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Speciale 7 novembre

FusiOrari.org - International Weekly Magazine: Politica

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 Risiko - Spy-story all’ombra dei summit Obama-Medvedev, arrestati 11 ex-KGB
Politica
Storia di spie all’ombra dei rapporti russo-americani. Undici cittadini statunitensi arrestati con l’accusa di fare il doppio gioco per Mosca e di spiare le mosse nucleari dell’amministrazione Obama. Sarà un elemento destabilizzante nei rapporti tra Mosca e Washington?

Alessandro Badella

Una spy story in piena regola si sta consumando negli Stati Uniti. Nelle scorse settimane sono stati arrestati 11 cittadini americani, accusati di fare parte di una cellula dei servizi segreti russi (SVR), ovvero i successori del celeberrimo KGB sovietico. Gli arrestati hanno ammesso abbastanza velocemente di essere spie al servizio dell’intelligence russa con la missione di raccogliere informazioni sui piani nucleari americani, sulle posizioni della Casa Bianca sul problema iraniano e sull’effettivo peso attuale della CIA nel decision making del presidente Obama. Peraltro, la vicenda si è evoluta in fretta soprattutto grazie alla cordialità nei rapporti tra Obama e Medvedev. Le spie sono già state estradate in Russia, per uno scambio di prigionieri: ex spie americane detenute da Mosca in cambio degli 11 arrestati. Una spy story, sì, però scordiamoci i film di James Bond, le Aston Martin superaccessoriate, gli smoking e gli inseguimenti mozzafiato. Dalle indagini è emerso un quadro decisamente poco “romantico”: cittadini ordinari dell’ordinata periferia americana, un lavoro normale, le lamentele per i voti dei figli, le chiacchere con il vicino. Una vita anche scialba per alcuni versi, ma con il “vizietto” di scambiarsi messaggi in codice attraverso social network e immagini pubblicate in rete (la tecnica è quella di “incollare” pezzi di codice all’interno di immagini scambiate su internet), una sorta di “pizzino” informatico.
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 Risiko - Orania, la cittadina che ha cancellato il Mondiale
Politica
Sale la febbre Mondiale: ormai siamo agli sgoccioli e le migliori squadre del pianeta si contendono il trofeo più ambito. Grande festa in Sudafrica che, per storia e tradizioni, già ospita un grogiolo di nazionalità e gruppi etnici differenti. Tuttavia, non tutti i sudafricani festeggiano: la “repubblica” secessionista di Orania, bianca al 100%, si è già autoeliminata dai giochi

Alessandro Badella

Esiste un piccolo villaggio nella regione di Cape Town che non festeggia per il Mondiale sudafricano. Un pugno di abitanti, 1700, discendenti dei primi coloni olandesi che nel XVII secolo fondarono la colonia del Capo (denominati Afrikaaner), del tutto indifferenti alle rumorosissime vuvuzelas che danno grattacapi ai commentatori della BBC (la TV inglese ha deciso, tramite un equalizzatore, di rimuovere il loro “rumore” dalle radio elecronache) e di quelli di tutto il globo.
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 Risiko - San Pietroburgo, la Russia guarda all'Europa ma il mattatore è Sarkozy
Politica
Al summit russo SPIEF la Russia ha dimostrato la sua volontà di guardare all’Europa come possibile investitore. Ma soprattutto si è parlato di energia e di gasdotti. E, intanto, la Francia di Sarko si accaparra una buona fetta delle partecipazioni nei progetti energetici moscoviti verso l’Unione Europea.

Alessandro Badella

A San Pietroburgo si è svolto, dal 17 al 19 giugno, il summit di economia internazionale (SPIEF) promosso dalla Gazprom e dalla Federazione russa. Si è trattato di un momento molto importante per la visibilità economico-politica di Mosca, per quanto tg e giornali italiani ne abbiano parlato molto poco. L’importanza dell’evento è determinata dal fatto che, in questa sede, il presidente Medvedev ha annunciato grandi manovre finanziarie per rilanciare il Paese dopo la batosta del 2009. E anche la stessa compagnia energetica Gazprom ha annunciato di voler recuperare, entro la fine del 2010, almeno il 75% delle perdite subite lo scorso anno. E tutto ciò, chiaramente, ha anche un peso geopolitico, visto che la Russia controlla energeticamente gran parte delle repubbliche confinanti (emblematico il caso bielorusso), nonché di una buona fetta di Europa.
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 Risiko - ONU, contro l’Iran ecco la risoluzione 1929
Politica
Il 9 giugno il consiglio di sicurezza della Nazioni Unite ha nuovamente sanzionato la repubblica iraniana per i progetti nuclerai di Teheran e a causa del mancato rispetto dei precedenti limiti imposti dal diritto internazionale. L’analisi della risoluzione 1929 del 9 giugno 2010 è fondamentale per capire come, dove e quando, verranno applicate le sanzioni di cui si detto e scritto molto e, soprattutto, per comprendere cosa ci si può attendere dalla crisi iraniana

Alessandro Badella

Il 9 giugno il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha emesso la risoluzione n° 1929, che ha inflitto nuove sanzioni all’Iran a causa della sua volontà ferrea nel proseguire l’arricchimento dell’uranio per scopi che rimangono ancora abbastanza celati, soprattutto perché l’Iran non ha mai fornito prove concrete dell’utilizzo a soli scopi pacifici dell’uranio che arricchisce sul proprio territorio.
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 La Colombia verso il ballottaggio: sarà un Paese al verde?
Politica
Potremmo trovarci di fronte all’ultimo atto di un'autentica rivoluzione culturale e politica che, negli ultimi anni, ha investito in maniera quasi inaspettata i colombiani, che sceglieranno il prossimo Presidente tra il candidato governativo Juan Manuel Santos - vincitore del primo turno elettorale - e il candidato del partito verde Antanas Mockus

Freddy Jaimes 

Correva l'anno 2002 quando l'attuale Presidente Alvaro Uribe Vèlez vinse le elezioni segnando una rottura storica nelle faccende politiche colombiane. Uribe, in effetti, spezzo il potere dei partiti tradizionali che si alternavano alla guida del Paese da più di centocinquanta anni. Figura particolarmente discussa, egli fece leva sul malcontento popolare che tuttora vede il Paese impegnato in un conflitto armato da più di sessant'anni tra gruppi guerriglieri di ispirazione marxista e gruppi paramilitari, finanziati principalmente da attività come il narcotraffico e il sequestro di persona. Semisconosciuto ai più fino a qualche mese prima delle elezioni, Uribe colpì per il suo totale rifiuto di continuare il dialogo iniziato dal suo predecessore Andrès Pastrana. Dialogo che, dopo quattro anni, non aveva ottenuto successo ma, anzi, aveva di fatto rinforzato i gruppi ribelli, allentando la pressione militare su di essi. Combattere uno dei gruppi armati meglio equipaggiato ed organizzato al mondo non fu un’impresa semplice ma, nonostante una forte opposizione dovuta al timore di un inasprimento del conflitto, Uribe riuscì nei suoi otto anni di mandato a spezzare la stabilità dei gruppi guerriglieri.
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 Risiko - ''Pechino non è un nemico'', ma la questione-Taiwan divide USA e Cina
Politica
Le relazioni diplomatiche tra Stati Uniti e Cina sembrano attraversare un nuovo momento di calma e sostanziale sintonia. Washington, dopo le gravi tensioni invernali sul problema Google e su Taiwan, sta ricevendo segnali incoraggianti da Pechino: sembra in vista una possibile partnership come risolutori di conflitti internazionali. Ma le questioni aperte di Taiwan e della Korea del Nord sono un banco di prova importantissimo e, possibilmente, il vaso di Pandora di una nuova crisi

Alessandro Badella

“La Cina non è un nemico”. Così ha esordito il segretario alla difesa americano, Robert Gates, al summit di Singapore sulla sicurezza asiatica. Si tratta di una vera e propria mano testa degli Stati Uniti, un’ apertura in grande al dialogo al colosso asiatico, presente però in formazione molto ridotta. Al posto del ministro alla difesa cinese erano presenti solamente alcuni quadri dell’esercito, che hanno messo subito le carte in tavola, spegnendo gli entuasismi di Gates e della diplomazia americana. Il problema di fondo è rappresentato dall’obiettivo stesso della missione di Gates. Gli Usa stanno cercando di ripristinare un accordo commerciale per la vendita di armamenti convenzionali a Pechino, accordo che era saltato alcuni mesi fa perché gli Stati Uniti ne avevano stretto uno simile anche con lo “stato canaglia” di Taiwan, nemico giurato della Cina Popolare.
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 Il mondo di Obama - La riforma finanziaria
Politica
Nuova tappa nel viaggio attraverso le riforme messe in cantiere da Barack Obama a un anno e mezzo dalla sua elezione. Questa settimana l’oggetto di analisi è la riforma finanziaria

Giulia Cannizzaro

Dopo un lungo periodo di recessione dovuto ad una profonda crisi finanziaria, a sua volta causata dalla mancanza di liquidità nel sistema bancario, dalla spregiudicatezza degli operatori e dalla mancanza di responsabilità di Washington, Obama ha preso in mano la situazione. La crisi che il presidente americano ha dovuto affrontare non ha risparmiato nessuno, neanche le più importanti e potenti compagnie finanziare del mondo, trascinando l’economia dell’intera nazione verso una seconda Grande Depressione. La grande paura ha avuto una precisa data di inizio: il 15 settembre 2008, il giorno in cui è fallita la Lehman Brothers, una delle più antiche e prestigiose Banche d’affari USA (fondata nel 1850). Le immagini degli impiegati che, sconsolati, lasciano gli uffici portandosi dietro gli scatoloni, hanno fatto il giro del mondo, diventando l’emblema della crisi. La risalita è difficile, e questo il presidente lo sa bene. Obama capisce e cerca di fare capire, anche ai suoi avversari, che c’è bisogno di una riforma finanziaria che dia soprattutto maggiore trasparenza al sistema, ed è sulla base di questa considerazione che si sono realizzati i primi interventi. Nonostante principi più che condivisibili, il braccio di ferro tra Obama e il Senato per l’approvazione della riforma finanziaria si è protratto per mesi.
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 Risiko - Usa e Iran, tutti contro la Russia
Politica
La Federazione russa, dopo il tentativo di appeasement con gli Stati Uniti e la linea morbida nei confronti di Teheran, sta ricevendo fortissime sollecitazioni sul piano internazionale proprio da questi due Paesi. E intanto, Mosca ritorna alla leva militare

Alessandro Badella

La situazione di idillio con gli Stati Uniti e la preservazione dello status quo sulla questione iraniana sembrano momenti oramai conclusi. Da un lato, la Russia all’inizio della primavera aveva concluso un trattato con il presidente Obama sulla riduzione degli arsenali nucleari e su un eventuale impegno al disarmo su scala globale. E già si era parlato di un accordo di portata storica, al pari dello START e del SALT.
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 Il mondo di Obama: la politica estera
Politica
Continua la riflessione sul primo anno di governo del presidente americano. Oggetto di analisi questa volta è la sua politica estera, con particolare riferimento al Medio Oriente: da sempre una delle zone più critiche e strategiche del pianeta

Davide Borsani

Il problema del Medio Oriente è intrinsecamente legato alla storia dell’Occidente. Per quanto riguarda l’età contemporanea, è sin dalla “Questione d'Oriente” (XIX secolo) che genera problemi e preoccupazioni tra le potenze occidentali, e quanto abbia continuato a farlo sino oggi è sotto gli occhi di tutti. Affermare, dopo un solo anno e mezzo di presidenza, che Barack Obama sia davvero in grado di risolvere l’enigma del Medio Oriente o che non si tratti, invece, dell’ennesima incarnazione del fallimento americano, va al di là di ogni realistico tentativo di analisi. Quello che si può ragionevolmente fare, invece, è constatare se in questi mesi vi siano stati effettivi progressi generati da quel multilateralismo, dichiarato marchio di fabbrica della politica estera obamiana, che in campagna elettorale tante speranze aveva suscitato nelle varie opinioni pubbliche, in particolar modo europee.
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 Risiko - Koree, le nuove tensioni scatenano il walzer delle alleanze
Politica
Le due Koree sono nuovamente ai ferri corti, proprio come ad inizio anno. L’affondamento di una imbarcazione sudkoreana è al centro della diatriba tra le due storiche rivali: l’esame scientifico operato da una commissione internazionale ha stabilito che con tutta probabilità l’imbarcazione è stata vittima di un siluro norkoreano. Intanto, di fronte alle minacce verbali di Pyongyang, si stringono le alleanze di rito

Alessandro Badella

Il verdetto di una commissione internazionale, incaricata di fare luce sull’affondamento della corvetta sudkoreana Cheonan (avvenuto il 26 marzo 2010), ha riaperto una frattura mai sanata tra le due Koree. Anche perché la perizia punta il dito direttamente contro il regime nordkoreano che avrebbe deliberatamente attaccato l’imbarcazione, provocando l’affondamento e la morte dei 46 membri dell’equipaggio. Un’accusa che, certamente, Pyongyang non ha gradito, e che arriva in un momento non particolarmente felice per l’economia e del paese e la sua immagine a livello internazionale. Infatti, oltre a patire i colpi di una crisi interna senza precedenti, il regime nordkoreano sta subendo anche i possibili attacchi di una nuova ondata di sanzioni economiche per la sua volontà di proseguire il piano di riarmo nucleare. Per gran parte della comunità internazionale sembra essere la nuova goccia che farà tracimare la pazienza nei confronti del regime di Kim Jong-il. Alcune potenze regionali, come il Giappone e l’Australia (che ovviamente supportano Seoul), hanno dichiarato di voler portare la questione in seno al consiglio di sicurezza Onu, al fine di sanzionare duramente l’attacco. Quindi nuove sanzioni in vista (sempre che passi la proposta senza veti in consiglio Onu) che vanno a sommarsi a quelle già in atto contro la Korea del Nord. E proprio quando sembrano profilarsi nuovi provvedimenti della comunità internazionale, Pyongyang inizia a fare la voce grossa, rispedendo al mittente le accuse come infondate e avvisando Seoul (e il mondo) che in caso di provvedimenti internazionali userà ogni mezzo per difendersi, sino alla “guerra generale”.
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La polemica

L'editoriale
di Enrico Reggiani

I MONDIALI, DEFOE E… MANZONI

Qualche giorno fa - in occasione dell’ultima ma non esaltante prestazione dell’Inghilterra e prima dell’ultimo atto dell’annunciata disfatta azzurra - Avvenire titolava ”Inghilterra e Capello salvati da Defoe” (giovedì 24 giugno 2010, p. 32). Evviva! - mi è accaduto di esclamare. Che il mondo intero sia rinsavito e abbia riacquistato un’adeguata consapevolezza dell’importanza di quella “riserva antropologica” che è la letteratura?


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