Berlusconi: più attaccanti nel Milan, ma no agli acquisti folli. Galliani si trapianterà i capelli, sperando nelle doppie punte.

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Libri - Il nazista & il barbiere
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 di Edgar Hilsenrath Marcos y Marcos 2010 pp. 476 € 12,00 Tiziana Cappellini Nel 1907, in un paesino della Germania, nello stesso giorno nascono Max Schulz e Itzig Finkelstein, il primo tedesco e l’altro ebreo. Max è figlio di una prostituta e trascorre un’infanzia nella quale è costretto a subire le violenze del compagno della madre, mentre Itzig è figlio di un barbiere agiato: pur appartenendo a due mondi diversi, i due divengono subito amici. Attraverso la frequentazione dei Finkelstein, Max apprende lo yiddish, l’alfabeto ebraico e a pregare nelle sinagoghe nelle quali li accompagna regolarmente. I due ragazzi saranno anche inseparabili compagni di scuola e, più tardi, lavoreranno fianco a fianco nel salone del padre di Itzig.
UN LIBRO ORIGINALE - È in questo modo che Edgar Hilsenrath racconta gli anni che precedono l’ascesa del nazismo e lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, narrando di una singolare amicizia che lega un ragazzo tedesco a un ragazzo ebreo. Ed è tramite i loro destini di segno opposto che dipinge un tragico affresco degli anni in cui si è consumato l’Olocausto, facendo ciò da un’angolazione insolita, apparentemente cinica ma che, in tal modo impostata, è impossibile che scivoli di dosso al lettore. Anzi: attraverso una prosa asciutta e incisiva, a tratti spiazzante – come a volere sottolineare passaggi altrettanto sferzanti – l’autore ci conduce nella vita e nella psicologia di Max, seguendolo dalla nascita fino al momento della morte e raccontando attraverso di lui i fatti salienti di quegli anni agghiaccianti. Questa è l’originalità di un libro che intende raccontare lo sterminio del popolo ebraico non, come sarebbe stato più prevedibile, attraverso la storia di un ebreo sopravvissuto ma attraverso quella di un uomo che, da ragazzo qualunque, diventa membro delle SS fino a diventare uno sterminatore. È questo un termine che – altra peculiarità del romanzo – ricorre spesso, con tutta la sua crudezza come crudi sono i racconti attraverso i quali emergono le inconcepibili realtà dei campi di concentramento e gli impensabili atti criminali compiuti dai nazisti. CAPOVOLGIMENTI - Non si tratta però dell’unico rovesciamento, perché in questo libro molte cose sono coraggiosamente ribaltate: Max ha l’aspetto di un ebreo, mentre Itzig sembra un tedesco, ma questo è un lato drammaticamente grottesco di quanto narrato, come drammaticamente grottesche sembrano anche le motivazioni – sempre raccontate da Max – che possono avere condotto alcune persone a diventare seguaci del nazismo, nel suo caso anche per riscattarsi dalle violenze subite. Nel momento in cui ormai l’ideologia nazista raggiunge il suo apice, Max vi aderisce e ne diventa uno degli strumenti fino a compiere quello che ritiene sia stato solamente “dovere” - affermando “eseguivo solo gli ordini” - un “dovere” però talmente spietato da essere compiuto anche nei confronti di coloro che un tempo lo avevano accolto nella propria casa, nel proprio salone e dei quali era diventato intimo amico. Se fino a questo momento il romanzo è stato sferzante e volutamente duro, quasi “cattivo”, ora sembra diventarlo ancora di più per il modo in cui la surreale parabola di Max prosegue. Persa la guerra, i nazisti vengono uccisi dai partigiani o dai russi o ricercati come criminali di guerra: Max è uno di questi ricercati, dunque troverà il sistema per salvarsi la vita, incappando poi in una sorta di avventura-incubo che aumenta i toni di humor nero che caratterizzano l’intero libro; infine, sceglierà una via scioccante per tornare a rifarsi una vita in Germania. VICENDE SCONCERTANTI - Altrettanto sconcertante è la piega che prendono ora le sue vicissitudini: Max torna sì in Germania, ma lo fa appropriandosi dell’identità proprio di Itzig, aiutato anche dal suo aspetto e da una fortuna sinistra – verrebbe da pensare, la stessa fortuna che spesso ha assistito Adolf Hitler durante gli attentati orditi contro di lui, ogni volta falliti – che gli permette di sfuggire alla giustizia. I ragionamenti di Max – ormai Itzig – nella loro semplicità e asciuttezza sono spiazzanti, come lo è la nonchalance con la quale racconta ad altri personaggi ciò che ha fatto quando apparteneva alle SS, ma Hilsenrath non si ferma qui: dà un’ulteriore sferzata decidendo di far diventare Max un ebreo a tutti gli effetti, non solo con accorgimenti fisici, ma anche attraverso una nuova formazione che prima per necessità, poi anche per altro, s’impadronirà di lui. Questo Itzig usurpatore imparerà così bene la storia ebraica, si calerà così bene nella sua parte da arrivare a sentirsi lui stesso offeso se trattato con disprezzo perché “ebreo” e da arrivare perfino ad abbracciare la causa sionista una volta giunto in Palestina. Come se non bastasse, Max racconta tutto ciò a Itzig, al quale si rivolge fra sé stabilendo un’immaginaria conversazione che sorprende il lettore ancora una volta. NEL BOSCO DEI SEI MILIONI - Nonostante sia Max a dire che “l’antisemita è come una persona che ha un cancro; un male così profondo che non si può estirpare”, non si può parlare di vera conversione e di vero pentimento, per quanto i fatti evolvano in maniera tale da fare di lui una persona nuova che quasi, compiendo certi gesti, si riscatta. Ma con il suo passato non è possibile un vero riscatto e la verità della sua coscienza emergerà verso la fine del romanzo, quando Max camminerà nel “bosco dei sei milioni”, con gli alberi simboleggianti gli ebrei uccisi e stabilendo con essi una conversazione immaginaria proprio com’era avvenuto con Itzig. Non può esserci un vero riscatto come non può esserci una vera punizione per chi si è macchiato di crimini come quelli di Max: non c’è una vera punizione che possa rendere giustizia a tutte le sue vittime, perché nessuna punizione potrebbe mai riportarle in vita. Nel romanzo è molto presente anche la fisicità insieme alla carnalità, così come il nazista viene sarcasticamente descritto come un superuomo in realtà ridicolizzato anche nei suoi momenti più intimi. In tutto ciò, trova posto anche un certo tono poetico laddove l’autore descrive la natura, dalle foreste al mare e anche la morte di Max. Un autore che – in quanto ebreo tedesco – ha vissuto la drammaticità della persecuzione e la deportazione in un ghetto, ma che ha affidato a un ipotetico nazista il racconto di queste sofferenze che sono state anche le sue.
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