso recita il copione di una normalità che non gli appartiene. C’è in loro una sorta di sovrastruttura che rende la persona meno autentica, inducendola a raccontare cose che non corrispondono alla realtà. Sono persone che ti coinvolgono affettivamente solo perché ti fanno pena.

Nei media si fa un gran parlare di pensiero junghiano e freudiano. Ma qual è la differenza?

Jung dà più importanza agli aspetti di carattere fantastico e culturale: parla di inconscio collettivo, sostenendo che in ciascuno di noi è depositata la cultura del nostro popolo sotto forma di simboli arcaici, che egli chiama archetipi. Freud è più centrato sull’individuo, Jung sulla tradizione e sulla collettività.

Cosa pensa della società in cui stiamo vivendo?

Sono anziano, ho ottanta anni e sono complessivamente contento di essere vissuto in questo tempo di cambiamenti; in effetti, è cambiando che si rende la società più stimolante e meno noiosa. Un grande mutamento all’ordine del giorno, ad esempio, riguarda il problema dell’immigrazione con i suoi paradossi: per dirne uno, molti immigrati sono preoccupati perché i loro figli mangiano nelle mense scolastiche con bambini italiani che non hanno rispetto per il cibo, mentre poi parli con un adolescente figlio di immigrati e ti dice che da grande vuole fare l’ufficiale dell’aviazione italiana. E nella realtà, gli immigrati praticano mestieri tecnici che i giovani italiani non hanno più voglia di imparare. Le dirò che, secondo me, un’integrazione di fatto già c’è. Non riusciamo però a liberarci dei pregiudizi, della paura, come fossero ingredienti necessari del cambiamento. Machiavelli, nei “Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio”, sostenne che aver paura dei mutamenti è indice di debolezza: la vera forza consisterebbe invece nell’accettare sia il cambiamento sia la diversità. Scritto cinquecento anni fa, ciò è tuttora valido. La stessa psicologia afferma che uno dei criteri di normalità consiste nell’accettazione dell’incertezza, caratteristica distintiva della persona adulta e matura. La violenza è una reazione alla paura dell’incertezza: lo si può vedere in tutto. Io lavoro come perito delle cause in tribunale e osservo come sia diffusa la tendenza a non accettare i propri limiti e le proprie colpe, a livello sia individuale che di gruppo: si tende sempre a scaricare la colpa su qualcun altro. Abbiamo sempre una paura di fondo, e basta poco per scatenare l’aggressività.

L’incertezza è all’ordine del giorno, soprattutto nel mondo del lavoro, dove la flessibilità spesso si traduce in precarietà. La violenza cresce intorno al discorrere di questa incertezza, come una molla…

C’è un po’ la retorica del malcontento: ci si sente troppo spesso defraudati e ciò istiga violenza, e la competizione e il consumismo contribuiscono ad alimentarla. Rimango sconcertato per come in televisione, ad esempio, vengano trasmessi cartoni animati in cui la violenza è addirittura celebrata. Sembra che sia sempre necessario difendersi da qualcuno che ti minaccia: è l’idea radicata del nemico potenziale, inculcata pure ai bambini. Qualche volta anche la semplice pubblicità prospetta e convalida questo concetto.

Laddove si crea il nemico potenziale, ci si mette in guardia…

Fino a poco tempo fa la società era poco incline ad accettare il rischio. Ora le cose sono cambiate: si è diffusa una propensione al fai-da-te che include il gusto del pericolo. E parallelamente la gente tende a non fidarsi degli esperti. D’altra parte, però, non si può neanche pensare di esaltare troppo il nuovo individualismo: tutti comincerebbero a sentirsi dei superuomini. Per non parlare del fatto che, in un contesto scolastico o accademico, questo azzardo potrebbe tradursi nel rinunciare al gusto della lettura e all’approfondimento critico, ai quali verrebbe preferita la mera sintesi schematica. Ne conseguirebbe un istupidimento che la stessa televisione contribuirebbe a incrementare.

La psicologia esercita sia diffidenza sia grande fascino nella gente comune. Perché?

Io ho lavorato in diversi ambienti e posso affermare che per lo più i capi d’azienda assumono lo psicologo come una sorta di ciliegina sulla torta, sulla base del pregiudizio per cui basta essere intelligenti e potenti per avere come scienza infusa la psicologia. In realtà la psicologia non è un ricettario di soluzioni, ma qualcosa che costringe ad affrontare e riaprire il problema. È anche vero, però, che oggi gli psicologi tendono ad essere molto numerosi. Quindi alcuni, per affrontare la competizione, si vendono sottocosto, fanno cose strane e non contribuiscono al buon nome della categoria. Capisco dunque la diffidenza della gente comune. Comunque, dobbiamo ricordarci che lo psicologo è un uomo: quando gli si parla di problemi interiori, può scattare un’ambivalenza che lo fa riconoscere nel paziente e lo porta a sbagliare pensando come lui. A me è capitato, soprattutto perché ritengo che nella mia professione bisogna non solo ‘saper fare’, ma anche ‘saper essere’. E se non si è corazzati, quando ci si sente coinvolti è dura non entrare in crisi.

Pur essendo l’economia una scienza sociale e fallibile, sembra quasi riuscita ad essersi affermata come naturale. Alla psicologia non è riuscito questo salto percettivo. Ma per avere successo in economia, bisogna avere un corretto approccio psicologico alle situazioni. Si mescolano le due cose. Come lo spiega?

È un bel problema. L’economia si giova della rilevazione del comportamento collettivo, ma, essendo basata sui numeri, si fonda sulla statistica e appare come una disciplina più credibile della psicologia. In realtà tutte le aziende oggi hanno bisogno di qualcuno che dia loro delle idee, che indichi soluzioni per incontrare e soddisfare esigenze sociali: senza creatività e innovazione, con la concorrenza non si tira avanti. Per questo le aziende ricorrono a ricerche motivazionali di carattere psicologico.

Ci dia tre definizioni flash: la normalità.

Consiste nell’accettare le regole sociali, senza farne una fortezza difensiva ma accettando la diversità. Il mondo si basa sul cambiamento e accettare la diversità significa accettare il cambiamento.

L’intelligenza.

Difficile da definire. È la capacità di capire. Ho diffidenza verso l’intelligenza basata solo sulla competenza tecnica: il vero intelligente non deve esaurirsi nelle pratiche di routine. L’esperienza è importante, ma la conoscenza lo è di più.

La sconfitta.

Uno può essere sconfitto perché si sente escluso o perché viene respinto. È l’idea dell’ostacolo insuperabile, che comporta discesa o stallo.

Perché l’anno scorso mediaticamente il caso Marrazzo ha fatto più scalpore di quello di Berlusconi con le giovani escort?

Forse perché la sinistra è sempre stata vista come moralista, ma probabilmente anche la propaganda delle tv Mediaset ha inciso. Ma chi si scandalizza più in realtà?

Infine uno sguardo al futuro. Quali nuove tendenze sociali si prospettano dall’osservatorio giuridico?

Ci aspetta un’evoluzione nel rapporto uomo-donna, che va adeguatamente ricostruito a partire da un ridimensionamento dei due ruoli. C’è poi da risolvere la solita questione della multiculturalità: il confronto culturale ci deve abituare ad accettare la differenza. Uno dei problemi è che la morale pubblica e privata da noi sono divise, mentre ad esempio per i musulmani non c’è la stessa distinzione, che orgogliosamente noi chiamiamo libertà. Certo, è faticoso adattarsi a un contesto sociale e culturale quando si proviene da un altro, diverso.

Ultimo aggiornamento Martedì 28 Settembre 2010 11:26

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