Berlusconi: più attaccanti nel Milan, ma no agli acquisti folli. Galliani si trapianterà i capelli, sperando nelle doppie punte.
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| Moda (ed economia) secondo Gianluca Saitto |
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 Intervista al giovane stilista, che ci ha aperto le porte del suo atelier milanese per parlare di glamour e di miti, ma anche di etica e della crisi economica. E che ci svela: «Il rinnovo costante delle collezioni riduce la moda a una questione di vendite. Io seguo il mio gusto e creo solo ciò che mi piace» Alessandro Bizzotto
MILANO - «Un paio di jeans e una giacca scura sono look ideale per portare uno di questi». Gianluca Saitto estrae dagli armadi alcuni dei suoi gilet da uomo. Colori che vanno dall’ocra al carta da zucchero fino a luminosi bianchi avorio. E, soprattutto, ore di lavoro sotto forma di elaborati ricami in paillettes o pietre. Siamo nel suo atelier, al 22 di via Ponte Vetero. A due passi dall’Accademia di Brera, uno studio in cui i dettagli rococò sfumano fra le forme essenziali del décor. Intorno, le linee morbide degli abiti, i tessuti leggeri o elaborati, le applicazioni ricamate divenute uno dei segni distintivi dello stilista. Le figure senza tempo degli abiti da donna, tubini, top a balze, ruches d’organza. E per l’uomo giacche monobottone, gilet in seta, motivi floreali, riflessi viola, champagne, antracite. «Rigorosamente made in Italy» mi spiega Gianluca, stilista che ha fatto della cura per il dettaglio sartoriale un marchio di fabbrica. È lui, svela dopo avermi mostrato con orgoglio l’atelier, a disegnare personalmente ogni particolare.
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| Paul Knobloch: «Iniziai con il jazz guardando Baryshnikov» |
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 I primi anni in Europa. Il successo all’Australian Ballet. E ora il Béjart Ballet Lausanne. Fusi orari ha incontrato Paul Knobloch, una delle star recentemente acquisite dalla compagnia di danza fondata da Maurice Béjart Alessandro Bizzotto
MILANO – Fa tanto pilates e mangia salutista. Racconta dei palcoscenici internazionali più famosi, ma ha nostalgia delle ricette di sua madre, in Australia. Dietro il sorriso enigmatico che tanto piace alla stampa australiana (fino a due anni fa ballava “in casa”, con il famosissimo Australian Ballet) e alle ragazzine che fuori dal teatro sono a caccia di autografi, Paul Knobloch nasconde la disciplina ferrea della passione per il suo lavoro e l’amore per la sua Terra Australis, che ha lasciato due anni fa trasferendosi a Losanna ed entrando a far parte del Béjart Ballet Lausanne, la compagnia del coreografo Maurice Béjart. Ci incontriamo in occasione della prima di Le Concours, in balletto giallo di Béjart (in scena, l’omicidio di una ballerina, un investigatore e sei sospettati) portato in tournée a Milano.
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| Parla de Leonardis: Le mie relazioni internazionali dalla Guerra Fredda a Obama |
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 Professore di Storia delle Relazioni e delle Istituzioni Internazionali , nonché Direttore del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Cattolica di Milano, Massimo de Leonardis racconta a Fusi Orari le principali questioni al centro della sua disciplina: la situazione politica internazionale, l’impossibilità di cancellare la guerra dagli strumenti di relazione tra Stati, la parabola dell’Occidente. ”Siamo di fronte – dice – al cosiddetto “rise of the Rest”, l’ascesa, cioè, di ciò che Occidente non è: mi riferisco soprattutto alla Cina e all’India; qualcuno parla anche del Brasile. In tale contesto, l’Europa vegeta”. De Leonardis ricostruisce anche il suo percorso formativo e umano attraverso gli anni universitari milanesi, e sottolinea lo stile che – a partire dal suo maestro Ottavio Bariè – segna oggi il rapporto con i suoi collaboratori: “non gradisco allievi-portaborse ma prediligo, al contrario, un rapporto signorile”. Davide Borsani
I primi venticinque anni della Guerra Fredda furono anni complicati per le giovani generazioni italiane che nel loro piccolo assistevano appassionatamente all'antagonismo tra Stati Uniti e Unione Sovietica, tra democrazia occidentale e comunismo. In che modo tale contesto ha influito su di lei? Sulla base delle mie convinzioni politiche e ideali, mi sono sempre sentito solidale con la causa dell’Occidente. E da questo punto di vista, il Sessantotto fu senz’altro decisivo: dopo che ebbi sostenuto la maturità proprio in quell’anno, il clima che si creò mi spinse a impegnarmi per breve tempo in politica a fianco dei gruppi antisessantottini liberal-conservatori. Nello stesso periodo, inoltre, mi iscrissi all’Università Statale ma per tutelare la mia incolumità fisica, dopo un solo anno di corso, dovetti abbandonarla e optare per l’Università Cattolica e la sua facoltà di Scienze Politiche, in quegli anni una delle migliori in Italia. In realtà avevo già pensato a questo trasferimento e la situazione delicata lo facilitò.
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| Immigrazione, parla Adel Jabbar: ''Ecco chi sono le seconde generazioni'' |
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 Al Meeting Anti-Razzista di Cecina si discute dei figli degli immigrati che vivono nel nostro Paese, della loro integrazione e del loro confronto conflittuale con i genitori che hanno valori culturali diversi da quelli italiani. Raffaella Ruffo Dal 10 al 17 luglio, a Cecina (Livorno), avrà luogo il Meeting Anti-Razzista che prevede workshops, spettacoli teatrali, concerti, incontri letterari, aperitivi e dibattiti per mettere a confronto le esperienze dei migranti che vivono in Italia e ribadire la loro importanza per la nostra società. In quest’occasione, si svolgerà UNIDEA, un ciclo di conferenze su razzismo, sessismo e discriminazione degli immigrati. Questa “università estiva”, progettata dall’antropologa Annamaria Rivera, è ormai alla sua terza edizione. Fusi Orari ha intervistato il sociologo Adel Jabbar che mercoledì 14 luglio interverrà a UNIDEA con un contributo sulle "seconde generazioni", i figli degli stranieri che vivono nel nostro Paese.
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| Enrica Neri, storia e geografia per una società moderna |
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 Storica di formazione, Enrica Patrizia Neri insegna Storia Contemporanea: Geografia e Società e da alcuni anni si occupa di cooperazione internazionale. A Fusi Orari racconta il suo amore per le storie e gli ambiti delle sue attuali ricerche. Poi riflette: “I professori universitari non vivono in un mondo separato: risentono al pari di tutti gli altri cittadini delle condizioni generali della società. In un Paese dove l’impegno politico individuale è davvero scarso, dove la partecipazione all’interesse pubblico è minimo e dove la nozione stessa di “bene comune” è quasi ignorata, non si vede perché la categoria dei docenti universitari dovrebbe fare eccezione” Tiziana Cappellini Chi è Enrica Patrizia Neri, cosa insegna e quali sono le issues attorno alle quali conduce le sue ricerche? Il piacere della storia intesa come racconto e come spiegazione del passato. Una passione disordinata e onnivora che mi accompagna da sempre per le storie raccontate in tutti i modi possibili: fiabe, miti, letteratura, cinema. La decisione di iscrivermi alla facoltà di Scienze Politiche all’Università Cattolica mi è servita a dare un ordine a questa passione e a incanalarla verso gli studi di Storia delle Istituzioni Politiche. Ho scelto l’indirizzo storico-politico (che costituiva uno dei bienni di specializzazione della Facoltà prima che la riforma istituisse le lauree triennali) e nel frattempo ho anche fatto un’esperienza di studi all’estero.
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| Mattioli: a Milano servono comunità, ordine e qualità |
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 Fusi Orari incontra Alberto Mattioli, ex Vice Presidente della Provincia di Milano. Cresciuto nell’Azione Cattolica, viene eletto in Consiglio Comunale a Milano nel 1993 con la Democrazia Cristiana; prosegue l’attività politica nel Partito Popolare con cui viene rieletto in Consiglio Comunale nel 1997. Nel 2001 torna nell’Aula Consiliare con la Margherita. Oltre all’incarico di Vice Presidente della Provincia nella giunta Penati (2004-2009), Mattioli è stato anche Assessore al Bilancio. In vista delle prossime elezioni amministrative di Milano del 2011, Alberto Mattioli si racconta a Fusi Orari . Antonio Alizzi e Matteo Mezzalira Alberto Mattioli, parliamo di Milano innanzitutto, una città che si appresta ad ospitare l’Expo, ma che, prima ancora, si prepara al rinnovo dei suoi organi amministrativi: il Primo Cittadino e il Consiglio Comunale. Ma per parlare di Milano, consideriamo i problemi che il capoluogo lombardo deve esaminare e che sta affrontando. Cominciamo subito con un tema di interesse politico generale: troppa enfasi sulle libertà personali e sui diritti individuali si è tradotta, negli ultimi anni, in un individualismo esagerato, a tratti distruttivo. Non è che così facendo la politica ha messo da parte la sua funzione originaria, che era quella di favorire il bene comune e, soprattutto, costruire una comunità? È proprio ciò che penso. Se digitiamo in internet il termine “libertà”, scopriamo che è una delle parole più diffuse dando vita a tante sigle politiche e culturali. Certamente in quest’ultimo decennio abbiamo assistito a un eccesso di enfasi sul concetto di libertà che, per carità, rimane un bene assolutamente primario; da un lato, pensiamo al centro-destra: c’è stata una notevole sottolineatura delle libertà individuali che qui, in Lombardia, si è espressa nelle libertà di scelta; dall’altra parte, sul versante della sinistra, si è posto l’accento sui diritti individuali, che rappresentano l’altra faccia della medaglia della libertà e che certamente sono fondamentali in una società che muta velocemente come la nostra. In tutto ciò, però, abbiamo dimenticato una cosa essenziale, cioè la necessità di coniugare i diritti e le libertà delle persone con il senso di comunità, con quello spirito di solidarietà che valorizza le libertà individuali e che ispira il “lavoro di squadra”, elemento necessario per vincere ogni sfida e affrontare ogni cambiamento. Spirito di solidarietà più volte richiamato nei discorsi alla città dal nostro Cardinale Tettamanzi e ripreso il mese scorso, positivamente, dal “Manifesto per Milano” redatto dal professor Vitale, dal professor Scaparro e dal professor Schiavi sul Corriere Della Sera: questa è la soluzione per ridare slancio, senso di appartenenza, orgoglio, spirito costruttivo alla nostra città, che vive, un po’ come tutto il Paese, una fase di depressione.
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| Adam Arvidsson, l’Ethical Economy per combattere la crisi |
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 Nell’ambito del ciclo ‘Fusi Orari in accademia’ abbiamo incontrato Adam Arvidsson, docente di sociologia dei media presso l’ateneo statale di Milano. Un libro di prossima pubblicazione. Un progetto finanziato dall’Unione Europea. Una cattedra all’Università di Milano. Di questo, e di molto altro, Fusi Orari ha parlato con il sociologo svedese. Con lui è stato possibile tracciare uno schema della crisi presente e dell’impatto sociale che ha avuto, constatare l’importanza della ‘marca’ e ragionare su ciò che è l’ethical economy. Valeria Bollini
Adam Arvidsson è un professore svedese che tiene i corsi di “sociologia della globalizzazione” e di “nuovi media e comunicazione” all’Università degli Studi di Milano. Ci racconta, in breve, il suo percorso? Sono svedese. Sono arrivato a Milano un anno e mezzo fa perché mi è stata offerta questa cattedra. Per essere assunti negli atenei italiani, infatti, occorre “essere chiamati”, ed è questo il mio caso. Prima di approdare all’università Statale svolgevo le mie mansioni a Copenhagen, dove ho scritto il mio primo libro, che affrontava tematiche storiche del marketing e della pubblicità italiana in epoca fascista, ma credo non sia stato letto da nessuno… (N.d.R. ride) Nel 2006 ho pubblicato un testo sulla ‘marca’, in cui spiego l’importanza assunta dal brand nella società attuale. Ora, invece, il mio interesse è focalizzato sulle nuove forme d’organizzazione economica nella società dell’informazione, tema della mia prossima fatica editoriale.
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| Regazzoni: La Cattolica sapeva del mio libro "Pornosofia" |
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 Pornosofia : questo è il titolo del libro che ha gettato nello scompiglio l'Università Cattolica. Il suo autore Simone Regazzoni, docente a contratto di storia economica della cultura presso l'Ateneo, analizza la pornografia ed il suo consumo in termini filosofici, con momenti di crudezza propri dell'occhio freddo dello studioso. Da quando la sua opera è giunto agli onori della stampa, Regazzoni ha la netta impressione che la sua collaborazione con l'Università non sia destinata a durare...
Paolo Frediani Professore, lei può confermare che il suo contratto non verrà rinnovato? Questo può confermarlo solo la Cattolica naturalmente. Spero davvero che non accada: sarebbe triste soprattutto per l'Università. Ma stando alle parole, anche pesanti, che mi sono state dette (non le ho sentite solo io, perché il tono di voce della mia coordinatrice non era proprio quello di una comunicazione formale) e all'impossibilità per me, ormai da una settimana a questa parte, di ricevere una qualsivoglia forma di risposta sia dalla coordinatrice del corso di laurea sia dal Preside, è, diciamo così, molto probabile che il mio contratto non sarà rinnovato. E questo benché io abbia già consegnato i programmi per i corsi che mi erano stati affidati per il 2010-2011. Ci tengo a precisare che fino a due settimane fa il problema del mio contratto non si poneva. Avevamo anche concordato il cambio di nome per uno dei due corsi. Non a caso ho ricevuto una mail dall'Università (mail che è in mio possesso) in cui mi veniva chiesto di consegnare i programmi dei corsi a me affidati entro il 19 maggio.
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| Patrizio Di Nicola: Innovare, innovare, innovare |
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 Professore di Sistemi Organizzativi Complessi all’Università più grande d’Europa, Di Nicola confessa a Fusi Orari: “Sto molto bene alla Sapienza, ma da un po’ sento quel prurito che mi avvisa della necessità di fare qualche grande cambiamento”. Parla del suo rapporto con il Paese: “Il mio sogno è di fare consulenza per innovare il Sistema Italia” e indica, con una provocazione, il punto debole nazionale: “Forse bisognerà creare il partito che non c’è: quello degli Innovatori” Tiziana Cappellini Sociologo ed esperto del lavoro, docente, studioso, ricercatore e consulente. Queste sono alcune delle sue qualifiche. Potrebbe tracciare un breve profilo della sua carriera e delle tappe più significative? Io ho avuto una carriera professionale atipica, nel senso che si è sviluppata molto tra lavori diversi. Altri invece cercano di fare carriera nel lavoro. Questo mi ha portato a fare esperienze molto diversificate: ad esempio, la mia prima occupazione è stata come funzionario in un Ministero per conto del quale mi sono interessato di Qualità Totale nelle collaborazioni internazionali. È stata un’attività che mi ha aiutato a sviluppare una visione molto vasta dei problemi organizzativi delle imprese. Ho maturato anche un’ampia esperienza sia in Europa che negli USA. Dopo questa fase, ho iniziato a fare ricerca sulla sindacalizzazione (la domanda che mi ponevo è: perché ci si iscrive a un sindacato?) e ciò mi ha portato a collaborare con la CGIL e con il suo istituto di ricerca, l’IRES. Nel 1995 mi sono “messo in proprio” decidendo di diventare consulente e, grazie a una commessa di ricerca fornitami da Telecom Italia, ho iniziato a studiare il telelavoro, partecipando – tra il 1996 e il 2005 – a molti importanti progetti nazionali e internazionali. Nel frattempo, la Facoltà di Scienze della Comunicazione della Sapienza mi aveva chiesto di collaborare per costruire una struttura utile a svolgere ricerche di respiro internazionale. Questa esperienza si è “portata appresso” l’insegnamento (prima di Sociologia dell’Organizzazione, poi di Sistemi Organizzativi Complessi), il rapporto con gli studenti e soprattutto la frequentazione con una comunità culturale – quella accademica – composta da molti individui, non solo docenti, davvero validissimi. In definitiva ora sto molto bene alla Sapienza, ma da un po’ sento quel “prurito” che mi avvisa della necessità di fare qualche grande cambiamento.
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| Ciao Frankie - Intervista a Massimo Lopez |
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 Abbiamo incontrato Massimo Lopez prima di una replica di Ciao Frankie e ci siamo fatti raccontare quello che abbiamo poi visto in scena
Chiara Pedretti Massimo, ci racconta di questo spettacolo? Nasce cinque anni fa… Siamo alla centocinquantesima replica circa, ma si è evoluto molto dal primo canovaccio. E’ uno spettacolo che cresce ogni giorno, in cui l’improvvisazione ha un grande ruolo. E’ sì un omaggio a Frank Sinatra, nato dalla mia passione per le sue canzoni, ma è principalmente uno show, uno spettacolo vero e proprio. C’è interazione col pubblico, molta varietà e comunicazione, ci tengo a dialogare con chi c’è in sala, che risponde sempre bene. Il taglio è elegante, discreto, garbato, con degli spiazzamenti improvvisi ogni tanto; senza dubbio, un “one man show”.
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di Enrico Reggiani I MONDIALI, DEFOE E… MANZONI
Qualche giorno fa - in occasione dell’ultima ma non esaltante prestazione dell’Inghilterra e prima dell’ultimo atto dell’annunciata disfatta azzurra - Avvenire titolava ”Inghilterra e Capello salvati da Defoe” (giovedì 24 giugno 2010, p. 32). Evviva! - mi è accaduto di esclamare. Che il mondo intero sia rinsavito e abbia riacquistato un’adeguata consapevolezza dell’importanza di quella “riserva antropologica” che è la letteratura?
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