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Speciale 7 novembre

Alberto Mattioli: l’obiettivo è un partito di centro a due cifre
 Interviste
Fusi Orari incontra Alberto Mattioli, per una conversazione sulla politica. Passato, presente e futuro nelle parole dell’ex vice presidente della Provincia di Milano. E poi ancora: laicità, coscienza, ambiente, giovani...

Pietro Cuomo

 
Alberto Mattioli, tre volte consigliere comunale di Milano, vicepresidente della giunta Penati alla guida della Provincia; di cosa si sta occupando adesso?
Ho ripreso la mia vita da normale cittadino, a partire dal mio lavoro: dirigente di un gruppo americano che si occupa di certificazione di bilancio e consulenza aziendale. Sono tornato al mio incarico in azienda e continuo a coltivare, a latere, la politica e le altre mie passioni, in particolare l’impegno all’interno del movimento cattolico.

La sua carriera politica è nata e si è sviluppata in un contesto che ha subito e continua a subire trasformazioni anche profonde. Un processo in cui spesso proprio i cattolici sono stati protagonisti, lei in prima persona...
Nel 1993 fui eletto al Consiglio Comunale nelle file della Dc: era l’ultima volta che il partito si presentava alle elezioni qui a Milano. Da allora il quadro politico è profondamente cambiato: si è cercato di introdurre nel nostro paese una diversa architettura istituzionale, seguendo l’esempio anglosassone, con la contrapposizione tra due schieramenti precisi, o addirittura due partiti, che si contendono la guida del paese. Questo tentativo, cui abbiamo partecipato attivamente, ha dato alcuni risultati positivi e altri meno: tra gli elementi positivi e fondamentali, la novità di presentarsi agli elettori con una proposta politica ben definita, indicazioni di programma chiare e una figura precisa chiamata, in caso di vittoria, a governare. Un dato che gli italiani hanno acquisito culturalmente e che ha portato grandi benefici, innanzitutto in termini di stabilità, a tutti i livelli istituzionali. È invece ancora difficoltosa la rappresentazione delle diverse culture politiche che da sempre caratterizzano la storia del paese; culture che non è facile incanalare, soprattutto a livello nazionale.


Un problema complesso e attuale, specie dopo la decisione di Rutelli di lasciare il Pd. Una scelta condivisa da molti, tra cui lei. Senza girarci troppo intorno, perché uscire dal Pd?
L’idea di tutti quelli che hanno partecipato alla nascita del Partito Democratico era di costruire un partito grande, largo, robusto e profondo dentro la società, che potesse realizzare un’efficace sintesi delle diverse culture politiche riformiste presenti in Italia: da quella di sinistra a quella di ispirazione cristiana. A distanza di breve tempo ho trovato che questa grande aspirazione in realtà si stesse affievolendo e che il partito democratico stesse andando in una direzione non auspicata da alcuni di noi. Avanzava il timore che si rivelasse un partito di sinistra, dentro al quale la cultura di ispirazione cristiana non trovasse adeguato spazio e riconoscimento. Quello che ormai emerge è uno sbilanciamento a sinistra del Pd, con l’affermazione all’interno del partito di un’area che io definisco “radicaleggiante”, una tendenza che ha impedito al partito di muoversi con efficacia in quell’area di elettorato che è il centro moderato, vitale per spostare gli equilibri elettorali. Si tratta di una difficoltà oggettiva, a riprova della quale c’è la determinazione con cui oggi il Pd cerca un accordo con il partito di centro, l’Udc guidata da Pierferdinando Casini.

C’è stata una goccia che ha fatto traboccare il vaso, per così dire, nel vostro rapporto con il Pd o nel suo in particolare? Una decisione che vi abbia fatto dire “da oggi è meglio se cerchiamo una strada più nostra?”
Partiamo dalla fine. Di sicuro hanno pesato tutte le tensioni legate alle tematiche della bioetica, i cosiddetti temi sensibili, dove ha prevalso quello che io chiamo il “pregiudizio anticattolico”, una pretesa di trovare l’unità del partito intorno a temi che toccato così profondamente le credenze personali. Ma a pesare è stato anche il continuo esame del sangue cui siamo stati sottoposti dalla sinistra, per verificare il nostro “tasso di laicità”. Considero irrealizzabile quell’impostazione che vuole le idee che derivano da una concezione cristiana confinate nell’ambito della coscienza. Si tratta di un meccanismo intellettuale assolutamente teorico: è pur vero che un cattolico deve, in uno Stato laico, filtrare la propria coscienza con la ragione e con le esigenze della società, ma è pur vero che l’ispirazione cristiana c’è, agisce, e determina delle scelte. E io credo che oggi nel nostro paese ci sia più che mai la necessità di una visibile, tangibile e credibile alternativa politica di ispirazione cristiana.

Un’alternativa politica di ispirazione cristiana: siamo arrivati ad Alleanza per l’Italia...
Api nasce dall’iniziativa di Rutelli, che a mio avviso ha avuto in questo decennio il pregio di combattere sempre per le proprie idee. Fu l’ispiratore della Margherita, che ebbe un cospicuo successo, e nell’ambito del Pd fin dall’inizio si è espresso con coerenza sulla linea del partito, fino alla decisione di uscirne. Di certo in Api la cultura cattolica è importante, ma quello che vogliamo costruire è un partito in cui possano riconoscersi tutte le culture moderate, inclusa quindi quella laica.

Al congresso di Parma voi avete detto che questo nuovo soggetto politico è nato per colmare un vuoto di rappresentatività al centro, il riferimento a quello che lei ha in passato definito il rischio di “ghettizzazione” dei cattolici.
Credo che i cattolici debbano sfuggire a quella che a volte mi sembra una vera e propria strumentalizzazione: l’elettorato cattolico esiste ed è determinante per vincere, quindi spesso si fa a gara per attirarlo senza che sia organicamente inserito all’interno dei programmi politici. Bisogna uscire da questa logica che ha come unico orizzonte le tornate elettorali. Noi dobbiamo servire il paese sulla base di una tradizione e di una storia importante e della convinzione che abbiamo un portato culturale che, se opportunamente sviluppato, si può tramutare in un contributo essenziale. Non soltanto sui temi eticamente sensibili, ma nei termini di una visione complessiva della nostra società, dall’economia fino all’ambiente che per noi, a partire dalla nostra ispirazione di fede, è il creato che ci è stato affidato. Un dono di cui dobbiamo avere cura. Oggi questo significa assumere la consapevolezza che c’è una questione ambientale da affrontare, e dal modo in cui la si affronta si può cambiare completamente il nostro paese.

L’ambiente, per uscire dalla politica urlata quotidianamente e dedicarsi ad un argomento spesso sottovalutato ma importante: la privatizzazione dell’acqua. Cosa ne pensa? C’è una posizione di Api su questo argomento?
Non mi pare che ci sia ancora una posizione ufficiale su questo tema specifico. La mia opinione è che ci sono dei beni primari che devono essere a disposizione di tutti i cittadini che lo Stato deve assicurare al di là dei calcoli economici. All’interno di questo discorso, l’acqua costituisce senza dubbio un bene vitale e primario. La privatizzazione dell’acqua non mi ha mai convinto e la guardo con molta diffidenza: sono abituato non ragionare solo in base ai principi, ma anche a verificare da dove nascono in concreto le proposte, e farò così anche in questo caso. Quello che è certo è che nel nostro paese il sistema idrico ha bisogno di cospicui finanziamenti per rinnovare una rete in cui le falle aumentano in modo preoccupante.

Oltre alla visione etica, in che modo Api è differente dagli altri soggetti politici?
Alleanza per l’Italia vuole offrire una risposta politica a quei cittadini che si sentono in difficoltà a votare per il Pdl, caratterizzato dal cesarismo di Silvio Berlusconi, ma che non trovano dall’altra parte un’alternativa adeguata nel Pd. A mio avviso, oggi la sinistra è, oltre che minoranza politica, anche minoranza culturale. Crediamo che ci sia la necessità di riequilibrare questo sistema e che ci sia lo spazio per farlo, ma non vogliamo fondare un ennesimo partito: Api si propone di aggregare i movimenti già esistenti, in particolare di arrivare rapidamente ad una alleanza con l’Udc, anzi, ad un soggetto unico con il partito di Casini. Lo scopo è rafforzare la proposta politica di centro, attraendo coloro che avvertono una mancanza nei due maggiori partiti.

Api è quindi un soggetto politico di transizione?
Casini e Rutelli hanno annunciato che l’obiettivo è di confluire in unico soggetto. Di sicuro, non abbiamo fondato Alleanza per l’Italia per avere l’ennesimo partitino del 3%, pronto a speculare sulle possibilità di far vincere uno schieramento o l’altro. L’ambizione è quella di costituire un soggetto robusto, con un risultato politico a due cifre, un punto di riferimento. Vediamo, nel centrodestra, quanta difficoltà ci sia a superare il partito ad personam di Berlusconi e quanto, dall’altra parte, le diverse culture che costituiscono il Pd fatichino a restare insieme. Un travaglio evidente anche nelle candidature per le prossime regionali

Cosa differenzia Api e il soggetto politico che volete costruire dal Pdl?
Certamente una concezione non verticistica e monocratica del partito. Mi sembra evidente che il Pdl è Berlusconi-dipendente: non è un partito con una normale vita democratica, a partire dall’elezione dei propri organismi interni, così come non è un partito federale. Non è mai sul territorio che si prendono le decisioni, e un esempio lo abbiamo proprio qui: alle elezioni provinciali, Podestà ha dovuto aspettare l’ok di Berlusconi per la composizione della sua squadra di assessori. Un altro elemento che ci differenzia è che il Pdl è alleato con la Lega, un partito con il quale non condividiamo un buon numero di posizioni e di atteggiamenti, a partire, tanto per fare un esempio dal tema dell’immigrazione. Quando si dice che quello è uno schieramento sempre meno di centro e sempre più di destra è a cose come questa che ci riferiamo. Per quanto si possa trattare di convenzioni, mi pare evidente che una differenza esiste. Così alcune posizioni verso la Chiesa e il mondo cattolico mi sembrano spesso più di comodo che serie. A volte emerge nel centrodestra una rincorsa a dimostrare la propria devozione alla Chiesa ma, in non poche occasioni, mi è sembrato un aspetto molto di facciata ma poco interiorizzato per quello che riguarda i contenuti più profondi.

E rispetto al Partito Democratico invece?
La mia opinione è che ci sia ancora un tasso ideologico significativo nel Pd. Abbiamo parlato dei temi etici e di quella tendenza radicaleggiante che secondo me sta conquistando sempre più spazio, uscendo dall’ambito delle questioni etiche e influenzando in modo più ampio le relazioni del partito. A riprova di questo, assistiamo alla continua oscillazione tra chi strizza l’occhio al giustizialismo di Di Pietro e chi invece ne ritiene un grave errore l’accanimento politico sempre in punta di legge. Proprio il rapporto con un partito come l’Italia dei Valori rappresenta un altro elemento di distinzione viste le sue notevoli contraddizioni interne. Parlavamo del cesarismo di Berlusconi, ma nel partito di Di Pietro mi sembra che la gestione del potere sia altrettanto centralista e verticista…

Il Pd è sì alle prese con molti problemi, ma non si può dire che manchi dialettica all’interno rendendolo, quindi, realmente “democratico”. È così?
È così: siamo quasi all’opposto di quello che avviene dall’altra parte, dove c’è sempre un capo che alla fine fa sintesi su di sé. Nel Pd c’è senza dubbio un continuo confronto che, però, rischia di essere deflagrante perché non riconosce un principio di autorità. Per fare un esempio, ho trovato veramente paradossale che Bersani, appena eletto segretario del Pd, di fronte alla proposta di Di Pietro, che ricordo essere una creatura della sinistra, si sia visto sconfessare da autorevoli dirigenti del suo partito, scesi in piazza a manifestare nonostante la linea contraria del segretario. E trovo che sia un po’ contrastante chiedere l’unità assoluta sui temi etici e poi non trovare l’unità davanti a una chiara provocazione di carattere politico. Questo mi sembra sintomatico di un partito che vive ormai per corpi separati, senza una leadership riconosciuta.

Perché lasciare il Pd per l’Api? Non c’era modo di sfruttare la dialettica dentro allo stesso Pd, magari cambiandolo?
Quando ci sono ampie e cospicue divergenze, che ormai si manifestavano tutti i giorni, la strada migliore è la chiarezza e la sincerità piuttosto che continuare a nascondersi dietro tentativi fittizi di unità. I percorsi politici non sono in ogni caso separati definitivamente, visto che mirano entrambi a offrire al paese un’alternativa. Un problema urgente da risolvere è la crisi della classe dirigente: quello del ricambio in Italia è sempre un argomento critico, al punto che siamo stati in più occasioni definiti una gerontocrazia, ma non è solo una questione di età. Nel Pd c’è una classe dirigente, sia nel partito che in Parlamento, che è ormai consumata da storie antiche e da mille battaglie; una classe dirigente parecchio consumata ma che si ritiene insostituibile. È vero che nei partiti la lotta per il potere è un fattore quasi fisiologico, però c’è una soglia oltre la quale l’unico risultato possibile è l’implosione.

Per lei personalmente, che cosa ha comportato l’uscita dal Pd?
Non aver più un incarico istituzionale ha sicuramente comportato qualche patema d’animo, ma io ho sempre cercato di tenermi pronto a questa eventualità: mi sono costruito una professione contestualmente all’impegno politico che, in questo modo, per quanto importante, non è l’unico orizzonte della mia vita. Mi ha dato molto e ne sono grato, ma ho sempre cercato di non assolutizzare quest'esperienza. E questo è anche il consiglio che ho sempre dato ai giovani che volevano interessarsi alla politica: crearsi sempre una professione, una possibilità di esprimere i propri talenti a prescindere, perché il contributo che possiamo dare al progresso della società non passa solo attraverso la politica. Questo è fare politica con spirito di servizio.

Attualmente ha un ruolo all’interno di Api?
Sì, sono il portavoce regionale. Abbiamo fatto la nostra prima assemblea nazionale solo un mese fa e stiamo ancora cercando di definire una nostra organizzazione, che vogliamo snella, vista l’ambizione di dar rapidamente vita a un nuovo soggetto politico assieme a Casini.

La presenza nelle file del partito di Casini di soggetti condannati come Cuffaro non è motivo di imbarazzo per voi?
Le persone condannate sono certamente causa di imbarazzo. Peraltro purtroppo questo è un fenomeno che coinvolge molti partiti . E proprio questo dovrebbe essere il primo impegno della classe politica: cercare di rimuovere questi sottoboschi, queste persone che sfruttano il canale politico per farsi affari propri o affari organizzati. Non entro nel giudizio della singola persona, ma dobbiamo constatare che oggi ci sono dappertutto infiltrazioni di persone che non fanno bene ai partiti e alla società nel suo complesso. Il sistema ha bisogno di sviluppare anticorpi nuovi.

Di che cosa avrebbe bisogno la Lombardia oggi?
Innanzitutto di continuare a sviluppare le proprie infrastrutture, aumentandole e migliorando quelle esistenti. Senza dimenticare Malpensa, sulla quale pesano i ritardi con cui le soluzioni viarie sono state realizzate, abbiamo tutte le recenti vicende legate al resto del sistema dei trasporti. A partire dalle ferrovie: il sistema lombardo nei mesi scorsi ha mostrato le sue lacune. Abbiamo una questione ambientale che deve essere aggredita con maggiore impegno, perché sappiamo quante volte anche l’Europa abbia richiamato la Lombardia e messo in mora Milano sul tema dello smog. Certamente la Lombardia è una regione ricca, laddove però si sta allargando il divario tra chi continua ad avere un buon reddito e chi sta invece scivolando verso una situazione di difficoltà. Dobbiamo ridurre questa forbice, e penso alla possibilità di ridurre la tassazione innanzitutto alle famiglie con figli, introducendo una sorta di quoziente familiare regionale. La regione Lombardia è stata una delle prime ad applicare l’addizionale Irpef e credo che proprio su questo fronte si possa fare qualcosa per distinguere tra redditi e redditi e applicare un’efficace politica redistributiva. Di sicuro la crisi ha colpito anche questa Regione e anche qui c’è bisogno di ripartire, con aiuti alle piccole e medie imprese, che costituiscono l’ossatura del sistema.

E i giovani? Nonostante tutti i problemi di cui abbiamo parlato, la Lombardia, e Milano in particolare, si confermano aree dalla fortissima capacità di attrazione.
La Lombardia è la regione più ricca d’Italia e una delle più ricche d’Europa e, forte di numeri invidiabili, continua a offrire possibilità. Ma oggi anche qui per i giovani il futuro si presenta molto più incerto del passato. Emerge con sempre maggiore chiarezza la necessità di scegliere un percorso di studi che si traduca in una professione in grado di rispondere alle richieste del mercato e, in questo contesto, quello che dobbiamo fare è restituire la possibilità ai giovani di avere un futuro assecondando le proprie attitudini. Bisogna fare uno sforzo per investire nelle nostre scuole e università, migliorare questi sistemi. Creare vasi comunicanti con gli altri paesi, perché è in questa direzione che va il mondo.

Un mondo sempre più multiculturale e una società sempre più complessa. L’identità cattolica non rischia di essere poco efficace nel gestire una realtà come questa? Per Api, che nasce con questa forte connotazione, non crede possa essere un ostacolo?
No, anzi, è un errore pensare che l’ispirazione cristiana sia una barriera: è l’esatto opposto della chiusura. Crea un’identità aperta, pronta al confronto. Basta vedere quello che dicono il Papa e il nostro cardinale Tettamanzi, come quasi quotidianamente condannino la chiusura e gli atteggiamenti di razzismo. L’Italia di oggi ha la necessità di integrare diverse storie, cittadinanze e culture, ma da questo punto di vista il nostro non è un paese maturo. Non esiste ancora una seria politica di immigrazione che governi i flussi, creando le condizioni perché possa avvenire in maniera ordinata. Molti settori ormai vanno avanti solo grazie al lavoro degli stranieri, e non ci facciamo problemi ad utilizzarlo ampiamente. Però passato l’orario di lavoro non vogliamo sapere nulla delle storie di queste persone. Sono intorno a noi, danno un contributo determinante al nostro sistema economico e da una larga fascia di lavoratori stranieri dipendono le nostre stesse pensioni. Se non saremo noi a offrirgli una possibilità di inserimento e di convivenza, ciò che non gli daremo se lo prenderanno quando assumeranno la consapevolezza della loro importanza e forza. Se c’è un tema delicatissimo, che va maneggiato con cura, è proprio quello dell’immigrazione e dell’integrazione, che viene invece spesso esasperato ai fini elettorali.

(intervista realizzata in data 18/01/2010)



 
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