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Speciale 7 novembre

Risiko - Un Tea con Sarah. La ''rivoluzione'' della Palin in politica estera.
 Politica
Di nuovo sotto i riflettori Sarah Palin: sconfitta insieme a McCain nella corsa alla Casa Bianca, l’ex governatore dello stato dell’Alaska non sembra intenzionata a lasciare la ribalta della politica americana. A darle una mano, i movimenti di cittadini insoddisfatti dopo un anno di presidenza Obama.

Alessandro Badella

La ex candidata alla vicepresidenza degli Usa, Sarah Palin, è stata la mattatrice del Tea Party di quest'anno (che rievoca nel nome il mitico "Boston Tea Party", il sancta sanctorum della ribellione delle Tredici colonie). Il meeting ha rinvigorito i tamburi repubblicani che stanno mettendo in difficoltà l'American dream del presidente Obama, che dopo un anno di presidenza si trova impantanato su diversi fronti, dalle guerre striscianti in Afghanistan e Iraq, sino alla riforma sanitaria osteggiata con il coltello tra i denti da molti settori dell'opinione pubblica.


GRINTA DA LEADER? - Da vero falco, aiutata anche dagli appunti scritti sui palmi delle mani, Sarah ha sfoderato la grinta di una che sicuramente nel 2012 vorrà dire la sua alle presidenziali. La Palin, sulla politica estera di Obama, ha fatto cadere una scure pesante: basta professorini che danno lezioni in classe, qui ci vuole un comandante in capo! Non c'é dubbio che l' "altra rivoluzione" di cui Sarah Palin ha parlato durante la convention del Tea Party si ispiri ad una politica estera più muscolare. Diciamo subito che questa critica all'amministrazione Obama non è nuova di zecca, nemmeno dalle parti del Vecchio Continente. L'immagine di un Obama "peace and love", che stride tanto con l'enduring freedom di Bush jr., è un cavallo di battaglia dei conservatori, che attaccano il presidente sul fronte della sicurezza e della lotta al terrorismo.
 
DOTTRINE A CONFRONTO - Ma la Palin aggiunge un dettaglio: considera possibile una rielezione di Obama (nel 2012) a patto che egli decida di giocare la "carta della guerra". Contro chi? L'Iran e lo Yemen. La Palin apre uno scenario inquietante: un nuovo fronte nella penisola arabica (la fattibilità è ritenuta nulla da molti analisti internazionali) e un nuovo conflitto con un Paese dell'area medio-orientale. La dottrina McCain, insomma. In questo ragionamento esiste un forte limite strutturale. Il primo è economico. Al momento dell'uscita di scena, George W. Bush aveva già iniziato le consultazioni per sfilarsi dalla guerra in Afghanistan e in Iraq. Gradualmente, certo. Questo perché, in tempo di vacche magrissime, il fatto di "esportare la democrazia" (gratis!) ha un costo notevole e gli Usa, al momento, sembrano non essere più in grado di sostenerlo. La politica del "jobs first" di Obama è un segnale non di debolezza internazionale, ma di debolezza interna, economica. Che ovviamente si ripercuote a livello globale.

IL MONDO NUOVO - Chi accusa Obama di volere un Paese "isolazionista" è, a mio avviso, un archeologo alla ricerca delle nobiltà di una leadership internazionale che ormai non esiste più, o meglio di un monopolio della forza che è durato neanche un decennio. Soprattutto, chi guiderà il capitalismo fuori dal tunnel della crisi non saranno gli Stati Uniti, come ha recentemente confermato il FMI. Da qui emerge uno scenario multipolare, in cui lo spirito crociato dei falchi repubblicani non è certamente confermato da evidenze empiriche di una possibile apertura di nuovi fronti. Molto semplicemente occorre porsi alcune domande, che sicuramente non sono presenti nel discorso di Sarah Palin. In caso di attacco armato americano all'Iran, cosa farebbe la Cina? E la Russia? E il Venezuela? E il Pakistan? E la Korea del Nord? E l'India? (ecc...) Come si comporterebbero, cioè, i principali competitor a livello ideologico e geo-economico degli Stati Uniti? Starebbero a guardare senza battere ciglio? Insomma, cari neocon, il periodo del duopolio da cortina di ferro è finito, il mondo diviso in blu e rossi è andato... Queste sono le relazioni internazionazionali nel XXI secolo, Sarah, e tu non puoi farci proprio nulla.


N.d.A.: Indipendentemente da come la pensino i lettori di questa rubrica sulle relazioni internazionali (che invito a scrivermi alla mail qui sopra), non mi ritengo un "obamiano" entusiasta né un disilluso dell'American dream proposto dal presidente Usa. Né questo articolo rappresenta una difesa d'ufficio di Obama. Vorrei semplicemente concentrare l'attenzione su alcuni fenomeni di "celodurismo" a livello internazionale che contagiano alcuni settori della scena politica europea e statunitense. Da questi contesti di sviluppo viene la percezione, a mio avviso erronea ed anacronistica, che le scelte di politica estera dipendano solamente dal singolo attore. Partendo da qui, Obama, il "mollaccione" e il pacifista, crede nel dialogo e nella comunità internazionale, mentre il "Rambo" Bush jr. se ne andava spavaldo alla guerra. Purtroppo questa visione, palesemente semplicistica, trascura gli altri attori della comunità internazionale. Proprio come in una partita a poker, ogni singolo "giocatore" getta un occhio anche alla strategia del vicino. E' proprio questa la croce e la delizia del sistema multipolare.



 
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