Tra di essi è incluso anche il velo cosiddetto islamico, sebbene in genere si tratti di un simbolo politico e di reale sottomissione della donna (se non lo porti, dicono gli integralisti, non sei una “vera musulmana”, facendo dipendere la fede da un pezzo di stoffa sulla testa). Ebbene, la maggioranza delle musulmane francesi ha capito che era più importante non rinunciare allo studio e si sono “svelate”. Ultimamente è riesploso il dibattito, da che il Presidente francese Sarkozy, sostenuto anche da una parte della sinistra, ha affermato che “il burqa non è benvenuto in Francia” e nella
si sta approntando una legge per vietarlo, in quanto “offende i valori nazionali”, rappresenta un simbolo di schiavitù della donna (magari non nei Paesi d’origine) e un problema per la sicurezza. Persino nei Paesi islamici è stato usato per compiere attentati (come è accaduto il 3 dicembre in un albergo a Mogadiscio, dove un uomo nascosto dal velo integrale si è fatto esplodere provocando una strage) e nella “moderata” Giordania il suo utilizzo per tale scopo sta aumentando (nel 2009 sono stati registrati 104 casi e 170 nei due anni precedenti). In Tunisia e in Turchia, esso è vietato nei luoghi pubblici. In Europa, e precisamente a Glasgow, lo scorso fine aprile anche una famiglia di gioiellieri musulmani ha deciso di proibire con un cartello l’ingresso ai clienti a viso coperto, dopo che due uomini si sono introdotti nella gioielleria e hanno rubato preziosi per un valore di migliaia di sterline.
FONDAMENTO RELIGIOSO ? – E’ noto che gli estremisti e le estremiste islamici sostengono che sia l’Islam ad imporre il velo alle donne. Ma è veramente così? Essi si avvalgono di due versetti coranici. Il primo dice: « O Profeta! Dì alle tue spose e alle tue figlie e alle donne dei credenti che si ricoprano dei loro mantelli (
jalābīb); questo sarà più atto a distinguerle dalle altre e a che non vengano offese. Ma Dio è indulgente e clemente!» (Cor. XXXIII: 59). Questa è la traduzione di Alessandro Bausani, mentre Hamza Roberto Piccardo, dell’UCOII, propugna l’uso del velo, traducendo così il termine originale.
Il secondo verso coranico afferma: « E di' alle credenti di abbassare i loro sguardi ed essere caste e di non mostrare, dei loro ornamenti, se non quello che appare; di lasciar scendere il loro velo fin sul petto e non mostrare i loro ornamenti ad altri che ai loro mariti, ai loro padri, ai padri dei loro mariti, ai loro figli, ai figli dei loro mariti, ai loro fratelli, ai figli dei loro fratelli, ai figli delle loro sorelle, alle loro donne, alle schiave che possiedono, ai servi maschi che non hanno desiderio, ai ragazzi impuberi che non hanno interesse per le parti nascoste delle donne. E non battano i piedi, sì da mostrare gli ornamenti che celano. Tornate pentiti ad Allah tutti quanti, o credenti, affinché possiate prosperare.» (Cor. XXIV:31). Il termine arabo per “ornamenti” (Piccardo), o “vergogne” e “parti belle” (Bausani) è “awra”: si tratta delle parti del corpo che devono essere coperte. E sono le parti intime, non certo i capelli. La parola araba tradotta con “velo” è kumur, ma la versione italiana curata dall’UCOII , riportata qui sopra, parla appunto di un velo da “far scendere fin sul petto”, propugnando l’uso del velo integrale, mentre quella non integralista, curata da Alessandro Bausani, dice che vanno coperti solo i “seni”. Nelle rare volte che nel Corano è presente la parola “hijab”, non designa un velo per coprire il capo, ma una “tenda” (Bausani), una “cortina” (Piccardo) per separare le mogli di Maometto dagli ospiti indiscreti che si attardavano in casa loro: « E quando domandate un oggetto alle sue spose, domandatelo restando dietro una tenda [ḥijāb]: questo servirà meglio alla purità dei vostri e dei loro cuori.(Sura XXXIII, 53;) ». Da qui si evince che non è un obbligo religioso coprirsi i capelli e meno che mai lo sono il
niqab o il
burqa, che non vengono neppure citati. L’islam impone solo un abbigliamento modesto, che non attiri l’attenzione e ciò vale anche per gli uomini.
LE LEGGI “SUL VELO” IN EUROPA – Non c’è un atteggiamento univoco sull’argomento. Già abbiamo parlato della Francia, ma ben diverso è, per esempio, l’atteggiamento del Regno Unito: il Paese ha condannato la decisione francese in nome di un’identità nazionale multiculturale e multireligiosa ma, per quanto riguarda il caso specifico, le scuole possono imporre codici di abbigliamento. Così, una studentessa che rischiava l’espulsione perché indossava il velo ha fatto ricorso alla giustizia che le ha dato ragione, e nel 2006 il governo ha permesso il velo islamico, a patto che non interferisca con la giustizia (si deve essere comprensibili e riconoscibili). In Austria non ci sono veli integrali, ma è permesso l’
hijab. A scuola, nelle ore di ginnastica, c’è discrezionalità, ma non esistono normative a riguardo. In Belgio non c’è una legge, si lascia decidere le singole scuole. Polemiche ci sono state ad Anversa per il divieto per le donne velate di lavorare negli uffici pubblici: 3 sono state trasferite altrove. In Germania, sette
lander su sedici hanno vietato alle insegnanti di indossare il velo nelle scuole pubbliche: il premier dell’Assia - il conservatore Roland Koch - ha proposto di vietare il
burqa in classe, ma poi è stato appurato che non vi sono studentesse integralmente velate e il tutto è finito in niente. In Olanda il governo di centrosinistra è spaccato su un progetto di legge che dovrebbe vietare il
burqa nelle scuole e nei luoghi pubblici. Anche in Spagna non c’è una legge che vieti il velo nei luoghi pubblici e neppure un grande dibattito sulla “questione del velo”, incluso quello che lascia scoperti solo gli occhi. L’anno scorso alcune bambine non sono state accettate in un paio di scuole (tra cui una a Ceuta, protagonista di un’annosa querelle con il Marocco), ma poi ammesse dalle autorità.
In Italia non esiste una legge specifica a riguardo, ma solo la norma 152 del 1975 (Disposizioni a tutela dell’ordine pubblico) che vieta di andare in giro “mascherati”, con il volto oscurato. Il Ministro delle Pari Opportunità italiano Mara Carfagna auspica il divieto del velo integrale – il
burqa vero e proprio non si è praticamente mai visto in Occidente – e in particolare la parlamentare di origine marocchina Souad Sbai, si sta battendo per questa causa nel nostro Paese.