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Speciale 7 novembre

LA CHIESA di L. F. Céline
 Teatro
di Federico Leonardi

Titolo: La Chiesa
Traduzione di Paolo Bignamini
Regia di Annig Raimondi
Interpreti: Vladimir Todisco Grande, Marino Campanaro, Paolo Cosenza, Maria Eugenia D’Aquino, Francesca Lolli, Annig Raimondi, Lorenzo Menicucci, Bernardo Lanzetti
Musiche originali di Maurizio Pisati
Scene e luci di Fulvio Michelazzi
Costumi di Nir Lagziel
Produzione Teatro Arsenale – ScenAperta


MILANO - “Un ragazzo senza importanza collettiva, appena un individuo” questa frase, che piacque tanto a Sartre da esser posta ad epigrafe del suo romanzo LA NAUSEA, cade giusto alla metà de LA CHIESA di Céline. Il testo, scritto nel 1926 ma edito nel 1933, in un misto di autobiografia e fantasia, segue la parabola esistenziale del dott. Bardamu, medico epidemiologo. La I guerra mondiale ha convinto molti Stati ad optare per democrazia, che però il disagio della classi popolari e l’ascesa dei partiti comunisti e laburisti sta rendendo difficilmente governabile. Anche nelle relazioni internazionali si sceglie la democrazia: se fino ad allora ogni Stato persegue i suoi scopi singoli in un gioco di alleanze che si fanno e si disfano di continuo, ora ognuno elegge dei rappresentanti che discutono in un parlamento delle nazioni. Nasce infatti nel 1919 la Società delle Nazioni, primo esperimento della futura ONU, per la quale lavora il nostro protagonista, Bardamu. E’ questa la chiesa del titolo, nella quale non riuscirà a inserirsi rimanendo “appena un individuo”.

Il testo di Celine, che pare non avere una trama solida, è più un pretesto per fare satira. Ritrovare la propria identità sempre impossibile senza cedere all’ipocrisia a cui ogni ambiente ci destina, dal luogo di lavoro fino alla organizzazione politica più estesa. In nessuna chiesa dunque è possibile vivere dignitosamente. Scopo unico che rimane per chi vuol conservarsi puro da questa logica: allontanare la morte e cedere all’unico elemento che non promette di durare: la bellezza, per natura passeggera. Questa è una delle chiose finali di Bardamu. Da questa filosofia amara discende un riso amaro che restituisce il mondo popolato di macchiette. “Una farsa” la definì Celine stesso. Ma il teatro farsesco si basa su un linguaggio popolare, quando non scurrile, e su un intreccio di equivoci e colpi di scena: qui il linguaggio, pur nella scorrevole traduzione di Paolo Bignamini, è spesso celebrale e il plot molto debole, privo di sorprese. La regia di Annig Raimondi non è certo noiosa e, moltiplicando le invenzioni, segue le trovate di Celine nella deformazioni satirica dei personaggi, ma spesso lo spettatore fatica a trattenere il filo conduttore in una selva di simboli che pregiudicano l’immediatezza della fruizione.

Torniamo a Bardamu. In missione in Africa, si trova alle prese con una malattia mortale che sta falcidiando la popolazione e, siccome le spiegazioni ufficiali non lo convincono, viene rimosso dall’incarico. Bardamu decide allora di andare a New York portando con sé un bambino nero, che un collega americano, morto per l’epidemia, ha avuto da una ragazza del posto. L’Africa è il luogo di un brutale potere coloniale che si nasconde dietro il pretesto della civilizzazione: allora la regia sceglie di inscenare i potenti di turno con nasi adunchi e una voce che quando dà ordini risuona in tutta la foresta, facendo abbaiare tutti i cani. La vita americana è scandita dall’alternarsi di lavoro sfrenato e tempo libero all’insegna del divertimento? Là allora tutti in fila allampanati e avvolti da fili di telefoni che squillano in continuazione, mentre una cornetta pende dal decolté della ballerina di cui Bardamu s’innamora.  Finalmente Bardamu è accolto in un palazzo della Società delle Nazioni per fare rapporto. Sconsolato scrive soltanto poche righe. Un testo per essere degno di esser discusso deve estendersi per varie cartelle: così lo rimproverano. Mentre la segretaria ha un microfono praticamente trapiantato addosso, il presidente è un ciccione tutto culo ed escrescenze sprofondato in una poltrona: una probabile metafora della pesantezza del potere. Yudenzweck il suo nome, un nome tedesco per dire “obiettivo degli ebrei”. Da questo gioco di parole emerge l’antisemitismo di Céline. La voce tetra dell’alto funzionario ammannisce al nostro malcapitato i principi del nuova forma di governo ebraica: la democrazia. Essa si basa sul dialogo, quindi ognuno deve fare lunghissime relazioni per gli altri; queste dovranno essere poi tradotte in tutte le lingue; quando tutti avranno letto tutto, infine cominceranno estenuanti discussioni da cui si tutti, sfiniti, crederanno di aver raggiunto un compromesso. In realtà hanno soltanto svenduto le loro posizioni.

La parabola del nostro eroe, anzi antieroe, si conclude nei sobborghi di Parigi, dove vive come medico condotto, incerto anche del suo amore per la ballerina. Così il percorso di maturazione del nostro protagonista sembra concludersi con un nulla di fatto, con una chiusura rispetto al mondo.

Di nessuna chiesa, dunque. Né il lavoro, né prendere una posizione critica ufficiale contro le istituzioni sembrano poter ottenere qualcosa. Neppure l’amore singolo sembra salvarsi. Neppure quello.


 
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