Miceli: "Il ruolo dei fondi sovrani nell'economia globalizzata"

Mercoledì 08 Settembre 2010 23:00 Davide Borsani, Pietro Cuomo Interviews - Interviste
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In una conversazione con Fusi Orari, la dott.ssa Valeria Miceli, ricercatrice nella Facoltà di Scienze Politiche dell'Università Cattolica di Milano, descrive il fenomeno dei fondi sovrani nel mercato finanziario mondiale. Affermatisi progressivamente nel corso degli ultimi cinque anni, la crisi del 2008 li ha resi attori centrali. E le polemiche non mancano.

Laurea in Economia alla Bocconi, master in "Economics and International Relations" presso l’ASERI, Dottorato in Economia in Università Cattolica. Dal 1998 al 2005 l’esperienza presso importanti società di consulenza come Ernst & Young e Capgemini; infine il ritorno in università come dottoranda prima e ricercatrice dopo: da dove nasce la scelta della carriera accademica?

In realtà, sin da quando iniziai il master all’ASERI nel 2003, il mio desiderio era di intraprendere la carriera accademica; nonostante apprezzassi il lavoro presso le società di consulenza, preferivo occuparmi di temi meno aziendalistici. Nel frattempo mi era nata nuovamente la passione per l’economia politica, e così, subito dopo il master, iniziai il dottorato. Ritengo che la ricerca sia il lavoro più stimolante e gratificante dal punto di vista intellettuale. Sono molto soddisfatta della mia occupazione attuale.

Una carriera che trova uno dei suoi capisaldi attorno al tema dei fondi sovrani. Cominciamo dall’inizio: che cos’è un “fondo sovrano”?

I fondi sovrani sono dei fondi di investimento e, pur appartenendo ad un universo variegato, presentano alcune caratteristiche comuni: sono di proprietà di uno Stato sovrano e gestiti dai governi secondo criteri diversi rispetto a quelli delle banche centrali; vi è una parte consistente delle loro attività che è denominata in valuta estera; non sono soggetti alla mancanza di liquidità, potendosi permettere così di adottare una visione di più lungo periodo; le loro strategie - potenzialmente rischiose - sono contraddistinte dalla possibilità di investire sia in titoli di Stato, sia in quote azionarie private che in altre tipologie di investimenti alternativi; la liquidità proviene dai surplus fiscali e dal surplus della bilancia dei pagamenti. Sul tema dei fondi sovrani, ho scritto due libri col prof. Alberto Quadrio Curzio: il più recente è intitolato Sovereign Wealth Funds. A complete guide to State-owned investment funds (edito da Harriman House) ed è la versione più approfondita e tradotta in inglese del suo predecessore I fondi sovrani (pubblicato a suo tempo da Il Mulino). In entrambi i lavori, l’obiettivo che ci poniamo è descrivere il ruolo di questi fondi all’interno del mercato finanziario mondiale, valutandone il peso e le strategie e prevedendone gli sviluppi.

Dato che si tratta di Stati, come la Cina o i Paesi arabi, non caratterizzati da un diffuso benessere, perché investire all’estero tale gigantesca liquidità e non impiegarla per lo sviluppo interno?

Qui entra in gioco il discorso dell’universo variegato: a seconda della provenienza della liquidità dei fondi, possono mutare gli obiettivi. Il caso più evidente è quello dei fondi sovrani dei Paesi del Medio Oriente, i cosiddetti “fondi commodities” basati sulla liquidità ottenuta grazie alle risorse energetiche.  Qui l’obiettivo è trasformare la ricchezza del sottosuolo in una ricchezza finanziaria di lungo periodo, ridistribuendo il benessere tra le generazioni in modo tale che i proventi di oggi si riflettano anche sul domani; si tratta, quindi, di fondi di risparmio o di accumulo. Non si investe nello sviluppo interno semplicemente perché il Paese spesso non ha la profondità economica per garantire investimenti redditizi; invece, i mercati finanziari mondiali e occidentali garantivano sino a poco tempo fa una serie di alternative precluse ai Paesi emergenti. In ogni caso, sebbene tale scenario attualmente stia cambiando, rimane un problema basilare: la liquidità a disposizione dei Paesi del Medio Oriente è troppa per trovare altrettanti sbocchi interni. E non dobbiamo dimenticare che questi soldi sono già in valuta estera: trasformarli in valuta locale genererebbe una pressione inflattiva sgradita agli stessi Paesi; di conseguenza l’unica soluzione è continuare ad investire all’estero. Vedremo se tale tendenza sarà invertita in seguito alla crisi mondiale.

Qual è la logica che accompagna l’investimento di un fondo sovrano?

Molti temono che dietro questi investimenti ci siano motivazioni più geostrategiche che finanziarie: il caso della Dubai Ports World, che nel 2006 acquisì infrastrutture critiche negli USA scatenando una serie di polemiche, dimostra che la paura c’è ed è forte. A mio avviso, i timori possono essere in parte fondati, ma è necessario fare una distinzione: il fondo della Cina ha senz’altro finalità più strategiche rispetto a quelli dei Paesi arabi, interessati piuttosto ad acquisire quote di minoranza e ad ottenere un elevato rendimento finanziario che a partecipare in modo attivo alla gestione della società in cui investono. Comunque, la situazione è in divenire e sembra che qualcosa in queste dinamiche stia cambiando.

Uno dei maggiori interrogativi legati ai fondi sovrani riguarda quindi la trasparenza dei Paesi di origine e le sue implicazioni politiche. Lei ritiene che i Paesi destinatari degli investimenti siano dotati di norme per una sufficiente autotutela?

Dipende dal Paese: gli USA, la Germania e la Francia si sono dotati di efficaci strumenti per salvaguardare gli interessi di sicurezza nazionale; i francesi, ad esempio, si sono muniti di una legislazione protettiva e di un fondo sovrano interno volto a difendere le aziende transalpine in crisi. La Gran Bretagna e l’Italia rimangono abbastanza aperte. Non è chiaro, però, se ci sia un reale motivo per difendersi: durante la recente crisi finanziaria, gli stessi Paesi colpiti chiedevano l’intervento dei fondi, e questi sono intervenuti fornendo liquidità preziosissima alle banche occidentali in difficoltà e tamponando in parte la situazione. In ogni caso, la trasparenza resta un problema reale: a parte il fondo norvegese, pochi altri forniscono informazioni sufficienti e dichiarano esplicitamente la propria strategia di investimento. In queste condizioni è difficile capire se gli obiettivi dichiarati corrispondano a quelli effettivi.

Come si può ovviare a questa situazione?

Il FMI ha cercato di porvi rimedio creando un gruppo di lavoro internazionale, il quale ha poi emanato, nel 2008, i Principi di Santiago che riguardano proprio la trasparenza delle attività finanziarie e la buona governance dei fondi sovrani. Il problema, però, è che ai fondi viene richiesta un’adesione su base volontaria a questi Principi. Senza una regolamentazione cogente è difficile credere che i tutti i fondi si adegueranno.

È possibile pensare ad una regolamentazione generale dei fondi sovrani?

Credo che, stando così le cose, difficilmente si potrà andare oltre ciò che si è riuscito a fare sinora; solo col tempo si potrà assistere ad una responsabilizzazione comune. Ciononostante, i Principi di Santiago hanno avuto recentemente uno sviluppo: è stato creato un forum internazionale, il cui obiettivo è seguire sia l’implementazione dei principi che l’evoluzione dei fondi. Le iniziative della comunità economica globale sembrano volte a persuadere gli Stati proprietari dei fondi sovrani a contribuire responsabilmente all’evoluzione stabile dei mercati finanziari mondiali. Ciò, tra l’altro, aiuterebbe anche gli stessi Paesi proprietari dei fondi a guadagnarsi il rispetto e la fiducia della comunità finanziaria internazionale e ad assumere così anche un ruolo più centrale in seno al FMI.

Oggi qual è il peso dei fondi sovrani sull’economia mondiale?

Tra il 2007 e il 2008, complici l’aumento del prezzo del petrolio e l’incremento del surplus della bilancia commerciale cinese, le disponibilità dei fondi sovrani sono cresciute esponenzialmente: i fondi dei Paesi del Medio Oriente e della Cina hanno aumentato la loro liquidità, mentre molti altri Stati se ne sono dotati. Accresciuti, quindi, sia in numero sia in termini di disponibilità finanziaria, hanno iniziato una serie di acquisizioni eclatanti a livello internazionale; durante la crisi del 2008 sono andati in aiuto di importanti banche anglosassoni, creando un certo scalpore. In questi due anni la loro influenza a livello internazionale è stata molto alta, tanto da trovarli sempre in primo piano sulle principali riviste economiche. Tra la fine del 2008 e il 2009 hanno invece avuto un calo nelle transazioni finanziare, soprattutto a causa del generalizzato ripiego degli operatori occidentali, occupati a contare le perdite, a cambiare i propri assetti e a modificare le strategie; anche in termini di copertura mediatica il loro ruolo è stato in parte ridimensionato. Tuttavia, rimangono attori internazionali ricchissimi, dotati di enormi liquidità e molto importanti all’interno del sistema finanziario mondiale. Nelle scorse settimane la stessa British Petroleum sembra che si sia rivolta ai fondi sovrani di Abu Dhabi per ottenere liquidità.

L’Italia è un Paese attraente per i fondi sovrani?

Certamente anche se non tra i primi posti nella capacità di attrarre investimenti esteri.  L’interesse è dimostrato dal fatto che i Paesi arabi abbiano già investito in Italia in passato; il fondo libico, oltre ad aver acquistato quote di varie aziende come Juventus, Olcese e Unicredit, ha mostrato interesse anche per ENI e Telecom; i fondi di Abu Dhabi hanno investito in Piaggio Aero Industries, Mediaset, Bulgari e da poco in UniCredit. È, però, l’atteggiamento dell’Italia stessa che risulta ambiguo; se è vero che il nostro Paese non è contrario in termini assoluti ad accogliere la liquidità dei fondi sovrani, è vero anche che preferisce ricevere investimenti da Paesi amici. Recentemente il Ministero dell’Economia e il Ministero degli Affari Esteri hanno istituito un comitato per favorire i rapporti tra fondi sovrani investitori e aziende italiane. Finora non sono stati rilevati problemi di alcun tipo.

Il dibattito italiano sui fondi sovrani si è riacceso dopo che AABAR (un fondo di investimento di Abu Dhabi) ha acquisito il 4,99% di UniCredit, causando le reazioni della Lega Nord e dei soci italiani. È possibile difendere l’italianità delle aziende?

In Italia non ci sono significativi strumenti legislativi a difesa degli interessi nazionali; da questo punto di vista siamo scoperti. L’unica efficace opposizione che potrebbe innalzarsi di fronte ad investimenti strategici esteri è rappresentata dal governo: molte aziende strategiche italiane vedono la compartecipazione del governo e ciò potrebbe essere sufficiente. Non credo si ponga un problema di italianità rispetto ad investimenti percentualmente minoritari, poiché questi in genere si limitano a garantire dei semplici posti nel Consiglio di Amministrazione. E in tutta verità non so bene cosa significhi ”italianità di una azienda”: è difficile ragionare in quest’ottica in un mondo globalizzato. Però, il caso di AABAR è, in effetti, una novità: con l’acquisizione del 4,99% di Unicredit, è diventato il primo investitore; dobbiamo comunque considerare che la stessa Unicredit era già abituata a relazionarsi con i fondi sovrani, in primo luogo con quello della Libia. Se hanno accettato quest’importante ingresso, lo avranno fatto con cognizione di causa: suppongo sia un investimento abbastanza passivo, portatore di capitali e di liquidità che condurrà ad un gioco a somma maggiore di zero in cui tutti guadagnano e, speriamo, nessuno perda.

Ritiene che in futuro il ruolo dei fondi sovrani si farà ancora più importante?

Senz’altro resteranno attori centrali. La loro disponibilità finanziaria è ora pari a 3,5 trilioni di dollari: questo significa che la loro capacità di influenzare in modo sostanziale i mercati finanziari mondiali è, e sarà, molto alta. E dobbiamo considerare che, nel complesso, l’85% di questa ricchezza è detenuta da soli dieci fondi sovrani; questa concentrazione finanziaria continuerà ad essere importante per i mercati. A livello mediatico potranno essere protagonisti o comparse a seconda delle strategie che decideranno di attuare: se ridurranno il numero di investimenti rischiosi, aumentandone la sicurezza non credo saranno al centro dell’attenzione; al contrario, se proseguissero nell’acquisizione di quote aziendali si scriverà e si parlerà ancora molto di loro.

Ultimo aggiornamento Domenica 12 Settembre 2010 21:12

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